Manifestazione a Luanda (Credit: plataformamedia.com)

L’Angola è uno dei paesi più ricchi dell’Africa meridionale e della regione dei Grandi Laghi: per i terreni coltivabili, per le risorse naturali e idriche, per il clima favorevole (a parte il sudovest minacciato da siccità cicliche). È inoltre il secondo paese produttore di petrolio in Africa dopo la Nigeria. Dal 2002, anno che ha segnato la fine di quasi tre decenni di guerra civile, si è avvantaggiata del boom petrolifero e ha iniziato la ricostruzione nazionale con il “petrodollaro”.

Nel 2003, il paese è diventato un cantiere: strade, alberghi, ferrovie, dighe, nuove città in quasi tutte le regioni, fabbriche, scuole, ospedali. Si è persino costruito un satellite – l’Angosat – scomparso nello spazio il giorno stesso in cui è stato lanciato, il 26 dicembre 2017. Insomma era diventata l’Eldorado d’Africa. La sua economia ha conosciuto una crescita tra le più veloci a livello mondiale.

E nel 2014, alcuni politici angolani del clan dell’ex presidente José Eduardo dos Santos (al potere per 38 anni, fino al 2017) avevano praticamente acquistato le più importanti aziende del Portogallo. Il Portogallo è quasi diventato la diciannovesima provincia dell’Angola.

Secondo un proverbio popolare angolano, “la gioia dei poveri dura poco”. Infatti, dal 2014, l’Angola ha iniziando a vivere una crisi finanziaria ed economica molto seria, per la crisi petrolifera e anche come conseguenza della corruzione che aveva messo radici profonde. La situazione socio-economica del paese ha cominciato a degradarsi e il paese ha vissuto sei anni, fino ad oggi, di recessione con effetti assolutamente drammatici sulla disoccupazione e la povertà.

Il tasso di la disoccupazione è del 32% e il tasso di disoccupazione per i giovani tra i 15 e i 24 anni è del 58,5%. Le famiglie hanno perso il loro potere d’acquisto, c’è una elevata mortalità infantile derivante dal degrado delle condizioni sociali, mancano i servizi igienico-sanitari di base e la salute degli angolani non è protetta adeguatamente. Così ogni giorno si assiste a processioni di bambini e donne che vanno verso i contenitori di rifiuti e o le discariche per cercare qualcosa che dia loro modo di sopravvivere.

Da mesi in piazza

Questa situazione si è aggravata con l’epidemia del Covid-19, che ha acuito le disuguaglianze sociali ed economiche, e ha accresciuto la fame, la disoccupazione e il malcontento popolare. Per questo motivo, da settembre, la gente è scesa regolarmente in strada per protestare contro questo stato di cose. Il governo di João Lourenço, il presidente eletto nel 2017, ha risposto con la forza: la polizia fa uso di cannoni ad acqua, proiettili di gomma, bastoni e gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti che hanno tutto il diritto di manifestare.

Numerose proteste pacifiche, come quella dell’11 novembre (il giorno dell’indipendenza dal Portogallo, 45 anni fa) a Luanda contro l’alto costo della vita, sono state represse dalla polizia, con l’uso illegale della forza, con il risultato che diversi manifestanti e passanti sono stati arrestati e poi rilasciati. Questa manifestazione ha portato anche alla morte del dimostrante Agostinho Neto, studente di ingegneria.

Il 24 ottobre, una protesta pacifica che criticava le precarie condizioni di vita e chiedeva l’indizione di elezioni locali è stata bloccata dalla polizia nelle strade delle province di Luanda e Huambo. A Luanda, la polizia ha eretto delle barricate per impedire la concentrazione dei manifestanti nel punto di incontro e ha arbitrariamente arrestato 103 manifestanti e passanti.

I giovani stanno cercando di dialogare con le autorità politiche per far valere i loro diritti alla protesta nonviolenta. Anche Amnesty International e l’organizzazione angolana per i diritti umani Omunga hanno denunciato lo stato angolano che impedisce il diritto alla libertà di espressione e di riunione pacifica.

Credo che abbiamo ancora molta strada da fare per uscire dalla crisi socioeconomica e finanziario in cui ci troviamo. In un paese dove potrebbe scorrere latte e miele, ancora oggi abbiamo persone che muoiono di fame. Stiamo vivendo una sorta di paradosso dell’abbondanza.

 

 

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