Se verrà la guerra - Nigrizia
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Etiopia-Eritrea / Tensione crescente
Se verrà la guerra
L’ossessione del premier Abiy per uno sbocco al mare, gli strascichi della pace fragile in Tigray, le rivendicazioni di Asmara. A otto anni dal Nobel per la pace al primo ministro etiopico, il Corno d’Africa appare una polveriera
08 Gennaio 2026
Articolo di Giuseppe Mistretta, già ambasciatore italiano in Etiopia
Tempo di lettura 6 minuti
Abiy Ahmed (a sinistra) e Isaias Afwerki con il principe ereditario emiratino Mohamed Bin Zayed, mediatore dell'accordo di pace tra i due paesi, firmato il 9 luglio 2018

Questo articolo è uscito nella sezione “Africa 54” del numero di Nigrizia di gennaio 2026.

Siamo davvero alla vigilia di un nuovo conflitto fra Etiopia ed Eritrea, malgrado la distensione del 2018 che era valsa l’assegnazione del Premio Nobel per la pace al premier etiopico Abiy Ahmed? Le premesse ci sono tutte, e risalgono agli strascichi della guerra civile in Tigray (2020-2022), e alle ripetute dichiarazioni del primo ministro etiopico circa l’esigenza «imprescindibile» di uno sbocco sul Mar Rosso per il suo paese.

Dall’intesa sulla cessazione delle ostilità in Tigray, conclusa a Pretoria nel novembre 2022, l’Etiopia è rimasta un paese disunito, lacerato da tensioni etniche e conflitti interni. Di fatto, non passa settimana senza che si registrino agguati, bombardamenti con droni, rappresaglie, scontri fra milizie locali ed esercito federale. Le regioni più colpite sono Oromia e Amhara (le più popolose del paese), il Tigray, l’Afar e il Benishangul Gumuz.

Un’ossessione chiamata sbocco al mare

Nonostante la situazione di fragilità interna, il pericolo più immediato di un nuovo conflitto su larga scala deriva dalle ambizioni geo-strategiche dell’Etiopia verso l’esterno, verso le coste del Mar Rosso: dalla seconda metà del 2023, Abiy Ahmed ha iniziato a reclamare con insistenza uno sbocco al mare per l’Etiopia, sostenendo che uno stato con 130 milioni di abitanti come il suo non può rimanere senza; anche perché fino all’indipendenza dell’Eritrea, raggiunta nel 1993, i porti di Assab e di Massaua erano parte integrante del suo territorio.

Un primo passo in questa direzione è stato compiuto il 1° gennaio 2024, quando Abiy ha concluso con l’allora presidente Musa Bihi Abdi del Somaliland (uno stato riconosciuto internazionalmente solo da Israele) un memorandum per la cessione di 20 chilometri di costa sull’oceano Indiano, in cambio del riconoscimento diplomatico da parte etiopica.

L’intesa non è stata ritrattata dal successore di Bihi, Abdullahi, ma è stata comunque accantonata per due motivi: da un lato la Somalia ha protestato con veemenza anche presso le Nazioni Unite, denunciando il memorandum come un attentato alla sua sovranità e integrità territoriale;  dall’altro l’oceano Indiano è più a sud delle reali intenzioni etiopiche, concentrate strategicamente sul Mar Rosso e lo Stretto di Bab el-Mandeb e sulle forti potenzialità commerciali e strategiche della zona; d’altronde il porto eritreo di Assab dista solo 60 chilometri dal confine orientale etiopico, ed è quindi a portata di invasione.

La fissazione del premier etiopico sul Mar Rosso per ragioni storiche, demografiche, commerciali e militari è ovviamente una minaccia per l’Eritrea e per il suo leader autocratico Isaias Afewerki, irritato con Abiy già da quando questi aveva concluso a Pretoria la cessazione delle ostilità in Tigray, senza invitarlo al tavolo negoziale né consultarlo sui futuri assetti tigrini. Né tantomeno ringraziarlo dell’essenziale sostegno militare nella guerra vinta contro le milizie del Fronte di liberazione del popolo del Tigray (Tplf).

Vortice di alleanze

La pretesa etiopica di sbocco al mare può ridisegnare tutta la futura geopolitica del Corno d’Africa, capovolgendo le precedenti alleanze regionali. L’Eritrea infatti, alleato fondamentale di Addis Abeba nel conflitto tigrino, è adesso il principale ostacolo del premier Abiy nella sua corsa al Mar Rosso. Asmara fa comprendere di essere pronta, se messa con le spalle al muro, a una nuova confrontazione armata con l’Etiopia; dal canto suo, la fazione più agguerrita del Tplf tigrino ha già avviato da tempo contatti con l’ex nemico Afewerki, in vista di un’alleanza militare in funzione anti-Abiy, per vendicare la sconfitta subita nella guerra civile tre anni or sono.

L’Egitto ne approfitterebbe per sostenere il campo eritreo, dal momento che non ha mai digerito l’unilateralismo etiopico nella costruzione della Grande diga etiopica della rinascita (Gerd), la quale altera la portata delle acque del Nilo; anche la Somalia sosterrebbe probabilmente lo schieramento anti-Addis, temendo a sua volta una presenza etiopica sulle sponde del Mar Rosso.

Gli unici partner dell’Etiopia, molto rilevanti in termini di risorse, sarebbero gli Emirati Arabi Uniti, che da tempo foraggiano con flussi di denaro il regime del premier etiopico anche nella speranza di ottenere un controllo sulla costa africana del Mar Rosso, priorità strategica per Abu Dhabi; e la Cina, che ha sostenuto con armi e droni il regime di Addis Abeba durante la guerra in Tigray, senza alcuno scrupolo di ordine morale per le centinaia di migliaia di vittime.

Anche se è impossibile predire se si aprirà un nuovo conflitto in Corno d’Africa, è abbastanza evidente che Abiy tirerà la corda sulla questione del Mar Rosso, per due motivi: perché è parte delle sue visioni “messianiche” per ridare all’Etiopia il ruolo di prestigio che secondo lui le spetta in Africa e nel mondo. E poi perché le sue ambizioni sulla costa gli consentono di distogliere l’attenzione nazionale e internazionale dal disastro interno al paese, a cui non sembra in grado di porre termine.

Le norme internazionali non prevedono un diritto naturale degli stati allo sbocco costiero e al mutamento delle frontiere stabilite, a meno che questo non sia il frutto di negoziati fra i paesi interessati, non sia riconosciuto da un referendum fra le popolazioni locali, e non sia registrato dall’Onu. Appare improbabile che Etiopia ed Eritrea vogliano intraprendere questa strada.

Nel frattempo gli altri 15 stati africani senza coste, fra cui Zambia, Zimbabwe, Niger, Mali e Ciad, osservano con molta curiosità come andrà a finire la vicenda marittima nel Corno. Mentre le intenzioni dell’Europa e degli Usa sulla questione non sono andate finora al di là di un auspicio per il mantenimento della pace, forse nella speranza che tutto si aggiusti da sé.


Fattore chiave. L’enigma Tplf

La faglia politica che divide Etiopia ed Eritrea attraversa anche il Tplf, il partito che ha sempre governato il Tigray e che è di fatto uscito sconfitto dal conflitto terminato negli accordi di Pretoria nel 2022. Dopo l’intesa, nella regione è stata istituita un’amministrazione provvisoria. A guidarla, la corrente del partito guidata dall’ex portavoce Getachew Reda.

Dalla fine del 2024 si è però determinata una scissione fra questa componente e quella guidata da Debretsion Gebremichael. Quest’ultima fazione ha di fatto avuto la meglio. La corrente guidata da Getachew è ritenuta vicina ad Addis Abeba, la seconda ad Asmara, nonostante il ruolo di quest’ultima nel conflitto da poco terminato. Un assetto delicato, che rischia di fare da ulteriore innesco a un possibile conflitto su più larga scala.

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