Economia in bianco e nero – aprile 2016
Riccardo Barlaam

La corruzione è il più grave peccato sociale e civile, assieme ai reati ambientali. Un cancro che toglie diritti, toglie valore all’eguaglianza, falsa i regimi democratici, mina le condizioni di accesso al mercato e ai servizi. Un peccato sociale che indebolisce il senso dello stato e di appartenenza a una nazione. Che accresce le distanze tra popolazione e i pochi che comandano (e che di solito prendono).

Il Kenya è uno dei campioni della corruzione. L’ultimo episodio di una lunga serie riguarda la multinazionale Nike e i 500mila dollari dati come bonus ai dirigenti della federazione dell’atletica kenyana – dirigenti sotto accusa in questi mesi anche per le pratiche diffuse, di stato, di doping attuate sui maratoneti. Questa l’accusa: negli ultimi tempi, la Nike ha staccato ogni anno un assegno di 100mila dollari alla federazione di atletica kenyana, uno all’anno per un totale di 500mila dollari versati come “bonus”. Un regalo.

La notizia è del New York Times e ha creato scalpore negli Stati Uniti. Il titolo della società quotato a Wall Street ha perso valore. Nike nega tutto e dice che non c’era niente di illecito («Nike conduce i suoi affari con integrità e si aspetta che i suoi partner facciano lo stesso», dice una nota della società), ma un ex impiegato della federazione ha raccontato ai giudici kenyani che si trattava di una tangente. Che i fondi non erano usati per sostenere le squadre e gli atleti ma finivano nelle tasche dei rapaci dirigenti della federazione.

Ora i paesi occidentali minacciano di adottare sanzioni contro il Kenya e la Casa bianca ha rilasciato un piano in 29 punti per la lotta alla corruzione. Sarà forse per questo motivo che durante la sua visita in Kenya il presidente Barack Obama aveva parlato «del cancro della corruzione» che frena la crescita e lo sviluppo della società.

Qualcuno sull’enciclopedia virtuale Wikipedia ha scritto una storia della corruzione nel Kenya postcoloniale, con una vera e propria cronologia degli scandali. Scandali multi milionari suddivisi per periodi storici, di solito legati a grandi opere infrastrutturali, land grabbing, servizi finanziari e banche, società occidentali di macchinari industriali.

Ogni anno, un terzo del budget del bilancio statale del Kenya viene bruciato con la corruzione. Una somma enorme. Su 18 miliardi di dollari di spesa statale, ben 6 miliardi finiscono in tangenti. Sei miliardi di dollari che ben utilizzati potrebbero essere utili per investimenti e progetti di sviluppo. Un peccato enorme che pesa come un macigno sulle speranze di crescita. La denuncia con numeri e stime viene da Philip Kinisu, il nuovo segretario dell’autorità nazionale anti corruzione, ex certificatore di Pricewaterhouse Coopers in pensione.

Il presidente Uhuru Kenyatta, al potere nel 2013, ha fatto della lotta anti corruzione uno dei suoi cavalli di battaglia, un fenomeno che ha raggiunto livelli tali da, dice lui, «attentare alla sicurezza nazionale». Per corruzione, cinque ministri sono finiti sotto inchiesta e hanno perso la poltrona negli ultimi rimpasti di governo. E due ex ministri sono sotto processo.

Ogni anno nei tribunali del Kenya si svolgono circa 300 processi legati a casi di corruzione, ma questa è una piccola frazione dei 55mila casi denunciati negli ultimi anni alla Commissione etica e anti corruzione guidata (Eaac) da Kinisu. Ogni kenyano in media è chiamato a pagare 16 tangenti al mese per le piccole cose quotidiane, dal disbrigo di una pratica pubblica al passaggio in un posto di blocco della polizia.

Kinisu è al lavoro da gennaio. Lo scorso mese il suo ufficio è stato bersaglio di un colpo di pistola. Nessuno è stato ferito. Ma il messaggio è chiaro.

Perfino Daniel Arap Moi, 91 anni, ex presidente del Kenya dal 1978 al 2002, accusato di aver messo da parte durante il suo “regno”, qualcosa come un miliardo di dollari di soldi pubblici, si è detto allarmato dei livelli del fenomeno corruttivo. Nella classifica della corruzione di Trasparency International 2015, il Kenya è al 139° posto su 168 paesi.

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