Global Slavery index 2014
La schiavitù esiste ancora nel mondo anche e soprattutto in Africa. I risultati del Global Slavery Index 2014, il rapporto dell’ong australiana Walk Free Foundation sulle nuove forme di schiavitù moderna. Nel mondo sono 35.8 milioni i "nuovi schiavi". Di questi, 6.419.900, si trovano nel continente africano.

«Bambini ai quali viene negata un educazione perché costretti a lavorare o a sposarsi precocemente. Uomini che non possono lasciare il loro lavoro perché sono indebitati con i loro padroni. Donne e ragazze sfruttate e non pagate. Lavoratori domestici che subiscono abusi. La schiavitù moderna ha molte facce e diverse forme. Continua ad esistere ancora oggi, in ogni paese. La schiavitù moderna riguarda tutti».
Inizia così il Global Slavery Index 2014 (Gsi), il rapporto pubblicato lunedì, frutto dell’impegno dell’ong australiana Walk Free Foundation (Wff), che prende in esame fenomeni come il traffico di esseri umani, i matrimoni forzati, la schiavitù per debito e lo sfruttamento sessuale con fini commerciali e in base a ciò stima la presenza degli schiavi moderni nel mondo.
Secondo il Gsi 2014 nel mondo sono 35.8 milioni le persone che vivono in una qualche forma di moderna schiavitù nei 167 paesi analizzati. Di questi, 6.419.900 si trovano nel continente africano. Questa è la seconda edizione dello studio della Wff e facendo un confronto con il risultato globale della precedente, si apprende che il numero di persone che vivono in queste condizioni è aumentato del 23%.
Gli studiosi della Wff hanno precisato che la maggior parte di questo incremento è probabilmente dovuto alla maggiore precisione nelle stime e nei parametri utilizzati nell’indice.

La classifica degli “oppressori”
Il dieci paesi con il maggior numero di schiavi moderni sono: India, Cina, Pakistan, Uzbekistan, Russia, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Indonesia, Bangladesh e Thailandia. Nel loro insieme questi dieci paesi (due dei quali sono africani) ospitano il 71% dei 35,8 milioni di servi moderni nel mondo.
Se però si tiene conto della più alta percentuale di persone ridotte in schiavitù rispetto all’intera popolazione del paese, allora classifica cambia ed è forse più significativa, perché tiene conto delle proporzioni demografiche. Ecco quindi la top 10: Mauritania, Uzbekistan, Haiti, Qatar, India, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Siria e la Repubblica Centrafricana.

L’Africa
Osservando questa seconda classificazione, si nota la fittissima presenza di nazioni africane nelle prime 60 posizioni. Segno che la schiavitù moderna nel continente africano è molto radicata all’interno della popolazione.
Ma prima di capire il perché, ecco un po’ dei dati africani: 5,619,200 dei 35,8 milioni di schiavi moderni vive nell’Africa subsahariana (15,7% del totale mondiale). A questi vanno aggiunti gli 800,700 dei paesi del Maghreb in Nord Africa che vengono studiati dal rapporto assieme al Medio Oriente (per la vicinanza culturale). Ecco da dove viene il sopracitato totale di 6.419.900 servi moderni africani.
Gli analisti della Wff dicono che esiste un legame direttamente proporzionale tra l’instabilità di un paese e la vulnerabilità della sua popolazione. Guerre di vario genere, ad esempio, hanno costantemente un forte impatto sui livelli di schiavitù moderna. Fra le prime conseguenze di un conflitto, infatti, c’è sempre lo sfruttamento dei più deboli. Certe caratteristiche non mancano in Africa, il rapporto fa chiaro riferimento a bambini e adulti utilizzati nelle miniere o in guerra da gruppi ribelli nell’Africa centrale. 
Ma non solo, perché se poi alla base o come conseguenza del conflitto prevalgono scontri etnici o religiosi, il fenomeno si accentua per via della discriminazione. In un contesto di questo tipo alcuni individui finiscono con l’essere segnati come poco importanti e meno meritevoli di diritti e tutele, per questo diviene più facile che finiscano col vivere in condizioni di schiavitù moderna. Anche questo è un fattore purtroppo spesso presente nel continente africano.

Migranti esposti
Dall’analisi del Gsi si apprende anche che i migranti africani, sia all’interno del continente che verso l’esterno (Europa e Golfo Persico), fuggono da contesti disastrosi senza risorse economiche e tutele in cerca di opportunità. Di conseguenza sono più esposti allo sfruttamento e impieghi informali (in nero) senza leggi sul lavoro e senza accesso ai servizi sociali. L’incertezza del loro stato politico (permesso di soggiorno o visto) li dissuade dal denunciare gli abusi alle autorità e così diventare schiavi moderni diventa facile.
Nigeria ed Etiopia vengono prese ad esempio in questo senso dal rapporto. La prima per via della tratta dello sfruttamento sessuale attraverso la criminalità organizzata in Europa. Il secondo per i lavoro nel settore edile e dei lavori domestici in Medio Oriente in cui i migranti vengono sottopagati e sfruttati.

Problemi socio-culturali
A tutto questo, gli studiosi del Wff, aggiungono la questione dei matrimoni precoci e della condizione della parità di genere, problemi ancora forti in Africa a causa dei contesti socio-culturali, e che contribuiscono ad innalzare i livelli di schiavitù moderna rilevati. Su questo auspicano un’emancipazione culturale accompagnata da interventi legislativi e politici adeguati.

Per concludere quindi, si può dire che la schiavitù in Africa non è mai scomparsa si è solo trasformata. E il nuovo “negriero” è invisibile ed è il contesto politico, economico, culturale e sociale che affligge le popolazioni africane attraverso le nuove forme di schiavitù endemiche.