“Se la sono cercata”. Anatomia di un alibi antisemita - Nigrizia
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Giufà / Gennaio 2026
“Se la sono cercata”. Anatomia di un alibi antisemita
In tanti hanno fatto risalire le motivazioni dell’ultima strage dell’antisemitismo ai crimini commessi da Tel Aviv in Palestina. Ma quel nesso causale apre il baratro del fanatismo
07 Gennaio 2026
Articolo di Gad Lerner
Tempo di lettura 3 minuti

Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di gennaio 2026.

Se la sono cercata? L’ho sentito dire e l’ho letto in centinaia di commenti social posti in calce ai comunicati di condanna, pressoché unanimi, della strage di Hannukah perpetrata a Sidney, dove il 14 dicembre scorso due fanatici jihadisti hanno fatto il tiro a segno sugli ebrei australiani che celebravano la festa dei lumi sulla spiaggia.

Nel corso dello stesso 2025, a maggio, due impiegati dell’ambasciata israeliana di Washington erano stati falcidiati per la strada; e a ottobre, il giorno di Kippur, due fedeli erano stati accoltellati a morte davanti alla sinagoga di Manchester. Sono gli episodi più cruenti di un’ondata globale di antisemitismo per la quale in troppi cercano giustificazioni, ovvero un alibi morale.

“Se la sono cercata”. “Chi è causa del suo mal pianga sé stesso”. “Violenza chiama violenza”. “Il responsabile è il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu”. “Spiace solo che ci vadano di mezzo degli innocenti…”. Potrei continuare la sequela di frasi lapidarie con cui si manifesta – pur non osando una giustificazione esplicita di tali crimini – il cattivo sentimento, l’ostilità generalizzata nei confronti del popolo ebraico, addirittura rinforzato dall’averlo compatito dopo il genocidio in cui scomparvero due terzi degli ebrei europei meno di un secolo fa. “Proprio voi, adesso, nella parte dei carnefici? Non meritate più la nostra solidarietà”.

Badate, io sono ben consapevole dell’oltraggio grave recato alla reputazione dell’ebraismo dai crimini pianificati e perpetrati dopo il 7 ottobre 2023 su direttiva del governo israeliano. Se da allora manifesto ogni giorno il mio dissenso è perché in esso vedo l’unica via per restituirci speranza.

Comprendo anche la pulsione comparativa che spinge molti a chiedersi, di fronte all’uccisione di due ebrei in un altro continente, “ma quanti sono stati i morti palestinesi a Gaza in quelle stesse ore”? Eppure, una volta riconosciuta l’evidenza di un nesso causale fra le malefatte di Israele e il riesplodere dell’antisemitismo, dovremmo arrestarci un attimo. Avvertire noi stessi che il virus del fanatismo sta rischiando di contagiare chi pure si offenderebbe a sentirsi dare del razzista o dell’antisemita.


Sidney

L’attentato nella città più popolosa d’Australia, avvenuto nella giornata in cui si celebrava la festività ebraica di Hanukkah, o festa delle luci, ha causato la morte di 15 persone e il ferimento di 42. Si tratta del secondo peggior attacco del genere nella storia del paese, con un bilancio di 15 vittime e 42 feriti. Fra le persone rimaste uccise, anche un uomo sopravvissuto all’Olocausto. La più giovane delle vittime aveva 10 anni.  I responsabili sono stati indicati in due uomini di 50 e 24 anni, padre e figlio.

Il secondo è un cittadino australiano, il primo è residente sull’isola da anni ma è originario di un altro paese che non è stato comunicato dagli inquirenti. Diversi indizi hanno suggerito che i due attentatori avessero qualche tipo di legame con lo Stato islamico, mentre l’attacco sembra avere una chiara matrice antisemita. Oltre all’omicidio di massa, ha fatto il giro del mondo anche l’intervento di un cittadino australiano e musulmano emigrato dalla Siria, che ha disarmato a mani nude uno degli attentatori.

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