Guinea-Bissau
L’ennesimo colpo di stato militare dello scorso 12 aprile mantiene la Guinea-Bissau nella condizione che le è abituale: una non nazione, un “corridoio” funzionale ai traffici internazionali di droga. Istituzioni e elezioni presidenziali bloccate. I vescovi chiedono dialogo.

La Guinea-Bissau non esce dal copione dell’instabilità politica permanente. Instabilità che è funzionale ai traffici di cocaina che, provenendo dall’America Latina, transitano attraverso questo piccolo paese dell’Africa occidentale e sfociano in Europa, mercato di consumo.

L’ex colonia portoghese, indipendente dal 1974, ha conosciuto in questi pochi decenni numerosi colpi di stato e omicidi politici. L’ultimo golpe, messo a segno da militari risale allo scorso 12 aprile ed è arrivato prima che potesse tenersi il secondo turno delle presidenziali, previsto per il 29 aprile, che metteva di fronte il primo ministro uscente Carlos Domingos Gomes Junior e Kumba Yala, leader del Partito del rinnovamento sociale (Prs). I militari hanno arrestato sia Gomes Junior sia il presidente ad interim Raimundo Pereira.

Le elezioni si sono rese necessarie dopo la morte per malattia, lo scorso gennaio, del presidente Malam Bacai Sanha. Quest’ultimo era stato eletto nel luglio del 2009 dopo che, nel marzo, era stato ucciso da militari il presidente Jõao Bernardo Vieira, uomo forte, entrato in politica con un colpo di stato nel 1980.

In questa situazione edificante, il colpo di stato è stato condannato dall’Unione africana, che ha sospeso la Guinea-Bissau dall’organizzazione, e dalla Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale. E si segnala una presa di posizione dell’episcopato. In una nota del 17 aprile, i vescovi della Guinea-Bissau condannano il golpe, giudicandolo peraltro inutile: «Nella nostra storia recente atti simili a questo si sono ripetuti più volte e il risultato è evidente agli occhi di tutti: le cause profonde delle crisi non vengono minimamente intaccate, mentre sorgono nuovi conflitti».

I vescovi indicano ai guineani «la nobile strada del dialogo» come via per la riconciliazione, la giustizia e l’armonia sociale. E richiamano la popolazione ad «una corretta coscienza morale, che miri al bene comune, e ad evitare comportamenti dannosi per la convivenza pacifica, come la violenza, la ricerca illegale del potere e della ricchezza, la corruzione, l’impunità concessa al crimine, la mancanza di trasparenza nell’amministrazione».

Mentre il quadro politico rimane assai incerto, c’è stato in questi giorni il tentativo di trovare un accordo tra i maggiori partiti dell’opposizione e i militari golpisti. L’intenzione sarebbe di dissolvere le istituzioni e creare un Consiglio nazionale di transizione. Ipotesi bocciata – perché «aggraverebbe la crisi politica» – dal segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon.

La Guinea Bissau ha 1,5 milioni di abitanti e un esercito di 12mila uomini ben equipaggiati e addestrati. Perché questa forza non contrasta il traffico di cocaina? Mons. Pedro Zilli, brasiliano, vescovo di Bafatà da oltre 10 anni, sentito da Nigrizia alla vigilia del primo turno delle presidenziali, ha risposto così: «Credo che siano tutti un po’ implicati. Coinvolti nei traffici di droga sono non solo i militari ma anche molti i civili, alcuni con responsabilità politiche. Quindi a permettere il traffico sono i vertici politici e militari, la gente che comanda». (rz)