Kenya
La fornitura d'acqua potabile e low cost nelle baraccopoli della capitale del Kenya non è più un miraggio. Investimenti e utilizzo di nuove tecnologie stanno migliorando la situazione. Gli ostacoli restano molti, come il cartello dei venditori abusivi, le carenze nella rete distribuzione e la scarsità di fonti idriche potabili.

Da alcuni giorni gli abitanti dello slum di Mathare, a Nairobi, possono acquistare acqua pulita a basso prezzo da un dispenser, utilizzando una smart card o il telefono cellulare. La fornitura di acqua low cost fa parte del programma per il rinnovamento delle baraccopoli, avviato dal governo nel 2010. Con il sostegno finanziario della Banca Mondiale e il supporto tecnologico della società danese Grundfos. La Nairobi city water and sewerage company (Ncwsc, la principale delle tre aziende che forniscono acqua alla capitale kenyana) ha disposto quattro distriburori automatici in varie zone di Nairobi, ma quello di Mathare è il primo ad essere installato in uno slum.

La fornitura ha un costo di appena 0,50 centesmi di shilling (metà di un centesimo di euro) per 20 litri, 100 volte meno del prezzo fissato dagli ambulanti (50 centesimi per 20 litri). La lucrativa vendita di acqua pulita nelle baraccopoli e in altre zone della capitale, è gestita in esclusiva da un cartello di centinaia di operatori che prelevano il liquido danneggiando le condotte o collegandosi illegalmente. «È un settore controllato – riferisce Pauline Nyota, operatrice dell’organizzazione umanitaria Water and sanitation for the urban poor (Wsup) – se non si è del gruppo è molto difficile poter aprire un chiosco di vendita, ed è per questo che la gente pensa a loro come ad una mafia». La rete di condutture è datata e sottoposta a scarsa manutenzione, e questo agevola la manomissione delle tubature e gli allacciamenti abusivi. Ma in alcune zone povere della capitale le cose stanno cambiando.

Nuovi  servizi ma con ostacoli
Nello slum di Kayole, in cui vivono circa 100 mila persone, il nuovo sistema di pagamento telefonico della bolletta – il primo di questo tipo utilizzato nell’Africa dell’Est – sta agevolando la diffusione della rete idrica: le rendite, per la società di distribuzione, sono aumentate e quest’ultima intende re-investire il denaro per arrivare a raggiungere ogni abitazione.
Kibera è il secondo più grande slum del continente, con una popolazione che si aggira attorno ai 200 mila abitanti. Anche qui si registrano piccole, positive rivoluzioni e il cambiamento avviato dal programma governativo ha presto coinvolto la popolazione locale. Negli ultimi cinque anni, la volontà della gente di migliorare le proprie condizioni di vita, assieme al sostegno economico delle istituzioni, ha fatto nascere strade, cliniche mediche e piccole postazioni di polizia in vecchi continers riadattati, alcuni punti luce notturni e persino delle reti wifi gratuite, dando lavoro a circa 3.500 persone, ma l’acqua potabile e i servizi igienici sono ancora un obiettivo lontano.  
A Kibera, Korogocho e negli altri slum della capitale, la barriera più consistente è quella eretta dai proprietari delle baracche che sono riluttanti ad investire per fornire acqua corrente agli inquilini e osteggiano, in generale, gli sforzi compiuti per migliorarne la qualità di vita. «La maggior parte dei landlords – spiega Graham Alabaster, direttore del settore di igiene urbana del programma Onu per le abitazioni (Un Habitat) – sono persone che occupano posti di prestigio a Nairobi e che guadagnano molto bene sfruttando questa situazione».

C’è ancora da lavorare
Il cambiamento ha avuto inizio nel 2010 con l’entrata in vigore della nuova Costituzione che sancisce l’accesso all’acqua come diritto umano universale. Le tre società che gestiscono la distribuzione idrica nella capitale, sono dunque obbligate a rendere conto, anno dopo anno, dei passi avanti compiuti per arrivare a portare l’acqua corrente a tutta la popolazione (2 milioni di persone), slum compresi. Ma attualmente, anche le zone fornite dalla rete soffrono di ricorrenti e prolungati blackout.
Paradossalmente Nairobi – il cui nome deriva dalla parola masaai che significa “acqua fresca” –  soffre storicamente di carenza di fonti idriche potabili. «La richiesta attuale di acqua è di 720 mila metri cubi al giorno – spiega il direttore della Ncwsc, Phillip Gichuki – ma noi riusciamo a fornirne solo 560 mila». Un deficit di 160 metri cubi, aggiunge, che può essere azzerato solamente con nuovi investimenti. Intanto, le bollette sono quasi raddoppiate dal marzo di quest’anno.

Le dighe di Sasumua (di epoca coloniale) e Ndakaini (edificata nel 1991), sono ancora l’unica fonte d’acqua – sporca e contaminata – per gran parte della popolazione povera (che vive con circa un euro al giorno). Malattie trasmesse dall’acqua inquinata (colera, tifo, epatite A, diarrea) sono diffusissime negli slum di Nairobi, in particolare tra i bambini.
In generale quelle trasmesse dall’uso di acqua contaminata, sono la principale causa di morte nel mondo con 3.4 milioni di decessi all’anno, secondo dati dell’Organizzazione mondiale della sanità. Nonostante la scadenza del termine stabilito per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio dell’Onu (Millennium development goals, 2000/2015), oltre 700 mila persone sul pianeta, soprattutto nei centri urbani, non hanno ancora accesso a fonti di acqua pulita.

Nella foto in alto uhna bambina trasporta una d’acqua a Kibera, uno dei slums di Nairobi in Kenya.

Sopra nella gallery il centro della Nairobi city water and sewerage company a Mathare e il distributore d’acqua potabile.