Presidenziali e legislative alle porte

Solo un regime con la faccia di bronzo può nel contempo invocare il dialogo nazionale, infischiarsene di tre conflitti armati, dividere e reprimere il dissenso, cercare di legittimarsi nell’urna. Il grosso degli oppositori boicotta le elezioni, dice a El-Bashir di togliersi di torno e chiede sia un governo di transizione a garantire un corretto confronto politico tra gli schieramenti.

Il Sudan si avvia alle elezioni presidenziali e legislative del 13 aprile profondamente diviso. I maggiori partiti di opposizione, compresi alcuni di ispirazione islamica, infatti, hanno dichiarato, fin dall’annuncio della scadenza elettorale, che avrebbero boicottato questo voto. Perché cade in un contesto che impedisce il normale svolgimento del dibattito, nel mezzo di un processo politico volto a costruire meccanismi di transizione che possano portare il paese fuori dalla crisi e con estese regioni (Sud Kordofan, Nilo Azzurro e Darfur– sulla situazione in questo ultimo stato, si veda Nigrizia di marzo) devastate da conflitti e dunque impossibilitate a votare normalmente.

Dure prese di posizione si sono avute da tutti i leader dell’opposizione, che hanno sostanzialmente dichiarato che le elezioni impedirebbero la messa in moto del dialogo nazionale, a cui si erano impegnati a partecipare firmando, il 27 febbraio scorso, la dichiarazione di Berlino. Il documento, emerso da tre giorni di seminario facilitato dal governo tedesco, è stato sottoscritto dal Fronte rivoluzionario del Sudan (Srf, l’alleanza dei principali movimenti armati), dall’Umma Party (il maggior partito di opposizione), dalle Forze del consenso nazionale (Ncf, la coalizione degli altri partiti di opposizione) e dai rappresentanti della società civile partecipanti alla Civil Society Initiative. Sono gli stessi che avevano già trovato un accordo, conosciuto come Sudan Call in dicembre ad Addis Abeba. Il documento prevede incontri preparatori al dialogo nazionale con il Partito del congresso nazionale (Ncp), il partito del presidente Omar El-Bashir, al governo dal colpo di stato militare del 1989. Gli incontri dovrebbero essere facilitati da un’apposita commissione dell’Unione africana e dovrebbero essere finalizzati alla realizzazione di un “ampio dialogo costituzionale”. In questo percorso le elezioni sono l’approdo finale, dopo la formazione di un governo di transizione che ne possa garantire il libero svolgimento.

Farle in aprile, prima che il processo possa essere messo in moto, è percepito dall’opposizione come la sconfessione del dialogo nazionale stesso e come l’affermazione della volontà del governo di legittimare il proprio potere per un altro quinquennio. Per questo, fin dall’inizio di febbraio, tutti i firmatari del Sudan Call hanno lanciato una campagna di boicottaggio dallo slogan inequivocabile, “Leave”, cioè “Vattene”. La campagna sta coinvolgendo anche importanti gruppi sociali. È di marzo la notizia che le associazioni contadine dello schema agricolo di El Gezira, in cui lavorano oltre 130mila persone, da tempo in conflitto con il governo, si sono uniti alla campagna dell’opposizione. Nel comunicato, dichiarano che le elezioni «sono una farsa che prolunga la vita del regime e gli conferisce una falsa legittimità».

Un sito locale, Radio Dabanga, conferma che anche il mondo islamico non sosterrebbe le elezioni in modo compatto. Dice che Yousef El Koda, membro del Consiglio giurisprudenziale islamico del Sudan, avrebbe lanciato una fatwa contro il voto a Bashir e ai suoi collaboratori, in quanto avrebbero raggiunto il potere con l’inganno, riferendosi al colpo di stato del 1989, sottolineando la responsabilità del regime per «la perdita di un terzo del paese e le guerre quasi in ogni angolo». Continua notando che: «Ora prevalgono ingiustizia, perdita di moralità e commercio della religione». La cosa non sembra impensierire l’Ncp, che si prepara a queste elezioni da tempo e che in numerose occasioni ha mostrato di essere in grado di portare avanti i suoi disegni in una forma apparentemente accettabile.

In campagna elettorale gli altri candidati – una dozzina, nessuno dei quali in grado di competere veramente – si sono lamentati con la commissione elettorale perché l’Ncp userebbe le risorse dello stato (auto, elicotteri, locali e soprattutto i mass media pubblici) per la propria campagna elettorale. La commissione ha risposto che ognuno usa le risorse a sua disposizione.

Dialogo zoppo
Nella dichiarazione di Berlino si sottolinea la necessità di creare un’atmosfera favorevole al dialogo, mettendo fine alla guerra nelle tre zone in conflitto, permettendo l’accesso umanitario alla popolazione civile, rilasciando i prigionieri politici e garantendo la libertà di stampa e di associazione. Questi provvedimenti sono stati raccomandati anche da Sadiq al-Mahdi, presidente del Partito Umma e tra i principali protagonisti di questa stagione politica sudanese, con una lettera personale inviata a tutti i partiti sudanesi dal Cairo (dove vive per evitare ritorsioni governative) dopo aver partecipato all’incontro di Parigi dello scorso agosto, che ha dato inizio all’avvicinamento tra l’opposizione politica e quella armata. (…)

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