Senegal: la restaurazione di Faye passa per Sall all’ONU - Nigrizia
Nazioni Unite Politica e Società Senegal
Il presidente della Repubblica fa retromarcia e appoggia l’ex-capo di stato (ed ex rivale) Macky Sall come candidato al ruolo di Segretario generale delle Nazioni Unite
Senegal: la restaurazione di Faye passa per Sall all’ONU
Orfano del suo partito Pastef, Faye ha bisogno di appoggi esterni per restare al potere e sperare di vincere le elezioni del 2029. Come nuovi compagni di strada si sta aprendo anche al PDS di Karim Wade. Una mossa con cui federa i due maggiori partiti politici che aveva sconfitto alle precedenti elezioni al fianco del suo ex mentore Sonko
23 Luglio 2026
Articolo di Roberto Valussi
Tempo di lettura 8 minuti
Una vista aerea di Dakar, la capitale senegalese (Credit: © Canva)

Semmai fu rivoluzione, ora è restaurazione. Lunedì 20 luglio, il presidente della Repubblica senegalese Bassirou Diomaye Faye ha dichiarato di appoggiare la candidatura del suo predecessore Macky Sall al ruolo di Segretario generale dell’ONU.

Un incontro per la giravolta

Di per sé, non ci sarebbe di strano. Chi si candida a un ruolo del genere gode solitamente di un supporto statale, dato il prestigio e la visibilità che ne derivano per la nazione. 

Il caso in questione è però inusuale. Sall aveva annunciato la sua candidatura il 2 marzo 2025 con il supporto a sorpresa del Burundi e non del Senegal. Lo stesso Faye aveva dichiarato di aver appreso dell’iniziativa dell’ex capo di stato non dal diretto interessato, ma da fonti terze e che «il Senegal non accetterà mai un trattamento del genere».

Il cambio di posizione era nell’aria. Il 17 luglio, Sall si è recato a Dakar per incontrare Faye, in quello che ha segnato anche il suo primo ritorno in Senegal dopo la disfatta elettorale del 2024. Una visita lampo di circa tre ore per discutere della candidatura all’ONU. 

L’intesa raggiunta tra i due era inimmaginabile fino a pochi mesi fa e segnala una nuova riconfigurazione degli equilibri politici nazionali. Spiegazione a seguire.

Cronistoria di una rivalità

Sall ha guidato il paese dal 2012 al 2024. Gli ultimi tre anni del suo mandato sono stati segnati dallo scontro con il partito anti-establishment Pastef, guidato da Ousmane Sonko, di cui Faye era il silente braccio destro. Tre anni segnati da manifestazioni represse nel sangue, con almeno 65 vittime, processi giudiziari controversi e la detenzione sia di Sonko che di Faye. 

Alla fine, l’ha spuntata Pastef. Sall si è trovato a dover scarcerare i due leader dell’opposizione a pochi giorni delle elezioni presidenziali del febbraio 2024. Dato che Sonko risultava incandidabile a causa dei processi di cui sopra, il partito ha presentato Faye. Con tanto di slogan in wolof (la principale lingua locale del paese) ‘’Diomaye mooy Sonko’’, ovvero ”Diomaye è Sonko’’. Il primo è diventato presidente della Repubblica; il secondo primo ministro. 

Il programma di governo puntava a cambiamenti all’insegna della rottura in tutti i settori, dall’economia (rinegoziazione dei contratti nel settore minerario, lotta alla corruzione) alla politica estera (retorica anti-coloniale e allentamento dei rapporti con la Francia), restando nell’alveo della democrazia liberale (ovvero senza aprire al modello di giunta militare incarnato dal trio Mali, Burkina Faso, Niger).

Invece, per i critici di Pastef e Sonko, questi ultimi esprimevano e esprimono un massimalismo inattuabile, intriso di populismo. E portano avanti un conservatorismo sociale, visibile soprattutto nelle questioni di genere. 

Il potere logora. In fretta 

L’intesa costruita in più di dieci anni di militanza tra i due ex ispettori del fisco convertiti alla politica si è sgretolata in meno di due anni al potere. 

Lo scorso maggio, Faye ha licenziato Sonko, considerandolo troppo impegnato a fare il tribuno del popolo anche dagli scranni del governo e poco disposto a trovare compromessi per mandare avanti il paese. 

Sonko ha reagito facendosi eleggere presidente dell’Assemblea Nazionale. Così facendo, ha in mano il potere legislativo (Pastef domina con 130 deputati su 165), rimane la guida indiscussa del partito e conta su un forte appoggio popolare.

Forte di questa posizione, sta cercando di imporre la sua linea all’esecutivo guidato da Faye rimasto privo di macchina partitica. Formalmente l’attuale capo di stato è ancora un membro di Pastef, ma ancora per poco; sarà automaticamente espulso all’annuncio ufficiale della nascita del suo nuovo partito, previsto per questo sabato 25 luglio.

All’orizzonte, ci sono le elezioni locali del gennaio 2027 e, soprattutto, le presidenziali del 2029. Per vincere, Faye ha bisogno di un supporto esterno. Da qui la convenienza nel riavvicinarsi a Sall e al suo apparato.

Il fossato su giustizia e debito 

Il cambio di posizione su Sall amplia ulteriormente la rottura tra Sonko e Faye. Due delle loro principali divergenze riguardavano l’ex capo di stato.

In primo luogo, c’è la questione della giustizia per i manifestanti uccisi tra il 2021 e il 2024. Sonko ha sempre voluto far processare Sall per il reato di alto tradimento davanti all’Alta Corte di giustizia; finora non è riuscito nel suo intento. Al contrario, Faye ha preferito lasciar correre, ufficialmente per non aggravare la crisi di coesione sociale formatasi negli anni dello scontro tra Sall e Pastef. 

La seconda divergenza riguarda il tema per eccellenza del Senegal di questi ultimi tempi: il debito nascostoNel settembre 2024, Sonko aveva denunciato un buco nelle finanze di circa 7 miliardi di dollari lasciato dall’amministrazione Sall. Una cifra enorme per le finanze senegalesi, che da allora sono entrate in crisi, esponendo il paese al rischio di un default. 

La soluzione principale dovrebbe passare per un accordo con il Fondo monetario internazionale (FMI) per la ristrutturazione del debito. Sonko ha finora rifiutato le condizioni proposte dal FMI, ritenendole troppo esose; al contrario, Faye è più conciliante e critica Sonko per una mancanza di pragmatismo.   

Il riavvicinamento con Sall lascia pensare che Faye stia cercando una base per far passare la sua linea negoziale anche sul fronte FMI. Quindi, sì all’accordo e fine di ogni percorso giudiziario o politico per determinare le responsabilità di Sall e dei membri del suo entourage.

Ricomincio da tre

Per ampliare la sua base, Faye ha aperto anche a un altro esponente politico di peso nazionale: Karim Wade, figlio dell’ex capo di Stato Abdoulaye Wade (in carica dal 2000 al 2012) e leader del Partito democratico senegalese (PDS), un partito storico tra i più radicati nel paese. Lo stesso Sall è un transfugo del PDS, da cui è uscito nel 2008 per formare il suo partito, l’Alleanza per la Repubblica (APR).

Al netto di qualche raro momento di convergenza, Pastef è sempre stato avverso al PDS.

Wade vive dal 2016 in una sorta di auto-esilio in Qatar, a causa di una faida giudiziaria-politica con Sall che è arrivata a costargli tre anni di carcere in Senegal. 

Il 14 luglio, Faye lo ha incontrato a Doha, la capitale qatarina, dove si era recato per rendere omaggio all’emiro Hamad Bin Khalifa Al Thani, venuto a mancare pochi giorni prima. 

Lo stesso giorno Sall ha fatto altrettanto, realizzando un’altra visita degna di nota, dato che non si incontrava con Wade di persona da molti anni. 

Così, la riconfigurazione dello scacchiere politico prende la forma di un’alleanza a tre. Rimane da vedere se seguirà una formalizzazione oppure se non si andrà oltre le foto in posa di questi giorni. Per ora, tutto sembra indicare che Faye si stia lanciando tra le braccia degli uomini a capo dei due partiti più strutturati del paese. 

Le reazioni di politica e società civile

Ritorniamo alla candidatura dell’ONU da parte di Sall, per vedere le reazioni di politica e società civile.

In un comunicato stampa, l’APR ha subito lodato «la lungimiranza e lo spirito repubblicano» di Faye. Mentre dopo quasi tre giorni, Pastef non si è ancora espresso ufficialmente sulle mosse di Faye; finora sono emersi solo dei commenti anonimi e una presa di posizione ufficiale è attesa a breve. 

Si sono espresse invece le varie associazioni cittadine che chiedono giustizia per i manifestanti uccisi. Per uno dei loro responsabili, Boubacar Seye «è incomprensibile che lo stato del Senegal sostenga questa candidatura. Lui (Macky Sall, ndr) è squalificato per le Nazioni Unite. Non si può versare il sangue dei propri cittadini e poi andare a dirigere le Nazioni Unite.»

Quali speranze per Sall alla guida dell’ONU?

Nonostante il ritardo con cui è riuscito a assicurarsi il supporto del suo paese, le possibilità di Sall di rappresentare il vertice delle Nazioni Unite restano limitate. Pur non essendo previsto dallo statuto dell’ONU, nella scelta del Segretario generale pesa una consolidata prassi di rotazione geografica. Dopo il secondo mandato del portoghese António Guterres, che termina a fine anno, molti stati ritengono che sia arrivato il turno dell’America Latina e dei Caraibi, i cui candidati sono infatti oggi considerati favoriti. Cinque su sei, quindi tutti tranne Sall, provengono da quella zona geografica. 

Il tentativo di Sall apparirebbe poco sensato. Ma forse la ratio della sua decisione si trova su due punti; il principio di rotazione geografica è stato già parzialmente disatteso in passato; e anche il solo presentarsi come candidato potrebbe bastare per riguadagnare parte della visibilità e dello smalto internazionale smarrito in seguito alle critiche sulla repressione anti-Pastef e sul debito nascosto.

Già da oggi è lecito aspettarsi qualche elemento in più sulla reale consistenza della candidatura di Sall. A New York, si tiene la town hall delle Nazioni Unite, un dibattito pubblico e aperto in cui i candidati alla carica di Segretario generale affrontano domande e presentano le proprie idee.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it