R.d.Congo / Rapporto Amnesty
La denuncia di Amnesty International: nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo uomini, donne e bambini sfruttati, lavorano 12 ore al giorno in condizioni pericolose estraendo il cobalto che viene usato per la produzione delle batterie ricaricabili al litio. Sotto accusa 16 multinazionali tra cui Apple, Microsoft e Sony, ree di non controllare la propria filiera di fornitori.

Tutti noi oggi facciamo largo uso di cellulari, tablet, computer portatili e altri dispositivi elettronici portatili e tutti noi spesso imprechiamo a causa della scarsa durata delle batterie al litio ricaricabili che li fanno funzionare. Pochi di noi però hanno la consapevolezza del fatto che il cobalto, elemento grazie al quale si riesce a produrre quelle batterie, viene ottenuto attraverso il lavoro sottopagato e inumano di adulti e bambini nelle miniere della Repubblica democratica del Congo (Rdc).
Da un’indagine congiunta pubblicata martedì da Amnesty International e Afrewatch, emerge che i principali marchi di elettronica, tra cui Apple, Samsung e Sony, non attuano i dovuti controlli di base per garantire che il cobalto usato nei loro prodotti venga estratto rispettando i diritti umani e non passi attraverso lo sfruttamento e il lavoro minorile.
Il rapporto, intitolato “Questo è ciò per cui moriamo: Abusi dei diritti umani in Rdc alimentano il commercio globale di cobalto”, ripercorre la strada che cobalto compie dalle miniere in Rdc, dove uomini e bambini sotto i 7 anni lavorano in condizioni estremamente insicure e dannose per la salute, passando attraverso la lavorazione per ottenere le batterie fino al loro utilizzo finale nei prodotti dei grandi brand di elettronica che troviamo nei nostri negozi.

Lavoro disumano
Più della metà del totale della fornitura mondiale di cobalto proviene dalla Rdc e secondo le stime del governo congolese, il 20% di questo elemento attualmente esportato viene estratto da minatori artigianali nella regione del Katanga nella parte meridionale del paese. Si tratta dunque di una parte molto significativa. Non a caso il numero di minatori artigianali in questa regione va dai 110 mila ai 150 mila. Essi lavorano al fianco di attività industriali molto più grandi gestite da aziende occidentali e cinesi.
In un paese come la Rdc, tra i più poveri del mondo (136mo su di 188 nell’Indice di Sviluppo Umano dell’Unicef) e ancora instabile a causa dei conflitti etnici interni e dell’assenza di istituzioni statali forti, i minerali preziosi rappresentano l’unica fonte di sostentamento per molte persone che lo estraggono autonomamente senza permesso. Il tutto può avvenire o scavando profonde gallerie con semplici scalpelli senza ventilazione né misure di sicurezza, o setacciando senza permesso i materiali di scarto delle miniere industriali della regione. L’esposizione cronica a polveri contenenti cobalto può causare malattie, asma e riduzione della funzione polmonare. I crolli nelle gallerie artigianali sono comuni e provocano centinaia di morti all’anno.
Dato allarmante è quello che riguarda il lavoro e lo sfruttamento minorile. L’Unicef ha stimato che nel 2014 nel comparto minerario della Rdc lavoravano circa 40.000 fra bambini e bambine, molti di questi nel settore del cobalto. I bambini intervistati dai ricercatori di Amnesty hanno detto di aver lavorato fino a 12 ore al giorno nelle miniere guadagnando in media uno o due dollari. Questi minori non frequentano la scuola perché le loro famiglie non possono permettersi le tasse scolastiche e vengono dunque impiegati nelle stesse mansioni degli adulti, danneggiando la loro salute e mettendo a rischio le proprie vite.

 

Il percorso del cobalto
Il prodotto che i minatori artigianali riescono a ottenere viene poi venduto in alcuni mercati locali a commercianti intermediari, i quali poi rivendono il minerale a grandi aziende che lavorano nel paese che poi procedono a esportarlo assieme al resto della materia prima che producono nei loro stabilimenti.
Dall’indagine di Amnesty è emerso che la più grande azienda al centro di questo commercio in Rdc è la Congo Dongfang Mining International (Cdm), controllata al 100% dalla cinese Zhejiang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt), uno dei più grandi produttori al mondo di cobalto.
La Cdm e la Huayou cobalt successivamente lavorano il cobalto prima di venderlo a tre produttori di componenti di batterie a litio: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud. A loro volta, queste aziende vendono le loro merci ai produttori di batterie, i quali poi le distribuiscono ai più importanti brand di elettronica o di automobili che noi tutti conosciamo.

 

 

Paradosso
Una volta fatta questa ricostruzione, Amnesty ha dunque contattato 16 multinazionali, che risultano clienti delle tre aziende che producono batterie per apparecchi elettronici e per automobili utilizzando il cobalto proveniente dalla Huayou Cobalt o da altri fornitori della Repubblica Democratica del Congo: Ahong, Apple, Byd, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e Zte. Di queste una ha ammesso la relazione, quattro hanno risposto che non lo sapevano, cinque hanno negato di usare cobalto della Huayou Cobalt, due hanno respinto l’evidenza di rifornirsi di cobalto della Repubblica Democratica del Congo e sei hanno promesso indagini.  Nessuna delle 16 aziende è stata in grado di fornire informazioni dettagliate, sulle quali poter svolgere indagini indipendenti per capire da dove venga il cobalto usato nei loro prodotti.
Un risultato opaco in termini di trasparenza che non può che far apparire la situazione paradossale e ipocrita (dato che alcuni di queste aziende si vantano di avere una politica di tolleranza zero sul lavoro minorile). Com’è possibile che alcune delle più ricche e innovative aziende del mondo non siano a conoscenza della catena di approvvigionamento delle materie prime dei loro prodotti?

Manca impegno, ma anche regole
Ignavia e indifferenza dolose, dettate dai lucrosi profitti che si ottengono. Si compra l’indispensabile cobalto senza fare domande su dove e come venga estratto, l’importante è che si continui a produrre a bassi costi. Certo, questa è sicuramente la principale spiegazione.
Ma va anche considerato che non c’è nulla che obbliga le aziende a farlo. Esiste infatti una grossa lacuna nel sistema del diritto internazionale. Come sottolinea Amnesty, ad oggi non esiste un regolamento del mercato globale del cobalto che non è neanche inserito nella lista dei “minerali dei conflitti”, la quale comprende invece oro, coltan, stagno e tungsteno.
Amnesty è chiara su ciò che andrebbe fatto: Le aziende non dovrebbero boicottare la produzione mineraria della Rdc, ma attuare la cosiddetta “due diligence”, ossia fare un approfondimento meticoloso sui loro fornitori diretti e non, imponendo il rispetto dei diritti umani. La Rdc dovrebbe regolarizzare le aree minerarie non autorizzate e far rispettare le norme sul lavoro, specie quello minorile. Infine gli stati di residenza fiscale delle grandi multinazionali e il mercato globale, che dovrebbero varare norme congiunte per obbligare le aziende alla trasparenza sulle loro catene di approvvigionamento. Ciò che manca però è la volontà.

A proposito “minerali insanguinati”

Riguardo al tema della legislazione internazionale e dei controlli sui minerali provenienti da paesi in conflitto o dove non vengono rispettati i diritti umani, il numero di Nigrizia di giugno 2014 ha dedicato un ampio servizio sulla proposta della Commissione europea che introduce la tracciabilità obbligatoria per le 800.000 imprese dell’Ue che utilizzano stagno, tungsteno, tantalio e oro nella fabbricazione di prodotti di consumo e che è stata votata lo scorso 20 maggio all’assemblea di Strasburgo. Una proposta sulla quale l’Italia ha tenuto una posizione ambigua.