Riappropriarsi dell’azione politica
Il contributo di un comboniano che vive a lavora nella baraccopoli di Korogocho (Kenya). Ecco con quale spirito partecipa al WSF.

In un’epoca di disincanto e di estrema razionalizzazione della realtà ancora qualche credenza rimane ed è forte. Essa permane intoccabile. Parlo della credenza nel mito dello sviluppo. Un mito che resiste al disincanto non per qualche strano mistero o incantesimo della vita: permane perché fa comodo credervi, anzi far credere che va bene così è una strategia che lavora sui corpi e sulle menti di chi crede al mito.

Questo mito ha dato la possibilità a una parte (contenuta) del genere umano di costruirsi dei bei palazzi, grattacieli, veri e propri imperi personali e dall’alto di queste costruzioni essa sta ammirando la bellezza del mondo, un mondo che nell’ottica cinica e miope del capitalismo (unica via con la quale si può avere lo sviluppo?) diventa sempre più dominato dalla disuguaglianza. Questa disuguaglianza sembra non far paura agli imperatori: non la considerano dannosa per sé, che con la pancia piena non sanno capire i morsi della fame. Queste disuguaglianze sono anche un fattore di profitto dal duplice volto, poiché i meccanismi che le generano offrono anche la possibilità di essere generosi – attraverso la beneficenza pelosa – e così mettere a posto la coscienza quando essa è turbata dall’immoralità della ricchezza che crea disuguaglianza.

Vivo e lavoro da sei anni in Kenya, in uno slum di Nairobi – Korogocho – ed è dal 1996 che mi sono affacciato all’Africa, atterrando a Kinshasa (Rd Congo). Questi anni di presenza in terra africana, ma soprattutto di contatto con certe realtà di povertà, o meglio impoverimento, e di disuguaglianze mi danno tanto da star male, tanto da pensare e da pregare per molti dei miei vicini di casa che sono persone a cui Dio non smette mai di dare il suo amore, le sue attenzoni e le sue carezze. Le stesse carezze Dio Padre/Madre fa a tutti, proprio tutti, solo che sul volto di molti queste carezze scivolano via, passano inosservate: se qualcuno se ne accorge non sa di essere amato così tanto da meritarsele.

Dio non fa differenze, non crea disuguaglianze, non fa profitto sul dolore altrui, sulla povertà, sulle guerre, sulle carestie e in generale sulle catastrofi. Questi appena citati sono i titoli quotati in borsa dal capitalismo e dal capitalista per speculare profitto e avere la pancia sempre più piena. E questi titoli hanno come base la disuguaglianza tra le persone e ne creano ancora di più.

Cosa può far sì che l’essere umano comprenda che le disuguaglianze costituiscono un fattore di indebolimento del sistema nello stesso momento in cui sembrano rafforzarlo? Una reale contraddizioni in termini, un ossimoro proprio come quello che l’economista Serge Latouche ha evidenziato criticando lo sviluppo sostenibile.

Lo sviluppo economico, il mito nel quale stiamo vivendo, o meglio siamo imprigionati, è come un termitaio, che diventa sempre più alto, le termiti vi lavorano instancabilmente slanciando il termitaio sempre più in alto utilizzando la terra trasportata dal basso, dalle stesse fondamente che reggono l’altezza. Ma tutto ciò fino a quando? Per favore non ditelo alle termiti che stanno facendo un lavoro a perdere.

In un commento al World Economic Forum di Davos è scritto: “La scoperta di questo World Economic Forum è questa: la diseguaglianza che conta ha cambiato dimensione. Non è più quella tra il G7 e gli altri, o tra il Nord e il Sud del pianeta. Anzi, proprio mentre il boom delle nazioni emergenti andava riducendo quel tipo tradizionale di diseguaglianza mondiale, è all’interno di ogni singola società che la distanza tra i ricchi e gli altri ha preso a correre in modo forsennato. […] Nel sondaggio realizzato qui tra i Vip sui mega-rischi del futuro, la “disparità economica” è stata plebiscitata come uno dei più importanti. L’Uomo di Davos ha più paura di uno scoppio di rabbia sociale che delle guerre, dell’inflazione, della corruzione, o dei cataclismi naturali”.

Non so se questa presa di coscienza può cambiare le cose, ma almeno mi fa rendere conto che a Davos non si riuniscono solo termiti infaticabili e malate di guadagno; c’è una presa di coscienza di come le cose possono andare se non si cambia il paradigma dello sviluppo economico.

A Dakar il World Social Forum si riunisce in contemporanea o poco dopo il World Economic Forum per fare da contraltare. Alla luce degli eventi che stanno avvenendo nel nord Africa – un effetto domino scatenato dal fatto che è possibile per la gente dire NO, dire BASTA a logiche politiche asservite all’economia capitalista – mi sembra chiaro che a Dakar non sono chiamato a partecipare come un lillipuziano, che con il mio piccolo filo vado, in compagnia di altri, ad incatenare il gigante dell’economia capitalista!! Certo nell’Inghilterra del XVII secolo questa storiella e il suo messaggio erano molto incoraggianti, e lo sono ancora!! Solo che ciò che deve unirmi agli altri non è un filo, bensì uno strumento per auscultare e una matita. Qui a Dakar cerco di leggere, di capire i segnali che provengono da questa realtà globalizzata e malata di profitto. Il capire questo mi aiuterà a riscrivere i gesti con i quali è importante oggi essere nella storia.

La cosa difficile non è andare al World Social Forum con queste intenzioni, la cosa ardua è trovare gli strumenti giusti. Il sistema economico capitalista vigente ha fatto in modo di far sparire dalla circolazione tutti i mezzi per auscultare e le matite. Il dominio culturale, la lobotomizzazione effetuata dal sistema economico capitalista nel quale viviano ha fatto in modo che educazione, spirito di osservazione e critica fossero monopolizzati, diretti, dettati ed anche bollati di atteggiamenti violenti, di sfaccendati che vogliono solo far caos perchè non capiscono!! Questo sistema economico è a disagio di fronte a menti pensanti, si trova meglio con i polli d’allevamento. Mi rendo conto di quanto l’educazione e l’approfondimento di certi temi anche economici, politici, sociali sono importanti se vogliamo fare un lavoro diverso da quello delle termiti.

Questo sistema economico ha trasformato le matite in armi e ha ammaliato ed assoldato quanti ne possedevano una senza capire il profondo valore di quella matita, insegnandogli ad usarla per farsi strada in questo mondo pervaso dalla logica del più forte. Invece quanti hanno capito l’importanza di questa azione politica nelle mani del cittadino sono stati assimilati a violenti, comunisti e guastafeste.

Dobbiamo riappropriarci della nostra Azione Politica, di quella Politica che G. La Pira e Paolo VI definivano la forma più alta di Carità. Solamente comprendendo le regole e le cotraddizioni di questo sistema (strumento per auscultare) si può capire come riscrivere i gesti di rispetto e condivisione verso il creato e verso l’umanità (matita). Questa è una vera sfida, non solo per chi si riunisce a Davos decidendo le sorti del mondo attorno ad un tavolo dall’alto di una bella terrazza con vista sulle Alpi.

Questa è una sfida per la società civile, che deve non solo rispecchiarsi negli eventi e nel successo di questi, ma deve nella sua quotidianità leggere la realtà e vivere facendo della sua azione quotidiana un’azione Politica in grado di riformulare in altro modo l’abitare questa storia, questo mondo. Il cammino fatto dalle società civile in questi anni è molto interessante e bello e per renderlo più concreto ci vuole un’incidenza politica, una politica che non si fa nei palazzi ma per le strade, in cammino.