Fra Senegal e Mauritania, l'affaire Biram Dah Abeid - Nigrizia
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Il deputato e storico attivista contro la schiavitù è stato convocato dal ministero degli Interni di Dakar
Fra Senegal e Mauritania, l’affaire Biram Dah Abeid
Dal gas alle migrazioni, i due paesi condividono agende complicate
18 Luglio 2025
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 8 minuti
Biram Dah Abeid

A volte l’accoglienza si scontra con le esigenze della realpolitik. Basti guardare al Senegal, paese noto per la sua ospitalità e per essere la casa di diversi oppositori politici originari della vicina Mauritania, su tutti il deputato e attivista abolizionista Biram Dah Abeid, vincitore del premio delle Nazioni Unite per i diritti umani nel 2013.

Dakar e Nouakchott condividono oltre 700 chilometri di confine. I loro rapporti diplomatici sono stati spesso complicati ma sono in continua evoluzione.

La prospettiva dello sfruttamento congiunto di giacimenti offshore di gas naturale ha aperto nuovi orizzonti di cooperazione fra i due paesi mentre rimangono attuali i problemi legati al razzismo nella società mauritana e all’accoglienza dei cittadini senegalesi.

In questo riassestarsi, dossier come quello di Dah Abeid possono diventare spinosi. Così si potrebbe leggere la decisione del ministro degli Iinterni di Dakar, generale Jean-Baptiste Tine, di convocare l’oppositore politico mauritano a seguito di un suo intervento pubblico ritenuto troppo aggressivo da Nouakchott. Tanto da chiedere all’attivista di abbassare i toni del suo agire politico nel paese.

Questa almeno la visione dell’oppositore mauritano e del movimento di cui è a capo, la Initiative pour la résurgence du mouvement abolitionniste (IRA- Mauritanie). Le autorità senegalesi hanno confermato l’incontro fra Dah Abeid e il ministro ma il resto della loro versione differisce in più punti.

Come si è arrivati alla «convocazione»

Andando per gradi. Stando a quanto riferito dallo stesso Dah Abeid e dall’IRA, lo scorso 9 luglio il leader del movimento, che risiede in Senegal da otto anni, è stato convocato dal ministro Tine per il successivo 11 luglio.

Seppur in modo cordiale, l’esponente del governo del presidente Bassirou Faye avrebbe anche rifiutato una richiesta di posticipare l’incontro partita dal deputato mauritano, che proprio in quei giorni si sarebbe dovuto recare nel suo paese d’origine.

Il colloquio si è alla fine svolto il giorno previsto, alla presenza anche del direttore generale della Polizia nazionale senegalese, Mame Seydou Ndour, e di un altro alto funzionario dei corpi di polizia.

Secondo Dah Abeid, oltre che a lui stesso la convocazione era stata rivolta anche al suo alleato Samba Thiam, altro oppositore del governo mauritano leader delle Forces progressistes du changement (FPC).

A Dah Abeid sarebbe stato anche chiesto di convincere Thiam a partecipare all’incontro visto un suo primo rifiuto a recarsi al ministero. Alla fine, il leader dell’FPC è rimasto sulla sua posizione e ha disertato la riunione.

Nella ricostruzione di Dah Abeid, nel corso dell’incontro il ministro senegalese avrebbe riportato una richiesta delle autorità mauritane a «moderare i toni» delle sue critiche nei confronti del governo.

L’esortazione si sarebbe resa necessaria dopo un non meglio identificato discorso pronunciato da Dah Abeid in territorio senegalese. Il ministro e i dirigenti della polizia non hanno voluto fornire i dettagli dell’episodio neanche dopo le richieste di chiarimento da parte dell’attivista.

Come accennato, la versione delle autorità senegalesi rispetto all’andamento della riunione è diversa. Il ministero ha confermato l’incontro fra il ministro e l’oppositore politico mauritano, definendolo però un invito e non una convocazione irrifiutabile.

Al centro del colloquio, ha affermato il ministro Tine, «la tradizione senegalese di ospitalità, libertà e democrazia» e le eccellenti relazioni fra i Mauritania e Senegal, che vanno «preservate». 

La storia di Yarg

Dah Abeid ha una sua teoria rispetto alle ragioni di questa postura degli apparati di sicurezza senegalesi. Secondo l’oppositore, è probabile che al governo mauritano non sia piaciuta l’eco raggiunta dalla recente notizia del diploma di maturità del giovane Yarg, ex prigioniero liberato dalla schiavitù e adottato nel 2011 da Dah Abeid, che lo ha anche iscritto a scuola in Senegal. La sua storia di successo ha ottenuto ampia risonanza sui media mauritani.

Alla fine del colloquio, il politico mauritano ha ricordato la sua determinazione a non interferire nella vita politica di Dakar e a non commentare le relazioni bilaterali fra Senegal e Mauritania. Dah Abeid si è detto anche pronto a lasciare il Senegal con la sua famiglia qualora il governo e lo autorità giudiziarie del paese glielo chiedessero.

Va notato che questo momento di tensione fra l’oppositore mauritano e le autorità senegalesi avviene a pochi giorni dall’inizio di un nuovo dialogo nazionale in Mauritania.

L’iniziativa, la sesta di questo tipo in circa 20 anni, vorrebbe mettere al tavolo tutte le forze vive del paese per risolvere alcuni dei problemi che da più tempo affliggono il paese, fra i quali la schiavitù e le discriminazioni ai danni della popolazione nera. Dah Abeid ha affermato di non essere contrario al dialogo ma che comunque non vi parteciperà. 

Il problema della schiavitù

Per capire il contesto della Mauritania e il peso del politico dell’opposizione si deve tenere conto che nel paese vivono decine di migliaia di persone in condizione di schiavitù ereditaria mentre altre centinaia di migliaia sono ritenute a rischio di cadere vittima di schiavitù moderna.

Una definizione ampia questa, che comprende lavoro forzato, matrimonio forzato, sfruttamento sessuale, tratta, vendita di essere umani. Il paese ha la terza più alta prevalenza di persone che dipendono da un padrone secondo il Global Slavery Index, elaborato ogni anno dall’organizzazione per la difesa dei diritti umanitari Walk Free.

La Mauritania ha formalmente abolito questa pratica nel 1981, ultimo paese del mondo a farlo, e nel 2007 e nel 2015 si è in teoria dotata di due leggi che le hanno prima permesso di perseguire i possessori di schiavi e poi di istituire delle corti ad hoc per giudicare questo crimine.

A oggi, stando a diversi report e resoconti di stampa, la schiavitù resta ancora ufficiosamente in vigore e anzi, secondo alcune ricostruzioni, molti esponenti delle élite politiche ed economiche del paese continuano a perpetuare questo abuso.

La lotta di Dah Abeid contro  la schiavitù è da calare in questo contesto. L’attivista, a sua volta un ex schiavo, è stato incarcerato più volte. Celebre la sua detenzione nel 2012, quando venne arrestato per aver bruciato in strada alcuni libri contenti interpretazioni della legge islamica usate per giustificare la schiavitù. Una certa, distorta lettura dell’Islam e della sharia contribuisce infatti in modo decisivo a mantenere lo status quo che prevede il possesso di altri esseri umani.

La schiavitù è fortemente connotata a livello sociale e razziale. La stragrande maggioranza di coloro che “possiedono” gli schiavi appartiene alla minoranza di lingua araba e berbera, dalla pelle chiara e che si identifica come bianco, mentre la quasi totalità degli schiavi e delle persone liberate – i cosiddetti haredin – è composta da popolazione nera.

Migrazioni e razzismo (e Unione Europea)

Sebbene le persone sottoposte a schiavitù siano nella maggior parte dei casi originari della Mauritania e di lingua araba, il razzismo diffuso nella società mauritana, che si alimenta ed è sua volta acuito dalla schiavitù, ha spesso causato problemi alla numerosa popolazione di origine senegalese e subsahariana che risiede nel paese.

Dinamiche che si intersecano con le politiche di gestione della migrazione. E che sono state peggiorate dalle pressioni dell’Unione Europea, che ha individuato nella Mauritania il principale partner con cui bloccare la rotta atlantica verso le Canarie.

Nouakchott ha firmato un accordo con la Spagna nel 2022 e un partenariato con l’Ue l’anno scorso. Il cuore di queste iniziative è esternalizzare la gestione delle frontiere esterne dell’Unione e bloccare i migranti irregolari.
 
Anche in questo contesto vanno letti i rimpatri e le ondate di arresti che da mesi colpiscono centinaia se non migliaia di cittadini dell’Africa subsahariana che vivono in Mauritania, migranti sia regolari che irregolari.
 
Per protestare contro questa politica, nei giorni scorsi la Fédération des associations et groupements des Sénégalais en Mauritanie (FESGAM), la federazioni delle associazioni senegalesi nel paese, ha indetto uno sciopero di 48 ore contro retate e abusi.
 
A tutto gas
 
La situazione è delicata e i due governi stanno provando a venirne fuori in maniera congiunta. A giugno i rispettivi ministeri degli esteri hanno firmato un accordo di cooperazione che facilita l’arrivo e la permanenza dei cittadini senegalesi in Mauritania, abbattendo di molto i costi per le persone senegalesi e rendendo più chiare alcune procedure.
 
L’intesa dovrebbe entrare in vigore il prossimo 25 luglio in forma provvisoria, proprio nell’ottica di arginare la tensione che si sta verificando in queste settimane. 

Ma il dialogo e i fronti comuni fra i due governi non si fermano certo qui. Le società statali degli idrocarburi mauritana e senegalese detengono le stesse quote di un grosso progetto di estrazione e produzione di gas naturale liquefatto offshore, il Greater Tortue Ahmeyim, il cui primo carico di gnl è partito lo scorso aprile.

Operato dalla multinazionale britannica BP, il progetto dovrebbe permettere l’esportazione di circa 2,3 milioni di tonnellata di gnl all’anno per 20 anni. Un potenziale punto di svolta per le economie dei due paesi. E un’altra agenda che forse rende ancora più delicate questioni come quelle di Dah Abeid.
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