Angola / Tensioni politiche
L’incrocio di due fattori – l’avvicinarsi del voto legislativo e il prezzo basso del petrolio – sta surriscaldando il clima politico. I partiti di opposizione chiedono dove sono andati a finire i miliardi di dollari di un fondo pubblico alimentato dalle entrate petrolifere ai tempi delle vacche grasse. Il Palazzo tace. La magistratura anche.

Il partito al potere dall’indipendenza del 1975, il Movimento per la liberazione dell’Angola (Mpla), si sta muovendo per ritardare lo svolgimento delle elezioni legislative previste nel 2017. Lo sostiene Isaias Samakuva, presidente dell’Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola (Unita), principale partito di opposizione. Una tesi che ha ribadito anche a fine aprile, incontrando la Commissione europea e il parlamento dell’Ue.
Spiega a Nigrizia il numero uno dell’Unita: «Ci sono dei passi preparatori da compiere in vista del voto. Si sarebbero dovuti fare già da mesi, ma così non è stato. È necessario rivedere la legge elettorale e quella che detta le regole sulle modalità di osservazione del voto. E poi c’è la questione della registrazione degli elettori. Succede invece che il governo, pur essendo ufficialmente d’accordo sulla necessità di svolgere questi compiti, tarda a prendere decisioni».
Secondo Samakuva, questi ritardi sono da addebitare alla situazione politica. Che ritiene sia confusa tanto nel paese quanto all’interno dell’Mpla. E a innescare il tutto sarebbe la difficile condizione economica in una nazione che è tra i primi produttori di petrolio al mondo. E afferma: «C’è un malcontento generale perché molti angolani oggi, a causa dell’aumento dei prezzi di tanti beni di prima necessità, non hanno la possibilità di acquistare cibo e medicine. Senza contare che nelle città la viabilità è abbandonata a sé stessa così come la gestione dei rifiuti. Chiaro che in questo contesto il governo ha bisogno di prendere tempo per potere recuperare consenso e organizzare il voto in una posizione meno critica».
Anche perché, se l’Mpla riesce a mantenere il controllo del parlamento, ci sono buone possibilità che nel 2018 possa confermare alla presidenza del paese il leader José Eduardo dos Santos. Naturalmente Samakuva non ha mai creduto a dos Santos il quale in più occasioni ha dichiarato che non intende candidarsi per un altro mandato, ma che intanto sta su quella poltrona dal 1979. Sarebbero dichiarazioni fatte circolare al solo scopo di abbassare la tensione sociale.

170 miliardi
L’Unita rifiuta la tesi governativa secondo cui tutti i mali sono da addebitare al crollo del prezzo del petrolio. «Dal 2014, il prezzo del petrolio ha cominciato a scendere vistosamente e a partire da allora il governo ha iniziato a dire che il paese è in crisi. Ma bisogna chiedersi perché, considerato che l’Angola dovrebbe disporre di riserve custodite in un apposito fondo creato nel 2011 e alimentato dalla plusvalenza realizzata sul mercato mondiale quando il prezzo del petrolio era elevato».
Negli ultimi anni, il barile era contabilizzato tra i 55 e gli 85 dollari quando il prezzo fino al 2014 superava i 100 dollari. L’Unita stima che la differenza versata in questo fondo si aggiri sui 37 miliardi di dollari. Samakuva aggiunge: «Se si tiene conto anche del denaro della riserva strategica per le infrastrutture di base, valutato in 130 miliardi di dollari e gestito dalla presidenza della repubblica, poi dei ricavi provenienti dai bonus sull’utilizzo delle concessioni petrolifere a società straniere e infine del Fondo sovrano dell’Angola (Fsdea), presieduto da José Filomeno, figlio del presidente, lo stato dovrebbe disporre di oltre 170 miliardi di dollari, cioè il triplo del bilancio nazionale annuale».
Da più di un anno, l’Unita e altri partiti di opposizione chiedono al governo che dica con chiarezza dov’è conservato questo denaro. Ma finora non è arrivata alcuna risposta. «Se ci sono questi denari, non ci dovrebbe essere crisi. E invece non c’è valuta nelle banche e il corso della moneta nazionale, il kwanza, è in forte calo tanto che per procurarsi denaro occorre rivolgersi al mercato informale. E tutto ciò mentre il corso del dollaro è quattro volte superiore al corso legale della moneta», rincara Samakuva.

Conti offshore
È possibile stabilire un rapporto tra conti offshore attribuibili a membri dell’élite politica angolana (per esempio il ministro del petrolio, José Bothelo de Vasconcelos, titolare di un conto nel paradiso discale delle Isole Samoa, come ha rivelato l’inchiesta giornalistica Panama Papers) e l’occultamento del denaro del petrolio, denunciato dall’opposizione?
Samakuva è convinto che ci sia una «connessione diretta». Pur ammettendo che l’opinione pubblica angolana non si è quasi accorta di queste rivelazioni. Anche perché, a sentire Samakuva «tra i dirigenti angolani, il possesso di conti offshore è una pratica normale. Non c’è trasparenza nella gestione dei beni pubblici e ci sono già state vicende di conti in Lussemburgo e in Svizzera intestati a personaggi dei piani alti del potere (tra cui il presidente). Se le informazioni di Panama Papers non hanno suscitato dibattito, si spiega con il fatto che l’opinione pubblica non è molto forte e comunque è assai poco ascoltata dalla politica. Rimango comunque del parere che il caso del ministro del petrolio non sia isolato…».
L’Unita ha chiesto l’apertura di un’inchiesta giudiziaria e ha sollecitato la Corte dei conti a prendere delle iniziative per capire che fine hanno fatto i 170 miliardi. Ma nessuno di sta muovendo. La ragione è semplice, secondo Samakuva: «Il sistema giudiziario non funziona bene e tutti temono il presidente».
Intanto il governo angolano ha chiesto al Fondo monetario internazionale di intervenire. E anche l’Unita non vede l’ora che la comunità internazionale metta il naso in questa faccenda.