Senegal

Quattro ricorsi internazionali potrebbero cambiare il futuro di Karim Wade (figlio dell’ex presidente senegalese Abdoulaye ed ex ministro), condannato lo scorso 23 marzo a 6 anni di prigione per “arricchimento illecito”.

La condanna, emessa da una corte costituita appositamente per giudicare questo reato (Crei) non sarebbe in teoria appellabile, ma gli avvocati di Karim ed altri soggetti coinvolti nel processo hanno impugnato parti della sentenza  in diversi ricorsi ad istanze internazionali, o citato circostanze che potrebbero rendere nullo il giudizio.

Lo stesso ex ministro, in particolare, si è rivolto al gruppo di lavoro dell’Onu sulla detenzione arbitraria, citando le mancanze a riguardo della giustizia senegalese e appoggiandosi ad un rapporto dello stesso organismo, che aveva criticato la durata del procedimento penale e dell’incarcerazione del figlio dell’ex presidente.

Due invece i ricorsi presentati da Bibo Bourgi (noto anche come Ibrahima Aboukhalil), che i giudici avevano considerato complice di Wade, sequestrandone dunque le attività economiche. Sul provvedimento sono stata chiamate a pronunciarsi la Commissione delle Nazioni Unite sul diritto commerciale internazionale (Cnudci) e la Corte comune di giustizia e arbitrato (Ccja), con sede ad Abidjan.

Per un motivo simile (il sequestro di una loro controllata senegalese) le aziende Menzies Middle East&Africa ed Aviation Handling Services International hanno a loro volta chiesto l’intervento del Centro internazionale per il regolamento delle controversie sugli investimenti (Cirdi), un organismo della Banca mondiale con sede a Washington. (Misna)