I COLORI DI EVA – febbraio 2011
Elisa Kidané

Invisibili. È un eufemismo, ma è l’unica parola che mi viene in mente per indicare come vengono percepite le donne africane. Da sempre, reggono sulle proprie spalle il continente. Eppure, libri, studi, analisi e trattati sull’Africa sono spesso scritti “a prescindere” da loro. Ogni giorno, milioni di mani femminili sorreggono, accarezzano, cullano l’umanità ferita dei popoli d’Africa. Ma, quando si argomenta sull’Africa, lo si fa ancora “senza contare donne e bambini”. Nonostante il loro ruolo determinante nella compagine storica, economica e sociale del continente, le donne sono ancora relegate nei villaggi, sottomesse alla mentalità patriarcale, rassegnate alla miseria e all’ignoranza, condannate a un immobilismo eterno. Questo modo di pensare, oltre a essere un cliché, è uno stereotipo che regge. Pare quasi che dia sicurezza.

Tra le motivazioni della Campagna Noppaw (Nobel Peace Prize for African Women), promossa da Solidarietà e Cooperazione Cipsi, coordinamento di 48 ong e associazioni di solidarietà internazionale, e da Chiama l’Africa, con l’obiettivo di assegnare il Nobel per la Pace 2011 alle donne africane, c’è anche quella di correggere questa miopia collettiva.

Da quando è partita la Campagna, si sono formati tre schieramenti: quello del “sì”, senza se e senza ma; quello dell’“impossibile-che-succeda”; e quello del “no”. Ogni volta che viene presentata l’iniziativa, sono in molti a nicchiare: perché a tutte le donne africane? Che cosa hanno di speciale rispetto alle altre donne del mondo? Non è, ancora una volta, un modo paternalistico di trattarle?

Lo scorso novembre, in occasione del seminario internazionale di studio e confronto sulla Campagna Noppaw svoltosi a Dakar (Senegal), i partecipanti avevano tappezzato le vie del centro di striscioni con la scritta “Elles le meritent”. Sì, lo meritano, per il semplice fatto che, nonostante un passato derubato, un presente calpestato e un futuro ipotecato, le donne africane sono decise a frustrare le aspettative di coloro che hanno già decretato da tempo la scomparsa del continente. Il premio vorrebbe onorare questa loro determinazione, questa loro capacità di resistere, affinché l’Africa possa esistere. È vero che un Nobel collettivo potrebbe sembrare un ennesimo maldestro esempio di classificare, generalizzando l’Africa e le sue donne. Ma l’idea di fondo è un’altra: chi vuole scommettere su un futuro nuovo del continente, lo può fare solo contando sul contributo delle donne. Non è vero che le africane si sentono figlie di un dio minore. Sanno che da loro dipendono la vita o la morte dei propri popoli. Ogni giorno, a testa alta, tessono trame di storie nuove. Lo fanno da sempre. E continueranno a farlo. Perché in palio c’è la sopravvivenza stessa del continente.

Non intendo mitizzare la figura della donna africana. Nel continente si trova di tutto: c’è la madame che indirizza le giovani alla prostituzione e le sfrutta; c’è la donna che cerca il facile benessere; c’è quella che arriva al potere e ne abusa. Ma la maggior parte delle donne, pur in condizioni avverse, tentano di cambiare lo status quo imposto da politiche strozzine e di uscire dall’immobilismo, da tradizioni obsolete, dalla millenaria sottomissione imposta da assurde consuetudini. Soprattutto, sono capaci di organizzarsi per essere promotrici di cambiamento sociale in vista del bene comune.

Bisognerebbe raccontare storie di donne contadine, di semplici mamme, di avvocatesse che sfi dano il regime per difendere altre donne, di eroine pronte a organizzare disobbedienze politiche per chiedere pane e avere giustizia, o a creare cooperative e infrastrutture per non lasciar morire il paese.

Bisognerebbe ascoltare queste storie “minime”. Ma nessun telegiornale sembra volerle riferire. Facile e comodo sbattere in prima pagina la miseria altrui e tacere sulle cause che l’hanno generata. Semplice e sbrigativo pubblicare un poster strappalacrime di una mamma con il figlio che succhia un seno avvizzito, e non raccontare le faticose battaglie e le piccole vittorie ottenute – ogni giorno, caparbiamente – da milioni di donne a piedi scalzi e mani nude.

Oggi, però, non è più sufficiente dire o scrivere che le donne dell’Africa sono meravigliose, se alla loro fatica quotidiana per risollevare le sorti della loro gente non corrisponde una volontà politica nazionale e internazionale che dia ai loro sforzi il riconoscimento dovuto. Ecco: un Premio Nobel è un piccolo tentativo di dire a ciascuna di loro che la scommessa dell’Africa si vince solo grazie a lei.

Non so come andrà a finire la Campagna. Non so quali saranno gli effetti dei profumi, dei sapori, dei colori inediti che cercheremo di far entrare nelle asettiche stanze di Oslo. Ma il fatto di aver catturato, anche solo per una frazione di secondo, l’attenzione dei media sul reale protagonismo delle donne d’Africa è già come aver vinto il Nobel.

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