Il presidente del Ghana, John Dramani Mahama, ha rilanciato la sua proposta di portare davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite una risoluzione sulla tratta atlantica e sulla schiavitù “razzializzata” degli africani. L’obiettivo, ha spiegato al termine del vertice annuale dell’Unione Africana ad Addis Abeba, è far adottare una dichiarazione che definisca la tratta «il più grave crimine contro l’umanità».
«Questa risoluzione ONU è solo il primo passo», ha detto Mahama. E ancora: «Vogliamo che il mondo riconosca che non c’è stata ingiustizia più grande, nella storia recente o nella storia del mondo, della tratta degli schiavi».
La tela diplomatica di Mahama
Non è un’iniziativa nata adesso. Già nel settembre 2025, intervenendo all’80ª sessione dell’Assemblea generale, Mahama aveva annunciato l’intenzione del Ghana di presentare una mozione formale. In quell’occasione aveva chiesto anche riparazioni per la schiavitù e per la colonizzazione, a cui imputava il furto di risorse naturali e beni culturali.
Il rilancio annunciato ieri si inserisce dentro una strategia più ampia. Il 2025 è stato dichiarato dall’Unione Africana “Anno della giustizia per gli africani e le persone di discendenza africana attraverso le riparazioni”. La scelta del tema è stata già sostenuta con forza dal Ghana sotto la presidenza di Nana Akufo-Addo. E l’attuale governo l’ha fatto proprio.
L’Unione Africana non si limita a un’iniziativa simbolica annuale: l’idea è collegare il tema alla politica di giustizia transizionale (cioè l’insieme di strumenti con cui si affrontano le ingiustizie del passato) dell’organizzazione, dandogli una prospettiva di lungo periodo e, di fatto, una cornice decennale di lavoro.
In concreto, però, è improbabile che dall’Unione Africana arrivi a breve una richiesta unitaria e dettagliata di risarcimenti all’Europa. Più realistico è un coordinamento tra stati africani, la creazione di un comitato di esperti e la definizione di una “posizione comune africana” sulle riparazioni.
Che cosa è stato riconosciuto finora a livello internazionale?
Le Nazioni Unite hanno da tempo qualificato la tratta atlantica come una delle più gravi violazioni dei diritti umani della storia. Un documento del 2005 citato nel dibattito sulle riparazioni elenca tra le possibili misure: il diritto alla verità, le scuse ufficiali, e le compensazioni finanziarie. Ma, nei fatti, negli ultimi vent’anni non ci sono stati progressi significativi sulle scuse formali.
Diversi leader occidentali hanno espresso rammarico o dolore, ma evitando la parola “scuse”. Nel 2006 il primo ministro britannico Tony Blair parlò di ”dolore” per la tratta; i presidenti americani Bill Clinton e George W. Bush riconobbero la gravità storica del fenomeno, definendolo uno dei più grandi crimini della storia. Ma nessuno di loro si è scusato formalmente. La distinzione non è solo semantica: una scusa ufficiale implica un’assunzione di responsabilità politica e, potenzialmente, apre la porta a richieste di risarcimento.
Qualche scusa e zero soldi
Il punto controverso è proprio questo. Molti governi sostengono di non poter essere ritenuti responsabili per azioni compiute secoli fa, in contesti giuridici e politici completamente diversi. L’argomento è che né i cittadini attuali né i loro governi possono rispondere di ciò che fecero i loro antenati. Altri, come ricordato nel dibattito accademico, ribattono che gli stati sono soggetti continui nel tempo: beneficiano dei vantaggi accumulati e dovrebbero quindi assumersi anche le responsabilità storiche.
Se sulle parole qualcosa si è mosso – riconoscimenti, dichiarazioni, restituzioni di opere d’arte in alcuni casi – sul denaro la situazione è molto più ferma. I governi europei hanno in larga parte escluso riparazioni materiali generalizzate per la tratta atlantica. Esistono precedenti di accordi economici legati a specifici crimini coloniali (come l’intesa tra Germania e Namibia sul genocidio degli Herero e Nama), ma sono casi circoscritti e spesso contestati. Una compensazione sistematica per la tratta atlantica appare, oggi, la prospettiva più lontana.
Lo stesso Mahama ha provato a modulare il messaggio. «Non si tratta solo di compensazione finanziaria, ma di ristabilire la verità storica». Tuttavia, nel suo intervento all’ONU aveva parlato esplicitamente di riparazioni economiche, ricordando che in passato furono risarciti gli ex proprietari di schiavi per la “perdita” della loro proprietà. Il tema del denaro, quindi, resta sul tavolo, anche se è il più divisivo.
Un’aria internazionale poco conciliatrice
Infine c’è il contesto politico internazionale. Le relazioni tra Africa ed Europa sono già attraversate da tensioni, e il tema delle riparazioni è visto da alcuni governi europei come “rivolto al passato” o suscettibile di strumentalizzazioni geopolitiche. Sul versante statunitense, l’attuale clima politico – segnato dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca – non sembra favorevole a iniziative che implichino riconoscimenti di responsabilità storica o impegni finanziari su questo terreno. Già in passato Washington ha evitato scuse formali; è difficile immaginare oggi un cambio di linea.
La mossa di Mahama, quindi, va letta su due piani. Da un lato è un tentativo di ottenere un riconoscimento simbolico forte: una dichiarazione solenne dell’Assemblea generale che definisca la tratta atlantica come il più grave crimine contro l’umanità. Dall’altro è l’inizio di un percorso più ambizioso sulle riparazioni.
Fin dove potrà arrivare dipenderà non solo dalla compattezza africana, ma anche dal contesto globale. Per ora, la probabilità più alta è che si arrivi a un nuovo riconoscimento formale, mentre le scuse ufficiali e soprattutto le riparazioni economiche restano, come da anni, le soglie più difficili da superare.