Africa subsahariana
Dal rapporto "Global Slavery Index 2016" emerge per il continente nero una situazione allarmante: in Africa si contano oggi oltre 6 milioni di "schiavi moderni", in gran parte donne e bambini. Lavoro minorile, matrimoni forzati e arruolamento di bambini soldato tra le forme più diffuse di sfruttamento.

Tutti vorremmo seppellire il termine “schiavo” nel lontano Ottocento. Ma non possiamo. A ricordarcelo ci ha pensato qualche giorno fa il “Global Slavery Index 2016, che ha snocciolato dati e racconti su 167 Paesi, in 53 lingue, con 42 mila interviste. Insomma, una ricerca imponente che è arrivata a una conclusione: nel mondo si contano qualcosa come 45,8 milioni di schiavi moderni, con un aumento del 28% rispetto alle ultime stime del 2014.

A pubblicare lo studio è la Walk Free Foundation, organizzazione messa in piedi dal magnate australiano Andrew Forrest e dalla moglie Nicola per combattere le varie forme di schiavitù dei nostri giorni.

Nell’Africa subsahariana la stima delle vittime è di 6.245.800 persone, pari a circa il 13,6% della popolazione ridotta in schiavitù nel mondo. All’interno di questa regione, i tassi più alti di uomini e donne schiavizzati in proporzione agli abitanti si registrano nella Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Mauritania (su quest’ultimo paese la fondazione ha preparato anche un approfondimento). In valore assoluto, invece, la Nigeria è il primo Paese dell’Africa (ottava posizione mondiale, con 875.500 vittime), seguita da Repubblica democratica del Congo (873.100) ed Egitto (572.900). La schiavitù trova terreno fertile in queste aree a causa di precarie condizioni economiche, conflitti e gravi crisi umanitarie e ambientali.

Le forme più diffuse di sfruttamento

In generale, le violazioni dei diritti più comuni riguardano il lavoro minorile e i matrimoni forzati di bambini. A questo proposito, l’Unicef prevede che la metà delle spose bambine nel mondo saranno africane entro il 2050 e già oggi Madagascar, Malawi, Zambia, Guinea, Sierra Leone ed Eritrea sono tra i primi venti Paesi quanto a bimbi che si sposano.

Lo sfruttamento dei ragazzini è tra i punti di maggiore preoccupazione, tanto che l’Africa subsahariana registra la più alta percentuale al mondo di traffico di bambini. In Togo, per esempio, la ricerca sostiene che la povertà e la mancanza di risorse culturali spingono i genitori ad affidare i propri figli ai trafficanti, che di solito sono parenti o amici della vittima. E a questo punto non c’è più molto da fare: i ragazzi sono trasferiti in luoghi di sfruttamento. Per le bambine questo significa spesso abusi sessuali e lavori forzati, mentre per i maschi sono previsti lavori forzati in aziende agricole.

In Guinea-Bissau e nella regione che circonda il Senegal si sfruttano pure le tradizioni locali. In alcuni casi, le famiglie mandano i figli a diventare “talibés”, ossia studenti delle scuole coraniche diretti da maestri chiamati “marabout”. Ed è in questa situazione, si legge nel rapporto, che accade che i trafficanti prendano i bambini per obbligarli a fare la carità per strada. In Senegal si stima che ci siano oltre 30 mila talibés solo la regione di Dakar.

Anche la questione dei bambini soldato continua a essere una piaga devastante per l’Africa subsahariana. Nella Repubblica democratica del Congo, lo scorso anno l’Onu ha documentato che 241 ragazzi sono stati reclutati, 80 uccisi e 92 menomati. Numeri, peraltro, che riguardano solo i casi ufficialmente riconosciuti. Nella Repubblica Centrafricana si stima che ci siano ancora tra i 6 e i 10 mila ragazzini arruolati. E si sospetta che la situazione sia simile anche in Ciad, anche se il paese ha ufficialmente interrotto l’uso di bambini soldato tra le proprie forze armate.

In Ghana, invece, le oltre 103 mila persone schiavizzate sono vittime nell’85% dei casi di lavori forzati e nel 15% di matrimoni obbligati. I settori lavorativi in cui si incontrano più spesso situazioni di questo genere nel Paese sono agricoltura e pesca.

In Sudafrica la situazione è un po’ diversa: le vittime si concentrano più nel sesso a pagamento, nell’edilizia, nell’industria manifatturiera e nel traffico di droga (la fondazione ha condotto anche una ricerca specifica su questo Paese).

Insomma, di esempi, purtroppo, ce ne sono davvero tanti e ovunque.  La Walk Free Foundation ha stilato anche un report regionale su Nord Africa e Medio Oriente, da cui emergono altre 3 milioni di vittime. Le prime posizioni di questa classifica regionale sono tutte occupate da Paesi mediorientali, mentre tra gli Stati africani si incontrano Libia (70.900 schiavi, pari all’1,13% della popolazione), Tunisia (85 mila, 0,766%), Marocco (quasi 220 mila, 0,639%), Algeria (poco meno di 250 mila, 0,626%).

Sopra, una mappa interattiva che mostra i dati sulla schiavitù in Africa subsahariana (Elaborazione Nigrizia su dati Walk Free Foundation)