Voto, vigilia avvelenata
Il Consiglio costituzionale ha ritenuto che la star della musica senegalese non abbia raccolto un sufficiente numero di firme per candidarsi alle presidenziali del 26 febbraio. Scontri tra manifestanti e polizia nella capitale Dakar.

Che le presidenziali senegalesi, previste per il 26 febbraio, non sarebbero state una passeggiata era chiaro: il presidente uscente Abdoulaye Wade, alla massima carica dello stato dal 2000, ha dimostrato di essere un uomo attaccato al potere e senza scrupoli. Ma, il pronunciamento del Consiglio costituzionale, reso noto la sera di venerdì 27, ha dato il via ad una preoccupante escalation nel braccio di ferro fra Wade e lo schieramento dell’opposizione, e ad un ulteriore inasprimento del clima nel paese.

La riforma costituzionale adottata durante il primo mandato di Wade stabilisce un limite di due mandati presidenziali: Wade ha sostenuto che il mandato in corso all’epoca della riforma non andava contato. Non era difficile immaginare che Wade avrebbe trovato il modo di sensibilizzare il Consiglio costituzionale alle proprie “ragioni”: non sorprende quindi che la consulta lo abbia ammesso, dopo due mandati, a ricandidarsi. E, da un certo punto di vista, non tutto il male viene per nuocere: il problema Wade è diventato così grosso per il Senegal, che può essere salutare che si arrivi a voltare pagina non attraverso una sentenza ma con il voto popolare.

Che però addirittura il Consiglio costituzionale abbia ammesso la candidatura di Wade e al contempo respinto quella di Youssou N’Dour, massima star della musica senegalese e padrone di un impero mediatico-economico, è il segnale che il gioco si sta facendo decisamente duro.

Il Consiglio costituzionale ha motivato il rigetto della candidatura di Youssou N’Dour con la mancanza del numero minimo di firme a sostegno, 10mila: il cantante ne ha presentate oltre 12 mila, il Consiglio ne ha ritenute valide meno di 9 mila. Anche supponendo che le firme non fossero sufficienti, sarebbe difficile non cogliere la disparità di atteggiamento del Consiglio, elastico nei confronti di un’anomalia come la ricandidatura di Wade e invece fiscale con Youssou N’Dour.

Ratificate, d’altro canto, le candidature di tutti i più importanti politici candidati dall’opposizione, Idrissa Seck, Moustapha Niasse, Cheikh Tidiane Gadio (i primi due ex primi ministri di Wade e il terzo suo ex ministro, tutti passati a posizioni anti-Wade) e Tanor Dieng, leader del Partito Socialista (lo storico partito di Senghor e di Diouf, battuto nel 2000).

Venerdì l’opposizione ha atteso il pronunciamento del Consiglio con un grande concentramento nel quartiere popolare di Colobane (foto). All’annuncio della sentenza sono scoppiati incidenti, con scontri con la polizia e saccheggi di negozi (quasi tutti di commercianti cinesi), che si sono prolungati per ore nel corso della notte: un agente è rimasto ucciso. Senza precedenti per il Senegal – per quanto solo propagandistica – la dichiarazione a caldo di un esponente dell’opposizione che invitava marciare sul palazzo presidenziale e a far sloggiare Wade con la forza.

Al suo risveglio, sabato, Dakar era tornata alla calma, ma una calma carica di tensione. Alioune Tine, leader di Raddho, organizzazione che si occupa di diritti umani, è stato sottoposto a fermo in relazione agli incidenti della notte: il fermo è legale per 48 ore. Nel pomeriggio di sabato Youssou N’Dour è stato spintonato e malmenato da agenti mentre cercava di portargli la sua solidarietà.

Il rigetto della candidatura di Youssou N’Dour e il fermo di Tine vanno visti assieme: benché la sua non sia probabilmente la più forte nel frammentato fronte di candidature dell’opposizione, per la sua popolarità e il suo carattere di non-politico Youssou N’Dour può portare via voti a Wade; d’altra parte Tine, pur non essendo candidato, è una figura significativa, in grado di mobilitare la società civile. Indicativa del clima l’accusa rivolta dall’opposizione secondo cui l’agente morto durante gli incidenti sarebbe stato ucciso da provocatori al soldo di Wade.

Intanto, al termine delle 48 ore che aveva a disposizione, domenica il Consiglio costituzionale ha respinto l’appello presentato da Youssou N’Dour per la propria candidatura e gli appelli presentati dall’opposizione contro la candidatura di Wade. La piega presa dalle cose è grave, ma che la situazione non degeneri e che il Senegal si mantenga lontano da derive ivoriane lo fanno sperare, oltre che la forte condivisione di valori democratici, interiorizzata in maniera diffusa, il robusto senso di identità nazionale, l’assenza di rilevanti contraddizioni etniche, il tessuto di autorità religiose, e la tradizione di responsabilità delle forze armate.