Tutto è iniziato con l’arresto, il 3 marzo, di Ousmane Sonko, giovane parlamentare radicale e ritenuto moralmente “esemplare”, arrivato in terza posizione alle elezioni presidenziali del 2019 e visto come uno dei principali concorrenti di quelle previste nel 2024. L’arresto ha provocato la rabbia dei suoi sostenitori, ma anche quella di tanti senegalesi frustrati dalle difficili condizioni di vita e scesi in piazza contro il presidente Macky Sall.

Sonko è stato arrestato ufficialmente per “disturbo dell’ordine pubblico” mentre, accompagnato dai suoi sostenitori, stava recandosi in tribunale dove era convocato per rispondere delle accuse di stupro, mosse contro di lui da una dipendente di un salon de beauté che frequentava per dei massaggi contro il mal di schiena.

Accuse che Sonko, naturalmente, ha respinto. «Accuse infondate e strumento ormai consolidato per rimuovere dalle prossime elezioni i principali competitor del presidente Sall», è stata la replica di uno degli avvocati di Sonko, Abdoulaye Tall.

Il suo arresto ha scatenato l’esasperazione dei giovani in particolare ‒ molti diplomati ma disoccupati che non vedono futuro davanti a loro se non l’emigrazione (cresciuta in maniera importante verso la Gran Canaria, la nuova Lampedusa dell’immigrazione) – che covava sotto la cenere da tempo per le difficili condizioni di vita, aggravate dalle misure anti-Covid che hanno peggiorato la profonda crisi economica e aumentato il tasso di povertà.

L’esasperazione ha provocato quattro giorni (e notti) di guerriglia urbana, con violenze inaudite e grandi devastazioni. Diversi quartieri di Dakar, la capitale, e di altre città dell’interno del paese, hanno vissuto scontri di una portata sconosciuta da diversi anni e che hanno fatto tremare il potere di Macky Sall. A Dakar, la battaglia ha visto svuotarsi le strade, chiudere negozi e magazzini e lasciare tanti segni della guerriglia urbana.

Nel quartiere popolare della Medina, gruppi di giovani che scandivano «liberate Sonko!» hanno attaccato con lanci di pietre i poliziotti in una nube di lacrimogeni e deflagrazioni di granate assordanti. Gli stessi scontri avvenivano un po’ più lontano, in piazza della Nation. A Mbao, la grande banlieue, è stato razziato il megastore Auchan. Sono state chiuse anche le scuole francesi, così come l’agenzia della Air France.

Anche i locali del quotidiano Le Soleil e della radio RFM, ritenuti vicini al potere, sono stati assaltati. Attaccati anche molti cartelli e insegne francesi, dato che la Francia è accusata di sostenere allegramente il presidente Sall. Del resto, non sono definiti “eccellenti” i suoi rapporti con il presidente francese Emmanuel Macron?
Il risultato degli scontri? Dieci morti secondo la versione ufficiale, uno di più, secondo l’opposizione.

L’arresto di Sonko, leader del partito Pastef-Les Patriotes, ha scatenato inoltre una tempesta nel mondo politico e mediatico senegalese, venendo ad aggiungersi ai guai giudiziari di Karim Wade, figlio ed ex ministro di suo padre, l’ex presidente Abdoulaye Wade, e Khalifa Sall, ex sindaco di Dakar, entrambi colpiti da condanne «per appropriazione indebita finanziaria», e compromessi dunque per le prossime presidenziali.

Nel paese, intanto, è nato il Movimento di difesa della democrazia (M2D), voluto da parlamentari dell’opposizione, leader di movimenti politici e responsabili di organizzazioni della società civile. Obiettivo: la confederazione di tutti i resistenti alle pratiche autocratiche. Il movimento si vuole aperto e inclusivo.

La coalizione denuncia lo “sporco complotto” contro Ousmane Sonko e la volontà del potere “di eliminare ogni opposizione politica”. Esige la liberazione delle centinaia di prigionieri “arbitrariamente in carcere” e una commissione di inchiesta indipendente sulle responsabilità delle morti delle manifestazioni. 

La furbizia politica, ha portato il presidente Sall ad ascoltare i “saggi del paese”, autorità religiose comprese, tanto determinanti in Senegal, che non hanno temuto di ricordargli la gravità della situazione e quindi il bisogno di agire. Si è dunque rivolto al paese, l’8 marzo, dicendo di aver capito le inquietudini e le preoccupazioni dei giovani, invitando tutti a far tacere il rancore e a evitare la logica dello scontro, chiamando al dialogo e alla concertazione. Parole? Pur «lasciando che la giustizia segua il suo percorso», l’indomani faceva liberare Sonko calmando, momentaneamente almeno, gli spiriti.

In quel discorso, Sall fissava all’11 marzo un lutto nazionale per onorare le vittime delle manifestazioni. L’opposizione, da parte sua, vive oggi, venerdì 12 marzo, una giornata di lutto e preghiera e dà appuntamento a tutti per un meeting pacifico in piazza della Nation per la liberazione dei “detenuti politici”, come li chiama.

Libero, anche se sotto controllo giudiziario, Sonko non ha risparmiato accuse al presidente, «responsabile degli accadimenti di questi giorni», di aver tradito il popolo senegalese e di perseguitare gli oppositori. Esige inoltre la liberazione immediata e senza condizioni dei prigionieri politici. E chiede al presidente Sall di dichiarare pubblicamente e senza ambiguità che non brigherà un terzo mandato nel 2024.

Vero che la Costituzione, riveduta nel 2016, vieta un terzo mandato al presidente uscente, ma la tentazione di una candidatura a un terzo mandato è sempre in agguato. Perché non seguire l’esempio degli “amici” Alpha Condé della Guinea e Alassane Ouattara della Costa d’Avorio, invece che quello di Mahamadou Issoufou del Niger?

Ricordiamo che Sall era stato eletto la prima volta nel marzo 2012 come riformista, e rieletto il 24 febbraio 2019, al primo turno, ma con l’opposizione che l’aveva accusato di impedire ad alcuni dei suoi principali rivali di partecipare al voto.

Durante le manifestazioni, il potere non ha pensato che a erigere restrizioni ai social, alla messaggistica, agli scambi di foto e video. Le autorità hanno inoltre sospeso alcuni canali televisivi colpevoli, secondo loro, di diffondere all’infinito immagini di violenza.

Di qui la reazione di Reporters sans Frontières e di Amnesty International che hanno denunciato «un’ondata senza precedenti di violazioni della libertà di stampa» e chiesto alle autorità senegalesi di smettere immediatamente gli arresti arbitrari di oppositori e attivisti, e di rispettare la libertà di espressione e di riunione pacifica.

Appelli sono venuti da ogni parte al governo senegalese (anche dalla Cedeao, l’organizzazione regionale dei paesi dell’Africa occidentale) per evitare di aggravare la situazione del paese, legata anche alle proteste contro il mantenimento delle misure anti-Covid, alle pulsioni indipendentiste del Movimento delle forze democratiche (Mfdc) nella regione del sud, la Casamance, e della scoperta di cellule jihadiste dopo che il presidente Sall ha recentemente denunciato la volontà dello Stato islamico di «volersi espandere fino all’Atlantico, attraverso il Senegal».

La locomotiva dell’economia dell’Africa occidentale si ritrova in panne. Tocca a Macky Sall rilanciarla, venendo incontro alle esigenze di una gioventù che sogna libertà, lavoro e dignità. Saprà ascoltarla?  

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