1960-2010: indipendenze africane
Ieri a Roma la prima di tre giornate dedicate al continente, in occasione dei cinquant’anni d’indipendenza di 17 paesi africani. L’iniziativa è curata dall’associazione Officina Griot, in collaborazione con la rivista Internazionale.

«Voglio tornare a casa, ma casa mia è la bocca di uno squalo. Casa mia è la canna di un fucile e nessuno lascerebbe la casa a meno che non sia la casa a spingerti verso il mare». Le parole sono di Warsan Shire (nella foto), poetessa somala di 22 anni che però in Somalia non ha mai vissuto. È nata in Kenya, dove i genitori si erano rifugiati per sfuggire al regime di Siad Barre, e in seguito ha vissuto a Londra. Shire ha testimoniato la propria condizione nell’incontro “Biografia di un continente”, che si è tenuto ieri a Roma, per riflettere sui 50 anni dell’indipendenza dell’Africa (nel 1960 17 paesi si sono liberati dai colonizzatori europei).

 

Nell’incontro tenutosi a palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma, la poetessa anglo-somala e altri scrittori africani hanno tracciato un bilancio di questi primi 50 anni di libertà conquistata, ma non ancora metabolizzata dalle giovani entità statuali africane.

 

«Cinquant’anni sono pochissimo rispetto ai tempi della storia – commenta Jean-Léonard Touadi, presidente di Officina Griot, deputato del Partito Democratico, giornalista e collaboratore di Nigrizia – e non è giusto per questo chiedere conto agli africani dei risultati ottenuti. Certe conquiste hanno bisogno di decantare».

 

Boubacar Boris Diop è un giornalista, saggista e drammaturgo senegalese. Ha 64 anni e ha sempre vissuto in Africa, attualmente a Tunisi. Guardandolo si legge la saggezza e la voglia, intatta, di trasmettere la sua passione per la sua casa: «La negrofobia è stata alimentata da noi africani con la corrente filosofica che io chiamo “afropessimismo” che negli anni ’90 ha cercato le responsabilità nelle difficoltà degli stati africani nelle caratteristiche degli africani stessi che sarebbero la causa del proprio male».

 

L’altro ospite di serata è Wilfried N’Sondè, musicista e scrittore congolese che, trasferitosi a Parigi nel 1973, vive ora a Berlino ed è critico verso l’idea di una biografia per l’intero continente: «Non si può alimentare l’idea che l’Africa sia uno stato, mentre è un vasto continente». N’Sondè commenta le vicende africane da un punto di vista europeo: «Nei paesi occidentali si pensa che essere poveri sia molto peggio della natalità. Ma di chi è il futuro se non delle nuove generazioni? E come farà l’Europa a sfidare il futuro chiudendo le porte in faccia ai migranti?». Domande che a Roma, a poche centinaia di metri da Montecitorio, dovrebbero far riflettere i parlamentari italiani.

 

Al termine del dibattito tocca a Warsan Shire: voce calda, inglese perfetto e voce rotta dalla commozione quando le sue parole di vittima della diaspora somala raggiungono l’apice del ritmo e del significato. Ma gli appuntamenti non sono finiti a Roma con la “Biografia di un continente”. Oggi e domani al Goethe Institut, al Salone provinciale del palazzo della Provincia di Frosinone e alla libreria Griot, l’associazione Officina Griot, presieduta da Jean-Léonard Touadi, continuerà la promozione della cultura contemporanea africana con altri protagonisti e dibattiti.