Da Nigrizia di maggio 2012: Senegal e la primavera democratica
Macky Sall, con il sostegno degli altri 12 candidati del primo turno, si è fatto interprete delle esigenze di un elettorato giovane, deluso dal presidente ultraottantenne Wade. Ha promesso l’abbassamento dei prezzi dei beni di prima necessità, nuovo lavoro e politiche sociali. Promesse difficili da mantenere.

A Dakar l’orologio segna le 11.55. Il calendario civile indica il 2 di aprile; quello politico, due giorni prima della festa dell’indipendenza del paese. «Davanti a Dio e alla nazione senegalese, giuro di adempiere fedelmente alla carica di presidente della repubblica del Senegal, di osservare e di fare osservare scrupolosamente le disposizioni della costituzione e delle leggi, di consacrare tutti i miei sforzi a difendere le istituzioni costituzionali, l’integrità del territorio e l’indipendenza nazionale».

 

Il giuramento è pronunciato, il destino del paese si è compiuto: Macky Sall è ufficialmente il quarto presidente del Senegal. Dentro la tenda allestita per l’occasione all’hotel King Fahd, dove si svolge la cerimonia, i politici senegalesi e francesi, i candidati del primo turno di queste elezioni presidenziali, il cantante Youssou N’Dour, i presidenti africani di tutti i paesi dell’Africa Occidentale, giunti per l’occasione, e il resto degli invitati applaudono. Fuori, il popolo esulta, come aveva fatto otto giorni prima, la sera del 25 marzo, quando la tendenza dei primi risultati del ballottaggio, dopo la chiusura dei seggi, era chiaramente a favore di Macky Sall. E, soprattutto, dopo che il presidente uscente Abdoulaye Wade, quella sera stessa, aveva telefonato al suo avversario per riconoscere la sconfitta e congratularsi, pronunciando la semplice frase: «Macky, hai vinto». È stato, poi, il 30 marzo che la corte d’appello ha confermato il verdetto popolare, sancendo la vittoria di Macky Sall con il 65,80% dei suffragi e la conseguente sconfitta del presidente uscente con il 34,20% dei voti.

 

Sull’orlo della crisi

A dirigere la cerimonia e a far giurare al neoeletto presidente il rispetto della costituzione ci ha pensato il presidente del Consiglio costituzionale: lo stesso magistrato che il 27 gennaio aveva pronunciato il verdetto che tutto il Senegal attendeva con il fiato sospeso e da cui sarebbe dipeso il futuro del paese. Quel giorno, Macky Sall e gli altri dodici candidati alle elezioni fissate per il 26 febbraio attendevano il responso dei cinque saggi in Piazza dell’Obelisco, a Dakar, assieme a tutta la società civile riunita nel Movimento 23 giugno (M23). La notizia arrivò come un macigno. Convalidando la candidatura di Abdoulaye Wade, che per l’opposizione e la maggior parte dell’opinione pubblica lo autorizzava a un illegittimo terzo mandato, ed escludendo tre candidature, tra cui quella del cantante Youssou N’Dour, il Consiglio costituzionale gettava il paese nel caos.

 

I giovani iniziarono a protestare per le strade della capitale e di tutto il Senegal. «Wade brucia Dakar», titolò il 28 gennaio uno dei principali giornali del paese, Le Quotidien. Fino ad arrivare ai primi morti e feriti. I candidati presentarono ricorso contro la candidatura di Wade e, al rigetto di quest’ultimo da parte del Consiglio, decisero assieme a Youssou N’Dour di condurre una campagna elettorale collettiva per costringere Wade a ritirarsi.

 

Le manifestazioni ripresero, indette da M23 e da alcuni candidati stessi, fino a quando il ministro dell’interno decise di vietarle. Si temette, allora, il peggio. Infatti, per qualche giorno, il centro città fu teatro di una guerriglia urbana a cui i senegalesi assistettero costernati e spaventati, intimoriti che la situazione potesse precipitare e le sei vittime degli scontri aumentassero. Poi, a sorpresa, la settimana prima del voto, una calma improvvisa si ristabilì e il 26 febbraio la volontà popolare costrinse Abdoulaye Wade ad affrontare il suo ex primo ministro Macky Sall al ballottaggio.

 

L’allievo umilia il maestro

Dopo la convalida da parte del Consiglio costituzionale della candidatura di Abdoulaye Wade, tutti pensavano che il presidente uscente sarebbe riuscito a vincere di nuovo le elezioni. Qualche tempo prima del voto, tuttavia, un altro nome si è progressivamente fatto strada, fino a imporsi su quello di tutti gli altri candidati. Macky Sall ha iniziato a far parlare di sé, soprattutto dopo essersi distaccato dalla lotta collettiva e aver cominciato a condurre una campagna elettorale personale.

 

Ex membro del governo Wade del 2000, di cui aveva occupato cariche importanti, quali quella di primo ministro, di ministro degli interni, di presidente dell’assemblea nazionale e di direttore della campagna elettorale di Wade nelle elezioni del 2007, Macky Sall era uscito dal governo nel 2008, dopo i tentativi di Wade di ridurne il potere. Aveva quindi fondato il proprio partito, l’Alleanza per la repubblica (Apr), e iniziato a preparare il terreno per la propria ascesa al potere.

 

Durante i 36 giorni della campagna elettorale che hanno scandito il tempo tra i due turni di queste elezioni presidenziali, Sall ha intensificato i suoi sforzi, grazie anche a una maggiore disponibilità di risorse finanziarie rispetto agli altri candidati, senza perdere tempo in polemiche e manifestazioni e battendo i territori di tutto il paese in lungo e in largo. Il politico cinquantenne si è fatto interprete delle esigenze di un elettorato prevalentemente giovane, deluso delle promesse non mantenute del presidente ultraottantenne. Si è presentato come “il candidato del popolo”, promettendo quello che la popolazione chiede e di cui ha bisogno: l’abbassamento dei prezzi dei beni di prima necessità, lavoro, politiche sociali. L’aspirante presidente si è posto come “il leader del cambiamento”, in alternativa a quello uscente, già malvisto dalla maggioranza della popolazione, che lo accusava di aver cercato di violare la legge per sete di potere e in previsione di una devoluzione monarchica in favore del figlio Karim. Wade, invece, ha continuato a proporre in campagna elettorale la costruzione di infrastrutture come principale punto del proprio programma.

 

Tanti sono, dunque, i motivi che hanno portato Macky Sall a guadagnare al primo turno il 26% abbondante, contro il 34% ottenuto da Wade, aprendogli così la strada al ballottaggio. Per il secondo turno, solo contro tutti, se non con l’appoggio di alcuni politici locali e di alcuni leader religiosi muridi (anche se il califfo generale della confraternita ha mantenuto la neutralità), Wade si è ritrovato a lottare contro un suo ex collaboratore che godeva del sostegno degli altri dodici candidati del primo turno, della società civile, dei movimenti di mobilitazione e del più celebre cantante del paese. L’esito non poteva che confermare le previsioni.

 

Governo difficile

Senza dubbio una grande sfida attende il nuovo presidente. Che dovrà affrontarla con la consapevolezza che gran parte dell’elettorato che ha contribuito alla sua vittoria finale l’ha fatto più per opposizione a Wade che per reale adesione a lui come candidato, tra l’altro da molti considerato il prodotto politico dell’ex presidente, discepolo della sua stessa scuola liberale.

 

Tenendo presente ciò, riuscirà Macky Sall a mantenere le promesse elargite ai senegalesi, ora più esigenti, civicamente più maturi e intransigenti che nei confronti di Abdoulaye Wade? Potrà mantenere gli accordi presi con i diversi attori della società civile che lo hanno appoggiato e con i movimenti di mobilitazione che ne monitorano i movimenti, pronti a sollevarsi di nuovo al fianco del popolo?

 

A livello politico, la principale difficoltà del neopresidente sarà proprio quella di riuscire a tenere in piedi tutta la baracca, non dimenticando che la coalizione formata dai candidati del primo turno per sostenerlo al ballottaggio raduna anche antichi nemici e partiti differenti, alcuni dei quali con visioni politiche profondamente diverse dalle sue. Primo fra tutti, il Partito socialista. In questo contesto, il capo di stato dovrà far fronte agli innumerevoli e urgenti problemi lasciati in eredità dai dodici anni di governo Wade: il risanamento delle finanze pubbliche gravemente in deficit; la diminuzione del costo della vita; la risoluzione della crisi del mondo scolastico e del conflitto con i ribelli della Casamance (nel sud del paese); il rafforzamento delle istituzioni; la lotta contro la corruzione e l’impunità.

 

Trionfo della società civile

«Allora, chi ha vinto?», mi chiede ironicamente El-Hadj Diéyé, proprietario di un chiosco di giornali in Piazza dell’Indipendenza a Dakar, teatro, un mese prima, delle violenze tra i manifestanti e le forze dell’ordine. «Il popolo senegalese », risponde esultante un passante, anticipandomi.

 

È proprio quest’affermazione che esemplifica al meglio l’umore e i sentimenti dei senegalesi. A parte i reali sostenitori di Macky Sall, che avevano confidato in lui già al primo turno, i sentimenti di gioia e fierezza della maggioranza della popolazione sono diretti verso i propri concittadini. Perchè a trionfare non è stato solo il nuovo presidente, ma anche e soprattutto il popolo senegalese. Che ha ottenuto una vittoria duplice: quella di avere imposto la propria volontà, cacciando un presidente amato in passato ma che ora minacciava la costituzione e la democrazia del paese, e quella di averlo fatto nella pace e attraverso lo strumento democratico più semplice e potente: il voto.

 

A complimentarsi con l’elettorato senegalese sono stati non solo i politici locali, ma anche gli osservatori internazionali. Che, tirando un sospiro di sollievo, hanno ben salutato anche l’atteggiamento, per alcuni inaspettato, dell’ormai “ex” presidente Wade, che sembrerebbe aver riscattato, almeno in parte, l’immagine di nuovo dittatore d’Africa, accettando immediatamente la sconfitta.

 

Anche il Senegal, dunque, ha avuto la sua primavera rivoluzionaria. Ma con la differenza che il suo popolo, rispettando la tradizione pacifica, ha dovuto fortunatamente versare molto meno sangue degli altri per arrivare alla vittoria.

 


 



Acquista l’intera rivista in versione digitale