Nel calcio mondiale ci sono nazionali che non arrivano quasi mai ai Mondiali, federazioni che non vendono diritti televisivi milionari e campionati invisibili fuori dai propri confini.
Poi si chiudono le porte del Congresso della Federazione internazionale di calcio (FIFA) e la geografia si capovolge: il voto di Gibuti pesa esattamente quanto quello della Germania, del Brasile o dell’Inghilterra. Un paese, un voto. È la democrazia perfetta del pallone e, insieme, la matematica del potere.
L’Africa dispone di 54 schede, appena una meno dell’Europa. Il 18 marzo 2027, a Rabat, quando si riunirà il Congresso elettivo della FIFA, Gianni Infantino, l’attuale presidente, avrà bisogno soprattutto di quelle.
Il caso Gibuti
Per questo lo scandalo che scuote il calcio di Gibuti interessa più per ciò che illumina che per le sue dimensioni. Un rapporto dell’Inspection générale de l’État (principale organo di controllo amministrativo del paese), datato 2024 e relativo agli anni 2019-2023, è stato ottenuto dall’Agence France-Presse (AFP) e contesta alla Federazione calcistica di Gibuti (FDF) lacune nella gestione finanziaria, favoritismi e anomalie in alcune procedure di gara.
Il 12 agosto Mohamed Elmi Farah si è dimesso dal comitato esecutivo della federazione, esprimendo preoccupazioni per la gestione e l’utilizzo delle risorse. Il presidente Souleiman Hassan Waberi respinge invece l’accusa di cattiva gestione dei fondi FIFA, sostenendo che i sistemi di controllo della federazione internazionale non abbiano rilevato irregolarità nelle somme erogate da Zurigo, pur ammettendo carenze in alcune procedure competitive.
Un milione di dollari all’anno alla federazione
FIFA e Confederazione africana di calcio (CAF) versano alla federazione di Gibuti più di un milione di dollari l’anno, costituendone la principale fonte di finanziamento. I club e alcuni esponenti del calcio locale accusano la federazione di non utilizzare adeguatamente queste risorse per lo sviluppo del movimento.
Un dirigente strategico
Waberi non è un dirigente periferico: siede nel Consiglio FIFA e nell’esecutivo della CAF. Questo fa di Gibuti un buon punto d’osservazione per capire quanto oggi lo sviluppo del calcio africano dipenda dalle risorse distribuite dalle grandi istituzioni internazionali.
Il 1° agosto, mentre Infantino attraversava una delle crisi più serie della sua presidenza, Waberi gli ha rinnovato pubblicamente il proprio sostegno. Pochi giorni prima, il presidente della FIFA aveva presentato Forward Enterprise, il progetto che prevedeva il trasferimento dei diritti commerciali delle principali competizioni in una nuova società e l’apertura fino al 20% del capitale a investitori privati, per una valutazione nell’ordine dei 20 miliardi di dollari e la possibilità di raccogliere 4,2 miliardi.
Federazioni inondate di soldi
Alle 211 federazioni si apriva un’opportunità difficile da ignorare: portare i contributi Forward dagli attuali 8 milioni di dollari per associazione nel ciclo 2023-2026 fino a 20 milioni nel quadriennio successivo, con la possibilità di altri 20 milioni attraverso un programma aggiuntivo.
Infantino aveva definito il progetto una “golden opportunity”, presentandolo come l’occasione per garantire alle federazioni maggiori risorse e, allo stesso tempo, rafforzare la capacità della FIFA di finanziare lo sviluppo del calcio su scala globale.
La faglia nella governance
L’occasione d’oro si è rivelata invece una faglia nella governance della FIFA. L’Unione delle federazioni calcistiche europee (UEFA), la Confederazione asiatica di calcio (AFC) e la Confederazione calcistica dell’America settentrionale, centrale e caraibica (CONCACAF) hanno contestato il progetto, spingendo la FIFA a ritirarlo la sera del 31 luglio.
Possibile denuncia penale per Infantino
La UEFA ha poi chiesto a un tribunale statunitense documenti e testimonianze in vista di una possibile denuncia penale in Svizzera, accusando Infantino e i suoi collaboratori di aver aggirato i normali contrappesi della governance FIFA.
Sono accuse, non fatti accertati giudizialmente. Ma raccontano la profondità dello scontro. L’Europa ha per ora sospeso la minaccia di boicottaggio delle competizioni internazionali, continuando però a chiedere una revisione realmente indipendente.
Africa, la cintura di sicurezza per Infantino
È in questa tempesta che l’Africa è diventata la cintura di sicurezza politica di Infantino. Il 29 aprile le federazioni della CAF avevano annunciato all’unanimità il sostegno alla sua rielezione. Dopo il naufragio di Forward Enterprise, anche l’esecutivo della confederazione africana ha confermato quella linea.
Patrice Motsepe, presidente della CAF, ha invitato gli avversari di Infantino a presentarsi alle elezioni e a lasciare decidere le 211 federazioni. Samuel Eto’o, presidente della federazione camerunense, è stato ancora più netto, leggendo lo scontro apertamente in chiave elettorale: “Tutto questo sta accadendo perché ci sono le elezioni”.
Un’alleanza già vista
Non è un’alleanza nata ieri. Nel 2019, nel pieno della crisi della CAF, la stessa confederazione chiese l’assistenza della FIFA: le due organizzazioni affidarono per sei mesi a Fatma Samoura la supervisione della gestione operativa, accompagnandola con un audit forense.
Nel 2021 Patrice Motsepe divenne presidente della CAF senza opposizione, dopo un accordo alla cui costruzione contribuì anche Infantino: i tre candidati rivali si ritirarono, ottenendo successivamente ruoli nella nuova struttura.
Una lettura troppo semplicistica
Sarebbe però troppo semplice raccontare tutto come uno scambio di voti contro dollari. I soldi della FIFA hanno prodotto infrastrutture reali. Secondo Zurigo, dal 2016 è stato investito oltre 1 miliardo di dollari nel calcio africano attraverso Forward, cifra destinata a salire a circa 1,28 miliardi entro la fine del 2026.
Intanto il continente ha aumentato il proprio peso sportivo: al Mondiale 2026 hanno partecipato dieci nazionali africane, il doppio delle cinque presenti in Qatar quattro anni prima.
La partita vera
Campi, centri tecnici, accademie e maggiori possibilità di qualificazione sono argomenti politici molto più efficaci di qualsiasi slogan.
La domanda, allora, non è se la FIFA debba finanziare il calcio africano. Naturalmente deve farlo. La domanda è che cosa succede quando nella stessa stanza siedono chi distribuisce risorse indispensabili, chi deve controllarne l’utilizzo e chi, pochi mesi dopo, avrà bisogno del voto di chi le riceve.
L’Africa, peraltro, non è un blocco monolitico. In passato diverse federazioni hanno ignorato le indicazioni politiche della CAF. Accadde anche nel 2016, quando la confederazione sosteneva Sheikh Salman, ma numerosi voti africani contribuirono all’elezione di Infantino.
E oggi il malcontento cresce anche attorno alla trasformazione della Coppa d’Africa in un torneo quadriennale dal 2028.
La contrapposizione
È questa, più dello scandalo di Gibuti, la partita da osservare. In Europa si preparano dossier, tribunali e possibili sfidanti. In Africa si costruiscono campi, accademie, relazioni e dipendenze politiche molto più difficili da misurare.
Infantino ha imparato da tempo una delle leggi non scritte della FIFA: il ranking serve a stabilire chi è più forte sul campo, non chi conta di più nelle urne. E quando arriverà il momento di salvare la poltrona, la strada verso la maggioranza passerà ancora una volta per cinquantaquattro porte africane.