Sud Sudan
Ha compiuto due anni la crisi politica che tiene in scacco il paese e lo ha portato alla guerra civile. I leader tradizionali, se ascoltati, potrebbero contribuire a trovare una mediazione.

Il 23 luglio del 2013, la crisi nella leadership sudsudanese, che da mesi andava in scena nel palazzo, diventava pubblica innescando, meno di cinque mesi dopo, il conflitto senza esclusione di colpi e per ora senza vie d’uscita.

Quel 23 luglio, con decreti presidenziali resi noti dai media governativi, il presidente Salva Kiir azzerava la leadership in carica, dimissionando l’allora vice presidente Riek Machar, ora capo dell’opposizione armata, Pagan Amun, segretario dell’Splm, il partito al potere e l’intero governo. La nuova compagine governativa venne insediata parecchie settimane dopo, non senza contrasti con il parlamento sul nome di alcuni ministri, che dovettero essere sostituiti, compreso uno dei fedelissimi del presidente, Telar Ring Deng.
La crisi, che per mesi si era mantenuta nell’ambito politico, degenerò la notte del 15 dicembre con massacri nella capitale e arresti degli oppositori politici. Machar riuscì a scappare e organizzò la resistenza armata. Da allora è stato un crescendo di atrocità e un susseguirsi di sessioni di trattative di pace che non hanno dato nessun risultato. Manca la fiducia reciproca, prerequisito necessario a trovare e accettare i compromessi indispensabili a uscire dal tunnel dove la leadership ha precipitato il paese, dicono parecchi osservatori ed esponenti della società civile sud sudanese. E probabilmente ancora nessuno ha un’idea chiara di quale strada possa essere utilmente percorsa per ricostruirne i ponti. Spesso è stato menzionato il ruolo che i leader dell’amministrazione nativa potrebbero avere nel facilitare una risoluzione della crisi.

Il 18 luglio scorso il Rift Valley Insititute, autorevole centro studi che si occupa dell’evoluzione socio-politica dell’Africa dell’Est e del Corno d’Africa con sede a Nairobi, ha organizzato un’interessante conferenza in cui alcuni intellettuali sud sudanesi hanno discusso con alcuni capi dell’amministrazione nativa, rappresentanti di diversi gruppi etnici. Ne è emerso un quadro complesso e problematico.

Potere accentrato
Dopo l’indipendenza, secondo Wilson Peni Rikito – di etnia zande e presidente del Consiglio dei leader tradizionali dell’Equatoria occidentale – non è stato previsto un sistema che permettesse ai capi tradizionali di influire sulla gestione politica del paese. Perciò, ha commentato Alfred Lokuji, professore all’Università di Juba, sperare che i capi dell’amministrazione nativa possano influire in modo efficace nel processo di pace di questo conflitto della leadership e non della gente, è un’illusione. I leader tradizionali rimangono autorevoli presso le loro comunità, ha aggiunto Wilson, e magari il loro peso è decisivo durante le campagne elettorali. Nell’Equatoria occidentale, dove la loro autorità è ancora grande, la crisi non si è sentita finora. Sono riusciti a tenere i giovani lontani dalla guerra, consigliando loro di non arruolarsi in nessuna fazione. Ma anche la loro presa sulla gente sta diminuendo a causa delle troppe armi in circolazione.

Armi facili
Lo scardinamento dell’organizzazione sociale, dovuto alla diffusione delle armi leggere tra la popolazione, è stato un tema ribadito anche dagli altri leader presenti. Jacob Madhel Lang Juk, capo supremo dei dinka del clan Rek, dello stato di Warrab, ha chiesto il disarmo generalizzato, dicendo che il pretesto della necessità di difendersi porta a una diffusione tale per cui anche scontri minimi degenerano in conflitti, con decine di vittime.

Come nel caso della White Army, milizia tribale nuer composta di giovani dei villaggi più remoti, in gran parte analfabeti, che si è resa responsabile di efferati massacri durante la guerra. All’esempio, portato da una domanda tra il pubblico, Simon Lokuji Wani, capo dei Bari, gruppo maggioritario nell’Equatoria Centrale, ha commentato che «uccidono con le armi, non con le frecce; chi gliele dà?». Richiamando così a una pesante responsabilità la comunità internazionale che non ha ancora deciso l’embargo sul commercio delle armi per il Sud Sudan.

Kiir e Machar lontani
Cruciale per capire il ruolo che i leader tradizionali possono avere in una soluzione della crisi è una riflessione sulla qualità del conflitto. Secondo Alfred Lokuji, i capi tradizionali non hanno mai dovuto affrontare una guerra come quella che si combatte ora in Sud Sudan. Hanno gestito scontri comunitari dovuti alle razzie di bestiame o ai diritti di pascolo; quello è sempre stato il loro ruolo. Su altri tipi di conflitto non hanno competenza ed esperienza.

E dunque quello che possono fare, ha ammesso Nyuong Danhier Gatluak, capo supremo dei nuer del clan Nyuong, dello stato di Unità è parlare con i leader, e chiedere loro dove stanno andando e dove stanno portando il paese. Ma non è facile incontrarli, perché «noi abbiamo contatti con la gente, che è la carne da cannone», ha aggiunto il dinka Yacob. Lo zande William su questo tema rilancia alla comunità internazionale: «Se riuscite ad organizzarci un incontro con i due leader, qualcosa da dire ce lo abbiamo e potrebbe contribuire a fare la differenza».

Contesto desolante
Tutti se lo augurano, perché la situazione nel paese peggiora di giorno in giorno in tutti i campi. All’inizio della settimana ci sono stati cambiamenti al vertice nell’organigramma dell’esercito dell’opposizione, e questo potrebbe essere indice di scontri interni e di defezioni che porterebbero alla moltiplicazione delle parti belligeranti sul terreno e all’ulteriore complicazione del conflitto.

La situazione umanitaria è drammatica. Médicins Sans Frontières richiama l’attenzione sulle aree dell’Alto Nilo, in particolare la riva occidentale del Nilo controllata dalle forze ribelli, dove i continui combattimenti hanno costretto le organizzazioni umanitarie ad interrompere le operazioni, lasciando decine di migliaia di persone senza assistenza. Preoccupazione destano le condizioni di migliaia di bambini malnutriti e privi della necessaria assistenza.

Il governo, inoltre, ha interrotto la navigazione delle chiatte sul fiume, rendendo così praticamente impossibile il trasporto di aiuti umanitari in molte zone in altri modi irraggiungibili. E si tratta delle zone che le organizzazioni umanitarie già considerano al livello di emergenza 3, quello appena precedente alla dichiarazione dello scoppio della carestia. Insomma, nell’Alto Nilo si configura una situazione catastrofica, come quella già esistente e denunciata dello stato di Unità.
L’insicurezza ha raggiunto anche vaste zone dei tre stati della regione dell’Equatoria, dove si verificano continui incidenti, con morti e ruberie, lungo le strade principali, che conducono a Nimule, Yei e KajoKeji, mentre la strada per Terekeka, nella direzione di Bor, è rimasta chiusa per settimane. Nei giorni scorsi ci sono stati scontri in zone vicine alla capitale, mentre gruppi armati ribelli, ma non meglio identificati, hanno dichiarato di essere molto vicini alla capitale, subito smentiti, ovviamente, dall’esercito governativo.
I colloqui di pace, interrotti all’inizio di marzo, avrebbero dovuto riprendere alla fine di questa settimana, ma, fino ad oggi, venerdì, non se ne è avuta notizia.

Sarebbe dunque il caso di provare a sostenere le richieste dei leader tradizionali: embargo al commercio delle armi e organizzazione di un loro incontro con la leadership politica per far sentire la voce della gente. Quello che è risultato evidente dalla conferenza di Nairobi è che i leader tradizionali hanno posizioni molto simili, nonostante rappresentino gruppi etnici diversi.