TATALITA – SETTEMBRE 2018
Elianna Baldi

Un proverbio piuttosto antico dice che “il pesce marcisce a partire dalla testa”. E se si osserva come i governanti della Repubblica Centrafricana gestiscono i servizi dovuti alla comunità e il bene comune, c’è da interrogarsi.

L’Unione europea offre aiuti per asfaltare alcune strade della capitale Bangui: di punto in bianco, strade da anni ridotte a un colabrodo sono rivestite con (pochi) centimetri di magnifico asfalto. La Croce rossa internazionale offre aiuti per rinnovare il sistema idrico ed ecco che si distrugge l’asfalto delle strade appena sistemante per rifare le tubature. Lavori che, tra l’altro, lasciano interi quartieri senz’acqua. Dicono sia il prezzo dello “sviluppo”…

Un’operazione congiunta della Minusca (Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite per la stabilizzazione in Centrafrica), dei russi e delle Forze armate centrafricane per disarmare alcune milizie nel quartiere Km5 finisce in un pasticcio. Km5 è bloccato e per raggiungere il centro della capitale da sud restano due strade. Si sceglie giusto quel momento per asfaltare una di queste due strade e costringere gli automobilisti a ore di coda nell’unica via rimasta.

A ogni episodio di conflitto, gli aiuti arrivano in ritardo: le autorità non dicono nulla, la società civile organizzata chiede alla Minusca di intervenire a tempo, la Minusca rimprovera il governo di non comunicare tempestivamente, la Chiesa supplica i due di coordinare gli sforzi.

Dopo la strage del 1° maggio, l’arcidiocesi promette ai feriti aiuti per le cure mediche. Molti portano le loro richieste o ricette mediche al luogo indicato, ma i dossier sono gestiti con lentezza snervante e spesso senza successo. Il cappellano degli ospedali dove sono portati i feriti non è informato né coinvolto e si arrangia come può. Il medico incaricato dalla diocesi non è generalista ed è occupato in troppe cose. L’infermiere incaricato della gestione delle medicine è in viaggio. Una donna perde un occhio ed è invitata a non disturbare e a sopportare in silenzio il dolore del proiettile conficcatosi nel cranio. Un’altra donna sta rischiando di perdere un occhio, un giornalista tutte e due le gambe, la moglie di un avvocato ha le natiche disintegrate… Si salvi chi può!

L’odore di marcio potrebbe diventare insopportabile. Ma non tutto è perduto. Nel cesto, qualche pesce si salva. Ci sono chiari esempi di come una testa ben collegata al resto del corpo può cambiare le cose. Mi colpiscono due parrocchie gestite da preti diocesani che eseguono lavori di ampliamento di chiese diventate troppo piccole. Dietro i sacerdoti che affrontano l’impresa in sinergia con il Consiglio parrocchiale e tutta la comunità non ci sono potentati economici né donatori occidentali.

Il progetto è chiaro, suddiviso a tappe e tutti, dal più grande al più piccolo, si mobilitano per contribuire e raccogliere fondi. Raggiunto il necessario per una tappa, i lavori si fanno e, mattone dopo mattone, la costruzione sale. Il progetto e la realizzazione sono di tutti. E la comunità cresce insieme all’edificio. Bella lezione di una base troppo spesso ignorata dai suoi stessi responsabili.

Strage del 1° maggio
La chiesa di Nostra Signora di Fatima viene attaccata da miliziani provenienti dal quartiere Km5, che usano armi automatiche e lanciano granate. Sedici le vittime e decine i feriti. Rimane ucciso anche il prete diocesano don Albert Toungoumalé-Baba.