Io non sono razzista ma – febbraio 2015
Marco Aime

Un mese circa è trascorso dai tragici fatti di Parigi, divenuta teatro di ripetuti attacchi terroristici (iniziati il 7 gennaio con l’assalto al settimanale satirico Charlie Hebdo). Come al solito in queste occasioni si assiste al torrenziale flusso di commenti, analisi, opinioni e, nello specifico italiano, di strumentalizzazioni elettorali e persino di suggerimenti al papa su come fare il suo mestiere. Ciò che colpisce quando si ascoltano dibattiti e talk-show sul terrorismo è l’evidente uso di pesi e misure diverse quando si parla degli “altri” rispetto a quando si parla di noi.

La più grossolana di queste espressioni è il parlare di islam, spesso accostandolo al terrorismo in modo meccanico, come se il mondo dei fedeli di Maometto fossero un tutt’uno omogeneo e coerente. Come se la galassia musulmana non fosse frammentata in moltissime fazioni e peraltro, mancando di un’autorità centrale, non si declini invece su forti basi locali.

Per riflesso poi, dopo avere generalizzato sui musulmani, con reazione pavloviana si provvede immediatamente ad accomunare tutti i cristiani in un unico fronte, dove tutti vanno d’accordo e non esistono differenze.

Sembra che la malattia della sineddoche, dire una parte per il tutto, affligga la maggior parte dei commentatori. L’attentato dell’11 settembre 2001 aveva indotto molte persone ad assimilare tutti gli islamici ai seguaci di Osama bin Laden. Se ne sono accorti subito gli esperti di comunicazione della Casa Bianca, cancellando immediatamente il termine “crociata” utilizzato nei primi discorsi dal presidente Bush. Termine dotato di una effettiva capacità di mobilitazione in un paese plasmato da “valori” religiosi come gli Stati Uniti. Evocando antiche guerre di religione, il termine “crociata” riproponeva tuttavia in modo drastico la dicotomia cristiani/musulmani, trasformando questi ultimi in una massa compatta e uniforme di terroristi agli occhi degli occidentali, e gli occidentali tutti in nemici dell’islam agli occhi dei musulmani.

Che esistano gruppi terroristici che utilizzano l’islam come bandiera, non significa affatto che il mondo musulmano sia composto da jihadisti. Anzi, costoro sono una minoranza, come erano una minoranza i fascisti che piazzarono le bombe in Piazza Fontana, Piazza della Loggia, sull’Italicus e alla stazione di Bologna, ma nessuno pensò mai che l’Italia fosse un paese di stragisti. Nessuno nega che la mafia esista e che sia un fenomeno nostrano, ma ci dà estremamente fastidio sentire proporre dagli stranieri l’equivalenza italiano-mafioso (dimenticata la copertina di Der Spiegel del 1992 con spaghetti e pistola?). E saremmo disposti ad affermare che tutti gli abitanti di Erba uccidono i vicini di casa o che quelli di Tortona lanciano sassi dai cavalcavia?

Il linguaggio è uno strumento potente, ogni parola è un’arma che colpisce e rimane impressa, tanto più in un’epoca in cui ognuno di noi è attraversato da una enorme quantità di informazioni. Semplificare in questo modo scenari così complessi, può essere buono per uno slogan elettorale, ma non aiuta a comprendere l’articolazione e le tante sfaccettature di un fenomeno di cui il vessillo dell’islam è solo uno degli elementi, ma che ha radici e tentacoli in tante altre regioni e in tanti mondi diversi.

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La via più facile per evitare di capire un fenomeno è etichettarlo frettolosamente. Succede anche con il terrorismo. E con l’islam.