I paesi africani e caraibici insieme paiono determinati come mai prima d’ora a vedersi riconosciuti i danni derivanti alla tratta transatlantica degli schiavi che tra il XV e il XIX secolo vide tra i 12 e i 15 milioni di uomini, donne e bambini catturati e deportati nelle Americhe per lavorare come schiavi e almeno 2mila morti durante le traversate dell’Atlantico.
Crimini riconosciuti per la prima volta dalle Nazioni Unite lo scorso marzo con l’approvazione di una risoluzione da parte dell’Assemblea Generale che definisce lo schiavismo come il “crimine più grave contro l’umanità”, esortando gli stati membri dell’ONU a contribuire a un fondo per le riparazioni.
Una risoluzione, fortemente voluta dal Ghana, che ha diviso e contrapposto, passata nonostante i voti contrari di Stati Uniti, Israele e Argentina, e l’astensione di 52 paesi, tra cui il Regno Unito e i paesi dell’Unione Europea.
Il passo successivo per i paesi africani e caraibici è stata una conferenza svolta dal 17 al 19 giugno proprio nella capitale del Ghana, Accra, dal titolo fortemente programmatico: “Next Steps”.
Un incontro che si è concluso con l’approvazione di un documento che avanza tra l’altro la richiesta di “scuse complete, formali e incondizionate” e risarcimenti da parte dei paesi occidentali coinvolti nella tratta, la cancellazione completa del debito, la riforma della governance globale, la restituzione dei beni culturali saccheggiati e l’istituzione di un fondo per le riparazioni.
Una strada che, in particolare per quanto riguarda gli aspetti economici, pare tutta in salita, vista la larga opposizione dei paesi occidentali coinvolti, che, seppur con sfumature diverse, in sostanza non sembrano disposti a pagare per crimini commessi centinaia di anni fa.
Lo ha ribadito anche il presidente francese, intervenuto in collegamento da Parigi alla conferenza. Pur riconoscendo la disumanizzazione e la mercificazione delle persone, Macron ha affermato che le riparazioni per la schiavitù non dovrebbero essere “un assegno firmato per chiudere la questione”.
Più accondiscendenti paiono le ex potenze coloniali europee per quanto riguarda la restituzione degli oggetti e delle opere sottratti – si stima che tra l’80 e il 90% dei beni storico-culturali africani siano conservati fuori dal continente -, con operazioni di resa che sono già state avviati da paesi come Regno Unito, Francia e Belgio, cui si aggiungerebbero a breve i Paesi Bassi e la Germania che, proprio in occasione della conferenza, hanno annunciato il prossimo ritorno in Ghana di circa 2mila beni culturali rubati.