Colpo di stato in Centrafrica

L’autoproclamatosi presidente centrafricano Djotodia ha sospeso la costituzione e sciolto il parlamento. Paese nel caos. Vittima di saccheggi e di una situazione sanitaria alla deriva. La condanna internazionale.

Appena preso il potere si è comportato da tipico autocrate africano: ha sciolto il parlamento, sospeso la Costituzione e annunciato che si muoverà politicamente per decreti.

Michel Am Nondokro Djotodia è il 63enne autoproclamotosi presidente del Centrafrica, dopo la fuga dal paese del presidente legittimo François Bozizé e l’occupazione, domenica 24 marzo, della capitale Bangui da parte dei ribelli del gruppo Seleka.

Djotodia è un anziano funzionario centrafricano degli anni ’60, originario di Vakaya nel nord del paese, formatosi a Mosca ed ex console a Nyala, nel sud Darfur. Aveva già partecipato a un tentativo di golpe nel 2006, prima di trovare rifugio a Cotonou in Benin. Incarcerato poi liberato qualche mese dopo.

 

Accordi stracciati

Gli accordi di pace di Libreville dell’11 gennaio 2013 sembravano aver messo il silenziatore al conflitto scoppiato nel paese il 10 dicembre scorso, quando il movimento Seleka (alleanza in lingua sango), originario del nordest del paese, aveva attaccato e conquistato Ndélé. Da lì era partita una marcia che aveva portato i ribelli a conquistare, senza incontrare ostacoli, una decina di cittadine del nord, del centro e dell’est. Il 26 dicembre erano già dalle parti di Damara, ultima città prima della capitale e da sempre considerata una linea rossa invalicabile. Da lì è scattato l’allarme rosso internazionale che ha cercato di porre un freno all’avanzata ribelle e che poi porterà alla pace di Libreville. In base alla quale:

a) il presidente Bozizé avrebbe dovuto restare in carica fino al termine del suo mandato, nel 2016;

b) Il primo ministro sarebbe stato scelto tra le file dell’opposizione con pieni poteri esecutivi per 12 mesi;

3) Il neo governo sarebbe stato di unità nazionale di transizione, formato dai rappresentanti di tutti i soggetti che hanno preso parte ai colloqui di pace;

4) si sarebbe adottata una nuova legge elettorale prima dello scioglimento dell’Assemblea nazionale;

5) elezioni legislative entro 12 mesi.

 

Primo ministro venne nominato l’avvocato Nicolas Tiangaye e ministro della difesa proprio Michel Am Nondokro Djotodia, uno dei leader di Seleka.

Ma fin da subito gli accordi si sono rivelati fragili. I militari ribelli non hanno deposto le armi. Il motivo ufficiale è che non c’era stato alcun passo nella direzione di un loro reintegro nell’esercito regolare. E, soprattutto, sono rimasti a Bangui i 400 militari sudafricani a tutela di Bozizè, inviati da Pretoria per un patto siglato nel 2007 con l’ex presidente. Militari pretoriani che sono stati davvero gli ultimi ad abbandonare la trincea presidenziale, quando anche il presidente era già scappato. Un impegno che è costato la vita a 13 soldati sudafricani in occasione dell’ultima offensiva dei ribelli contro la capitale, partita il 23 marzo, dopo essere passati dalla città di Damara, a nord di Bangui, attraversando Bossembélé e Boali, ad ovest della capitale.

 

Il motivo vero di quelle armi mai abbassate riguarda tuttavia Bozizé. L’obiettivo di Seleka è sempre stato la cacciata dell’ex presidente. Il quale, vedendo come si stavano mettendo le cose, ha pensato bene di scappare il più in fretta possibile rifugiandosi in Camerun, in attesa di volare in un altro paese africano, come ha confermato il governo camerunense lunedì sera. La sua famiglia, invece, si trova ospite in Rd Congo.

 

Condanne internazionali

Il Consiglio pace e la sicurezza dell’Unione africana ha deciso di sospendere immediatamente la partecipazione della Repubblica Centrafricana a tutte le attività dell’Ua, nonché di imporre sanzioni al paese, «comprese le restrizioni di viaggio e il congelamento dei beni all’estero dei leader di Seleka», come annunciato dal commissario per la pace e la sicurezza dell’Unione africana, Ramtane Lamamra. Coinvolti nelle sanzioni sette leader del movimento ribelle a partire proprio dall’autoproclamotosi presidente Djotodia. Il quale ha annunciato di voler rispettare i patti di Libreville: resta in carica come primo ministro Tiangaye ed elezioni presidenziali entro 3 anni. Una posizione mal digerita anche all’interno della stessa opposizione.

Nel frattempo anche Onu, Francia, Stati Uniti e Ciad hanno chiesto il rispetto degli accordi di gennaio. Il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha condannato la presa di potere “anticostituzionale” e si è detto preoccupato dalle notizie sulle violazioni dei diritti umani in corso. Parigi, già presente con 250 soldati in Centrafrica, ha inviato altri 350 uomini.

 

Incidente tra Parigi e Nuova Delhi

E la situazione è talmente confusa che ieri è successo un incidente diplomatico tra Francia e India. Militari di Parigi, chiamati a tenere sotto controllo l’aeroporto di Bangui, hanno sparato a dei veicoli che tentavano di entrare. Due cittadini indiani sono stati uccisi, mentre sono stati feriti cinque civili indiani e quattro soldati ciadiani facenti parte della forza multinazionale dell’Africa centrale. I cittadini indiani morti e feriti erano operai che lavorano per delle imprese straniere operanti nel paese. Parigi ha chiesto formalmente scusa a Nuova Delhi

 

Il caos

E che la situazione sia davvero difficile in queste ore nel paese africano –  privo a lungo di elettricità, con saccheggi inevitabili – lo si capisce anche dall’accorato appello lanciato dall’organizzazione Medici Senza Frontere che da anni lavora in Centrafrica. «Nelle ultime 48 ore», si legge in un loro comunicato, «a causa dell’estrema violenza e insicurezza a Bangui, le attività di Msf sono state fortemente ostacolate e i pazienti gravemente feriti non sono stati in grado di ricevere assistenza chirurgica. Da quando il gruppo di opposizione Seleka ha preso il controllo della capitale, e a causa della forte insicurezza, la preoccupazione maggiore di Msf è che il personale medico non sia in grado di fornire assistenza medica alla popolazione. In questo momento, 23 pazienti feriti non sono in grado di ricevere assistenza, perché non c’è possibilità di spostarli da Sibut, dove Msf ha un progetto di emergenza, fino a Bangui per ricevere ulteriori cure».

 

«In tutto il paese», prosegue Msf «e nelle città chiave occupate da Seleka, gli sfollati in fuga dal conflitto hanno avuto difficoltà a raggiungere le strutture sanitarie, perché bloccati della paura. Le nostre attività continuano a Carnot, Paoua, Mboki, Zemio, Boguila, Batafango, Kabo, Sibut e Ndele. Msf chiede a tutti gli attori del conflitto di garantire l’accesso alle strutture sanitarie alla popolazione e al personale medico, senza che queste corrano il rischio di essere prese di mira nei combattimenti». (Giba)

 

Michel Am Nondokro Djotodia (nella foto), 63 anni, è uno dei leader di Seleka. Si tratta di una piattaforma rivendicativa dei dimenticati del programma di smobilitazione delle milizie. È un’alleanza artificiale, eterogenea, divisa da odi etnici, ma unita contro Bozizé. Nasce l’estate scorsa e comprende i dissidenti della Convenzione dei patrioti per la giustizia e la pace (Cpjp), dell’Unione delle forze democratiche per l’unità (Ufdr), del Fronte democratico del popolo centrafricano (Fdpc) e della Convenzione patriottica di salvezza del Kodro (Cpsk). Recluta essenzialmente in seno all’etnia goula e ronga.