Un libro, questo, frutto dell’esperienza del missionario, membro della Società delle missioni africane (Sma), rapito dai jihadisti in Niger, e liberato dopo 752 giorni di una interminabile prigionia.
Padre Gigi è stato undici anni in Niger, «più due di bonus», come dice lui, quelli del sequestro da parte di un commando di uomini armati affiliati ai gruppi jihadisti iniziato il 17 settembre 2018 a Bomoanga, villaggio e missione cattolica in Niger, a circa 125 km dalla capitale Niamey e a breve distanza dal confine con il Burkina Faso.
Portato nel covo dei jihadisti nel nord del Mali, al termine di un viaggio estenuante in moto, è stato incatenato per i primi 20 giorni. Un’epopea conclusosi a Tessalit, nella regione di Kidal, più di due anni dopo, l’8 ottobre 2020.
Nel deserto ha provato solitudine e sconforto. Ha pianto molto, sentendosi abbandonato da Dio e dagli uomini. Ma non ha perso la speranza.
Il libro racconta come l’autore, mentre aveva davanti giovani jihadisti col kalashnikov in spalla, che lo disprezzavano come il nemico occidentale da eliminare, meditasse il vangelo di Matteo nel discorso della montagna: “Ma io vi dico, amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5,44).
Di qui la scelta di non odiare mai nessuno. E oggi ritiene di avere ancora una missione da compiere: convincere la sua Chiesa a fare l’ultimo passo verso la pace, superando definitivamente l’idea di “guerra giusta” che tante sofferenze e morti ha provocato.
Una guerra giusta non è mai possibile perché ogni guerra è un crimine e un abominio. Questo il senso del libro.