L’editoriale del numero di maggio 2012

Uno analizza le statistiche e si consola: il numero di conflitti africani è drasticamente diminuito negli ultimi 15 anni. La curva del grafico comincia a discendere rapidamente a partire dalla metà degli anni ’90.

 

Se, tuttavia, ci si distrae un attimo e si sbircia ciò che sta accadendo in queste settimane nel continente, si rimane scossi: colpi di stato in Guinea-Bissau e in Mali; violenza nel nord del Mali, con la richiesta d’indipendenza tuareg per il territorio dell’Azawad; una quasi dichiarazione di guerra tra i governi di Khartoum e Juba, dopo appena un anno dalla proclamazione d’indipendenza del Sud Sudan; la Somalia che rimane un paese-cimitero; la Nigeria stretta nella morsa tra un nord colpito dalla violenza del movimento islamico Boko Haram e un sud alle prese con i gruppi ribelli del Delta del Niger… Per non citare i piccoli e medi focolai presenti in altre aree del continente.

 

Presi da sconforto, talvolta si ha come l’impressione che in Africa la violenza sia endemica. Che la guerra o il conflitto abbiano sostituito la politica. Una tesi, peraltro, sostenuta anche da uno storico come Giampaolo Calchi Novati: «È attraverso la guerra o forme di violenza a intensità variabile, come i colpi di stato, che si decide la successione al vertice dello stato fra partiti concorrenti, fra civili e militari o fra i diversi aspiranti all’interno dello stesso gruppo dirigente o di uno stesso clan».

 

Ma non sempre. E non ovunque. L’esempio recente del Senegal, come raccontiamo in questo numero di Nigrizia, rappresenta una boccata d’ossigeno per chi pensa che la democrazia possa mettere radici solide anche in Africa. Anche in Ghana, in Sudafrica, in Botswana e in Benin i frutti elettorali inducono all’ottimismo, nonostante le difficoltà e gli intoppi inevitabili che l’approdo al metodo e al confronto democratici comporta. Coscienti pure che viviamo una stagione dove si registra un disagio globale della democrazia, con un netto calo di consenso di quel marchio geopolitico.

 

Ma non bisogna fare come gli struzzi: l’Africa rimane una delle aree meno pacificate nel mondo. C’è chi pensa che ci siano perfino ragioni strutturali che ne spiegano il perché. Paul Collier nel suo libro L’ultimo miliardo ci ricorda, ad esempio, che «ogni paese a basso reddito affronta ogni 5 anni un rischio di guerra civile pari al 14%». E ancora: «Più il reddito di una nazione è basso all’inizio di un conflitto e più il conflitto è destinato a durare». Non solo: «Appena metà dei paesi usciti da un conflitto è stato in grado di superare un intero decennio senza ricadere in una nuova guerra», anche perché «gran parte dei costi di una guerra civile, forse la metà, aumenta dopo la fine della guerra stessa».

 

Una delle conseguenze più evidenti è che il continente continua a essere inondato da armi. Ce lo ricorda anche l’ultimo rapporto dell’istituto svedese Sipri, l’istituto internazionale indipendente che si dedica alla ricerca in materia di conflitti, produzione e controllo delle armi e disarmo: la spesa militare continentale nel 2011 è cresciuta dell’8,6%, tra i balzi in avanti più marcati a livello globale.

 

Il fiammifero, quindi, si è riacceso e rischia di incendiare grandi fette dell’Africa. Riemerge dagli incubi postcoloniali perfino lo snodo mai risolto dei confini. Come si sa, le frontiere in questo continente non tengono in alcun conto le realtà sociali, umane, ambientali e storiche che si vorrebbero unire tracciando una linea su una carta geografica. I confini, in Africa, separano ciò che non ha senso separare o uniscono ciò che non vuole essere unito. L’Organizzazione per l’unità africana, nel 1963, aveva decretato l’intangibilità delle frontiere nate dalla decolonizzazione. Fino all’anno scorso quel principio aveva retto abbastanza bene. Solo la Namibia, con la fine dell’occupazione sudafricana, e l’Eritrea, separatasi dall’Etiopia, rappresentavano le eccezioni. La proclamazione d’indipendenza del Sud Sudan (2011) potrebbe aprire il vaso di Pandora, scatenando un effetto domino. E già c’è stata la pseudosecessione dell’Azawad dal Mali. Ma diffusi sono i malesseri indipendentisti che attraversano gran parte dell’Africa subsahariana. Nell’imbarazzo e insipienza dell’Unione africana.

 

Le domande, allora, spuntano inevitabili: aggrapparsi alle frontiere storiche ha ancora un senso? Tenere sotto coperchio le richieste di libertà di molti popoli e territori non rischia di far scoppiare la pentola? Ma, sull’altro fronte, la frammentazione o balcanizzazione etnica o tribale non è un pericolo, a sua volta, altrettanto grave, se non superiore?

 

Non c’è una sola risposta a questi interrogativi. Ma affinché la violenza in Africa sia una verità a tempo determinato, bisogna capovolgere l’assioma di Calchi Novati: fino a quando la politica – quella del dialogo e delle regole – non sostituirà definitivamente la guerra, il continente non avrà pace.

 


 



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