La due giorni kenyana

Per Francesco, la capitale del paese rappresenta l’evidente contraddizione tra l’eccessiva ricchezza e l’estrema povertà. Nei suoi discorsi ha “bastonato” i leader politici e religiosi e ha gridato ai giovani che «il tribalismo distrugge una nazione». La sua visita nel fango di Kangemi tra gli ultimi delle baraccapoli.

Dopo aver letto le sue encicliche e le sue omelie in Santa Marta, non si riscontra niente di davvero nuovo in ciò che papa Francesco ha detto in Kenya. Nuovo – al punto da apparire inedito, inconsueto, inatteso, originale, innovativo, addirittura rivoluzionario – è stato l’averlo detto e ripetuto in un contesto africano. E che contesto! Il suo commento, una volta rientrato a Roma: «Il Kenya rappresenta bene la sfida globale della nostra epoca: tutelare il creato, riformando il modello di sviluppo, perché sia equo, inclusivo e sostenibile. Tutto questo trova riscontro in Nairobi, la più grande città dell’Africa orientale, dove convivono ricchezza e miseria. Ma questo è uno scandalo!».

A proposito di scandali. Papa Francesco non ha messo piede nella bella cattedrale della capitale. Non si sa se non abbia voluto o se, invece, qualcuno ha pensato bene di non farlo passare neppure vicino: avrebbe visto la grande chiesa adombrata da due lussuosi edifici, Cardinal Otunga Plaza, sede dei nuovissimi uffici diocesani. Questi, però, occupano solo gli ultimi tre dei nove piani di uno degli edifici. I rimanenti sono affittati a banche. Una di esse è diocesana: Caritas Bank. Papa Francesco avrebbe scosso la testa: «Anche questo è uno scandalo». Parlando ai sacerdoti e ai religiosi nel campo sportivo dell’esclusiva Saint Mary’s School di Nairobi, ricorrerà a «bastonate» (espressione sua): «Nella sequela di Gesù Cristo – sia nel sacerdozio che nella vita consacrata – si entra dalla porta! E la porta è Cristo! Per favore, se qualcuno ha qualche compagno o qualche compagna entrati dalla finestra, abbracciatelo e spiegategli che è meglio che vada via e che serva Dio in un altro modo… Nella vita della sequela di Gesù non c’è posto né per la propria ambizione, né per le ricchezze, né per essere una persona importante nel mondo».

Ai giornalisti e commentatori politici papa Francesco è piaciuto per la sua «paternità, umiltà, gioia, vicinanza alla gente, capacità di dare speranza». Ma, soprattutto, perché «le ha cantate chiare ai leader, sia religiosi sia politici, di questa nazione, e anche ai grandi del mondo qui rappresentati nella numerosa comunità diplomatica».

Un giornalista, musulmano, del quotidiano Daily Nation, ha confidato: «Il suo discorso all’Ufficio delle Nazioni Unite, a Nairobi, è stato un chiaro messaggio indirizzato alla 21a Conferenza delle Parti (COP21) della Convezione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, a Parigi. Non avrà certo bisogno di andarci. Avrà già parlato qui, in Uganda e Repubblica Centrafricana. Da luoghi, cioè, in cui il mondo, che l’ha seguito in Tv, ha potuto vedere che effetto ha il non ascoltarlo su certi temi».

I timori politici
I politici temevano papa Francesco. Il governo l’aveva, sì, invitato ufficialmente, sobbarcandosi anche il grosso della spesa. Ma la speranza era che non puntasse il dito contro i governanti davanti a un pubblico tanto vasto. Risoluta la decisione dell’establishment: «Non ci saranno grandi folle». Per ragioni di sicurezza (eccessive), si era giunti a esigere che chiunque volesse partecipare a un evento alla presenza del papa dovesse chiedere e ottenere un pass ufficiale. Si è temuto un flop. A due settimane dall’arrivo del pontefice, i pass distribuiti non superavano i 50mila. Solo dopo una “forte” lamentela dei vescovi, le misure di sicurezza si sono allentate e le parrocchie si sono viste recapitare pacchi di biglietti d’invito non richiesti. Poi la svolta. Il giorno prima dell’arrivo del papa, Manoah Esipisu, portavoce del presidente, ha annunciato la decisione del governo di rendere il 26 novembre «giorno festivo, perché sia una giornata nazionale di preghiera e riflessione». (…)

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