A Highbury bastavano quattro parole: “He comes from Senegal”. I tifosi dell’Arsenal le cantavano per Patrick Vieira molto prima che il Senegal potesse immaginarlo sulla propria panchina.
Allora era il capitano dei Gunners, francese e nato a Dakar, il centrocampista lungo e feroce che aveva lasciato il paese a sette anni con la madre, era cresciuto a Trappes e aveva scelto la Francia: 107 presenze, un Mondiale e un Europeo. Quasi trent’anni dopo, quella provenienza cantata dagli inglesi è diventata una destinazione. Vieira è tornato a Dakar da commissario tecnico dei Leoni della Teranga.
«È un orgoglio tornare in Senegal ed essere il selezionatore. Sono nato qui, i miei genitori sono nati qui: è un ritorno a casa», ha dichiarato il 18 settembre durante la presentazione allo stadio Léopold Sédar Senghor. Ma “ritorno” è una parola comoda e pericolosa: suggerisce che tra partenza e arrivo ci sia stato il vuoto. Nel caso di Vieira non è così. Il Senegal è rimasto nella sua biografia anche mentre indossava la maglia blu della Francia.
Dal 2003 è infatti uno dei fondatori di Diambars, l’accademia nata a Saly insieme a Bernard Lama, Jimmy Adjovi-Boco e Saër Seck per unire formazione calcistica e scuola. L’idea era semplice e quasi sovversiva per il mercato del talento africano: formare i ragazzi in Africa senza considerare l’Europa l’unica via possibile.
«Volevamo infrastrutture e allenatori di qualità sul continente, perché i giovani potessero crescere qui, con la loro cultura», raccontò Adjovi-Boco. Diambars ha formato centinaia di ragazzi e prodotto professionisti, dando soprattutto a Vieira un rapporto con il Senegal meno episodico di una visita tra una stagione e l’altra.
Un nuovo capitolo nella continuità
Adesso, però, non c’è più un progetto educativo da sostenere dall’esterno. C’è una nazionale da allenare, e una delle più esigenti del continente. Vieira arriva dopo un Mondiale 2026 terminato ai sedicesimi contro il Belgio e prende il posto di Pape Thiaw.
È la sua prima esperienza da ct dopo New York City, Nizza, Crystal Palace e Strasburgo e Genoa. Vieira ha inserito il progetto in un ciclo di quattro anni, guardando alla Coppa d’Africa 2027 e 2028, e al Mondiale 2030 come orizzonte.
Lui, però, ha subito tolto dal tavolo l’idea della rivoluzione. «Non si tratta di ripartire da zero», ha spiegato. «Bisogna rispettare quello che è stato costruito e, nella continuità, aprire un nuovo capitolo». Nella grammatica calcistica delle presentazioni ufficiali, “continuità” è spesso la parola usata prima di cambiare tutto. Vieira almeno parte da qualcosa di concreto: vuole conservare “identità, solidarietà e capacità di soffrire insieme”, tre caratteristiche che considera patrimonio dei Lions.
La prima lista racconta già un passaggio generazionale. Ventinove convocati, nuovi nomi come Malang Sarr e Sadibou Sané, veterani come Kalidou Koulibaly e Idrissa Gana Gueye. Sadio Mané non c’è per un problema fisico, mentre Edouard Mendy ha chiuso la carriera internazionale.
Vieira dovrà fare ciò che ogni nuova nazionale teme: cambiare abbastanza da non invecchiare, ma non così tanto da perdere memoria. «Abbiamo una generazione nella quale bisognerà inserire giovani che possano diventare i leader del 2030», ha spiegato.
Una scelta di cuore
La sua storia personale rende il tema ancora più interessante. Vieira è stato uno dei simboli più riusciti della Francia multiculturale campione del mondo nel 1998 e non ha mai riscritto quella scelta.
Pochi mesi fa, parlando di Michael Olise, eleggibile per più nazionali, ricordava che il ragazzo gli aveva detto: «Io voglio giocare per la Francia». «Era la Francia, punto», ha raccontato Vieira. Non esiste quindi una conversione tardiva da una bandiera all’altra. Esiste piuttosto la traiettoria di un uomo che ha rappresentato un paese da calciatore e ora prova a restituire qualcosa a quello in cui è nato.
Alla presentazione ha insistito anche su questo. «La mia scelta è stata quella del cuore, non quella finanziaria», ha dichiarato, promettendo di dedicarsi «al 300 per cento» al Senegal. Il calcio moderno ama le percentuali impossibili e i contratti raccontati come storie d’amore. Nel suo caso, però, dietro la formula c’è almeno un archivio di oltre vent’anni: Diambars, i viaggi, il rapporto con il movimento locale. Non è un’origine riscoperta all’ultimo momento.
Le tappe per la CAN 2027
Il debutto competitivo è stato il 25 settembre in Mozambico (1 – 1), poi l’Etiopia, il 29, e infine l’amichevole contro le Comore a Marsiglia. Non è casuale che una delle prime partite del nuovo Senegal di Vieira si giochi in Francia: anche la geografia dei Lions passa da tempo attraverso la diaspora. Lui stesso ne è una delle biografie più celebri.
«Per riuscire avrò bisogno della nazione, dell’unità della nazione», ha detto a Dakar. È una richiesta enorme per un allenatore, ma le nazionali vivono anche di queste esagerazioni. Vieira non deve scegliere di nuovo tra Francia e Senegal, né correggere il passato. Deve soltanto fare bene un mestiere nuovo.
Per anni il Senegal è stato il luogo da cui, secondo il coro di Highbury, Patrick Vieira veniva. Adesso è il posto verso cui è tornato. La differenza non è una bandiera: è che questa volta, dalla panchina, sarà lui a decidere la direzione.