L’ex capo di stato del Senegal, Macky Sall, ha ufficializzato la propria candidatura alla carica di segretario generale delle Nazioni Unite. La notizia, nell’aria da mesi, è stata confermata lunedì 2 marzo con la trasmissione di un documento programmatico di sei pagine indirizzato ai presidenti di turno dell’Assemblea generale e del Consiglio di Sicurezza.
Gli interrogativi sulla sua strategia
Quante chances ha di farcela? La domanda è valida per ogni candidato, ma a maggior ragione nel suo caso, per almeno tre ragioni.
In primis, lo stato che ha guidato per 12 anni non lo appoggia. Seconda poi, più che alla guida dell’ONU, l’attuale governo senegalese preferirebbe vederlo dietro le sbarre.
Infine: vige un principio informale di rotazione su base geografica, che orienta (senza determinare) la scelta del segretario generale; questa volta dovrebbe essere il turno di un rappresentante (o meglio ancora, una rappresentante) dell’America Latina.
Da qui, viene da precisare la domanda: Sall punta a vincere o gli basta partecipare? La seconda opzione gli potrebbe bastare per ottenere un piccolo lifting diplomatico alla sua immagine. Sarebbe un guadagno non trascurabile. La sua figura è uscita a dir poco ammaccata dal tentativo di reprimere l’opposizione dell’allora leader dell’opposizione e oggi primo ministro senegalese, Ousmane Sonko.
Detto questo, vediamo meglio il contesto.
Una candidatura sponsorizzata dal Burundi
A presentare formalmente la candidatura di Sall non è stato il suo paese d’origine, il Senegal, bensì il Burundi, attraverso il suo ambasciatore all’ONU, Zéphyrin Maniratanga. Il Burundi detiene attualmente la presidenza di turno dell’Unione Africana, un dettaglio che sottolinea come la mossa sia stata compiuta in veste di rappresentante del continente e non per iniziativa di Dakar.
Il tabellone dei candidati: Bachelet e Grossi in gara
La candidatura di Sall si inserisce in una competizione che vede già in campo altri nomi di peso, tra cui spiccano quelli dell’ex presidente cilena Michelle Bachelet – formalmente nominata da Cile, Brasile e Messico – e del direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), l’argentino Rafael Grossi. È in lizza anche l’ex vicepresidente della Costa Rica, Rebeca Grynspan.
I nodi irrisolti con il nuovo governo senegalese
Il percorso di Sall verso il Palazzo di Vetro appare però irto di ostacoli. Il principale nodo riguarda il mancato sostegno del suo paese. Le nuove autorità senegalesi, guidate dal presidente Bassirou Diomaye Faye e dal primo ministro Ousmane Sonko, hanno più volte messo in discussione l’operato dell’ex presidente.
Tra i punti di attrito più gravi, il governo gli attribuisce la responsabilità per l’occultamento di una parte consistente del debito pubblico, uno scandalo che ha gettato il paese in una situazione finanziaria critica, portando al congelamento dei finanziamenti del Fondo Monetario Internazionale.
Inoltre, il partito Pastef, ora al potere, considera Sall responsabile delle violente repressioni delle manifestazioni tra il 2021 e il 2023, che secondo il partito Pastef e organizzazioni terze come Amnesty International hanno causato la morte di almeno 65 persone.
È una faccenda ancora aperta. Il governo ha recentemente riattivato l’Alta Corte di Giustizia, un organo preposto a giudicare i capi di stato per fatti commessi nell’esercizio delle loro funzioni. Un eventuale sostegno di Dakar alla sua candidatura sarebbe quindi politicamente esplosivo.
La condanna di Amnesty International
«Se il Senegal sostiene la candidatura di Macky Sall al posto di segretario generale dell’ONU, tradirete la memoria di più di 65 senegalesi uccisi dal suo regime», ha dichiarato senza mezzi termini Seydi Gassama, direttore esecutivo di Amnesty International Senegal, rivolgendosi al presidente Faye.
Il silenzio di Dakar e lo spiraglio del ministro
Fonti giornalistiche riportano che l’ex presidente avrebbe inviato una lettera a Bassirou Diomaye Faye per ottenere l’avallo ufficiale di Dakar, ma al momento non è giunta alcuna risposta né commento da parte del governo. Il ministro degli Esteri senegalese, interrogato in passato sulla possibilità di una candidatura di Sall, aveva liquidato la questione come una speculazione.
I punti di forza: il gradimento di Russia e Francia
Nonostante le forti opposizioni interne, Sall può contare su alcuni importanti fattori a suo favore sulla scena internazionale. Secondo analisti e diplomatici, il suo nome sarebbe gradito a potenze chiave, come la Russia e la Francia.
In un consesso come il Consiglio di Sicurezza, dove i cinque membri permanenti (Cina, Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) dispongono del diritto di veto, questa trasversalità potrebbe rivelarsi un’arma vincente, rendendolo un candidato più digeribile per Pechino e Mosca rispetto alla progressista cilena Michelle Bachelet.
I fattori sfavorevoli: la rotazione geografica e il gender gap
Vi sono due consuetudini non scritte che giocano contro di lui. La prima è di natura geografica: secondo il principio della rotazione regionale, il prossimo segretario generale dovrebbe provenire dall’America Latina, cosa che favorirebbe Grossi o Bachelet. La seconda è di genere: dopo 80 anni di storia, cresce la pressione all’interno delle Nazioni Unite per eleggere una donna alla guida dell’organizzazione. Si tratta, tuttavia, di fattori indicativi e non vincolanti.
I prossimi passi: tempi e regole per la successione di Guterres
La partita si giocherà nei prossimi mesi. La scadenza per la presentazione ufficiale dei candidati da parte degli stati membri è fissata per il 1° aprile 2026. Seguiranno dei colloqui conoscitivi a fine aprile e, successivamente, una serie di votazioni informali a porte chiuse in seno al Consiglio di sicurezza.
Per essere raccomandato all’Assemblea generale, un candidato dovrà ottenere almeno nove voti favorevoli su quindici nel Consiglio, senza subire il veto di nessuno dei cinque membri permanenti. Solo a quel punto la sua nomina verrà ratificata dall’Assemblea generale, con un voto che tradizionalmente è una mera formalità.