Quando tutto questo finirà e si cominceranno a contare e ad analizzare i danni e gli effetti collaterali derivati dalla pandemia, si dovrà sicuramente considerare l’impatto sulla scuola, gli studenti, gli insegnanti stessi. Sono oltre 600 milioni gli studenti africani che da circa due mesi sono a casa in seguito alle ordinanze di chiusura delle scuole.

Casa che per molti vuol dire una capanna, carenza costante di cibo, lavoro domestico, nei campi o nei mercati (quelli locali non hanno mai chiuso). E che vuol dire, in sostanza, abbandono degli studi. Pochi infatti, e solo quelli che provengono da una famiglia agiata e frequentano scuole costose e con insegnanti ben preparati e ben pagati, possono permettersi la didattica a distanza. Anzi, questo termine suona paradossale in luoghi dove le necessità sono ben altre.

Effetto digital divide

Secondo l’Unesco, nell’Africa sub-sahariana, quasi il 90% degli studenti non ha un computer a casa e l’82% non ha accesso a Internet. E sebbene lo smartphone – o almeno il telefono cellulare – sia uno strumento diffuso capillarmente anche nei villaggi più remoti, circa 56 milioni di giovani studenti vivono in aree non servite da reti mobili, il che rende naturalmente impossibile anche la connessione tra colleghi insegnanti.

E ancora, secondo la Teacher Task Force, alleanza internazionale coordinata dall’Unesco, che ha utilizzato informazioni dell’Istituto di statistica dell’agenzia delle Nazioni Unite e dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu), in tutta l’Africa sub-sahariana, solo il 64% degli insegnanti della scuola primaria e il 50% degli insegnanti della secondara ha ricevuto una formazione minima per fornire istruzione a distanza e online.

In ogni caso c’è da chiedersi con che spirito, e che interesse avrebbero ad elaborare una programmazione di classi online, insegnanti che guadagnano così poco da dover ricorrere essi stessi all’aiuto della famiglia o ad arrangiarsi con altri mestieri per arrotondare lo stipendio statale.

«Con quel poco che metto in tasca ogni mese riesco a malapena a dar da mangiare ai miei figli, non posso permettermi di comprarmi un laptop e seppure lo avessi, quanto mi costerebbe stare connesso per ore? E con chi, visto che non ho un solo studente che abbia un computer e fare lezioni via cellulare è impensabile?». Così racconta Kwabena, insegnante di studi sociali alla scuola secondaria di Agona, nella Regione Ashanti in Ghana.

Incertezza su verifiche ed esami

Alla fine di marzo è stata lanciata la Global educational coalition per sviluppare soluzioni per rendere l’apprendimento digitale più inclusivo. Tra gli obiettivi la mobilitazione di risorse per fornire istruzione a distanza attraverso approcci hi-tech, a bassa tecnologia e senza tecnologia.

Certo, le emergenze aguzzano l’ingegno ma nell’attesa di misure che tengano in considerazione fasce della popolazione svantaggiate – che nel continente sub-sahariano sono ancora la maggioranza – i rischi per i ragazzi costretti a casa dalla pandemia sono alti e si ripercuoteranno sul futuro. In alcuni paesi, come il Ghana – primo ad avere allentano le regole del lockdown -, si parla di un rientro a maggio. L’obiettivo è fare svolgere i test di fine anno. In altri, come l’Uganda, la Costa d’Avorio e molti altri, gli insegnanti hanno dato i “compiti a casa”. Non è ben chiaro però, come e quando questi compiti saranno controllati.

Così come non è ancora chiaro se – qualora non si riuscissero ad effettuare i test di chiusura d’anno – gli studenti ripeteranno la stessa classe o saranno automaticamente promossi (più fonti, tra insegnanti, genitori e studenti stessi, dicono che l’ultima ipotesi è la più accreditata). «Io sto studiando – ci assicura la piccola Pamela che frequenta l’ultima classe delle elementari a Kampala – ho tanti esercizi da fare, però la mamma mi dice che il prossimo anno non avrò più la stessa maestra».

Alti rischi per le ragazze

Ma tenere i ragazzi lontano dalla scuola porta anche altri rischi. C’è chi ricorda che la crisi dell’Ebola in Sierra Leone (2014-2015) fece registrare 11mila gravidanze adolescenziali. Analisi sociologiche avevano poi dimostrato che le ragazze, avendo perso la “protezione” dello status di studentesse e della vita scolastica residenziale, avevano stabilito relazioni adulte nella comunità e così sono precocemente diventate madri, mogli, casalinghe. Naturalmente disoccupate.

Il sistema della boarding school in Africa – sorta di collegio dove si va a lezione, si consumano i pasti tutti insieme e si frequentano le cerimonie religiose la domenica – costituisce una sorta di “controllo sociale”. Nello stesso tempo allevia le famiglie e garantisce – almeno nella teoria – un’educazione democratica e per tutti. Ovviamente stiamo parlando delle scuole pubbliche.

Di questa situazione non saranno vittime solo le ragazze. Per i giovani il rischio più forte, soprattutto in certe aree, è quello di essere più facilmente reclutati in gruppi armati. Pensiamo all’area del Sahel, per esempio, ma anche al Camerun, dove da anni è in corso una silenziosa guerra civile tra il governo francofono e i separatisti anglofoni. Mentre l’Unicef sottolinea il rischio legato all’equilibrio dietetico delle popolazioni visto che molti programmi di nutrizione vengono consegnati proprio nelle scuole.

La sfida dell’istruzione per tutti

La domanda, infine, è: quanti di questi 600 milioni di bambini, ragazzi e ragazze torneranno a scuola quando si potrà fare? Quanti saranno costretti a rinunciarvi perché dovranno badare alla mera sopravvivenza? La crisi economica che toccherà certamente tutti, sarà un vero dramma per le popolazioni rurali o che vivono ai margini delle grandi città. Si è stimata una perdita in Africa di 20 milioni di posti di lavoro e una contrazione di -1.6% del Pil nel 2020.

Tutto questo si inserisce in un quadro non sempre confortante dei sistemi scolastici (quelli democratici e per tutti, non quelli privati, che sono tra l’altro spesso più costosi che in un paese europeo).

Come afferma Afrobarometer in una recente analisi “L’istruzione è un potente strumento per combattere la povertà, consentire la mobilità socioeconomica verso l’alto e permettere alle persone di vivere una vita più sana. Ma mentre il tasso globale di alfabetizzazione degli adulti continua ad aumentare, dall’81% nel 2000 all’86% nel 2018 (fonte Banca mondiale 2019), la sfida dell’accesso a un’istruzione di qualità rimane, in Africa, particolarmente seria”.

Negli ultimi anni, a dire il vero, molti governi africani hanno assunto importanti impegni per l’educazione. Su 34 paesi esaminati nel 2016/2018, 33 hanno reso obbligatoria la frequenza scolastica (dai 5 agli 11 anni) e 33 forniscono istruzione primaria gratuita. Molti governi impegnano anche parti sostanziali dei budget annuali per migliorare l’istruzione.

In Costa d’Avorio, eSwatini, Ghana, Malawi, Senegal, Tunisia e Zimbabwe, ad esempio, oltre il 25% della spesa pubblica totale è destinata all’istruzione (fonte Banca mondiale 2020). Progressi lenti ma costanti che quando tutto questo sarà finito rischieranno però di confondersi e forse sparire tra le altre necessità.