Brasile, la missione di padre Saverio Paolillo
Si occupa da anni di minori e dei loro diritti, in carcere e per strada. Per lui, comboniano, missione è incontrare e condividere i problemi di ragazzi e famiglie destrutturate in quartieri periferici di Vítoria, capitale dello stato dell’Espírito Santo. «Il senso della missione è mettersi a servizio della vita, della dignità umana. Sono amato da Dio attraverso il bene che questi ragazzi mi vogliono».

È uno che macina lavoro. E lo fa con decisione, senza perdere la calma. Seguirlo in una giornata tipo vuol dire visitare progetti, discutere con educatori e guardie carcerarie, fare riunioni con mamme preoccupate, inoltrarsi in quartieri difficili, in gran parte abitati da famiglie afrodiscendenti. Vuol dire soprattutto incontrare centinaia di giovani.

Questa è la missione del comboniano Saverio Paolillo, che da 13 anni si occupa del progetto minori e del progetto carcere nell’ambito della pastorale dei minori. Siamo a Vítoria, città sull’Atlantico e capitale dello stato brasiliano dell’Espírito Santo. Padre Saverio vive in una comunità comboniana e lavora all’interno della rete Aica (Accompagnamento integrato di bambini e adolescenti), gestita dalla Caritas diocesana.

Aica agisce sia in termini di prevenzione che di accompagnamento dei giovani che sono sulla strada o legati alla criminalità. I principi-guida sono il rispetto della dignità e dei diritti di ogni persona e la garanzia del diritto alla convivenza famigliare comunitaria. «Le nostre sedi quindi – puntualizza padre Saverio – non hanno attività interne, anzi devono convivere con le varie attività del quartiere dove si trovano. Insomma non sono strutture chiuse in sé stesse. Vogliamo che i nostri ragazzi continuino a rafforzare i loro vincoli con il quartiere, oltre che con la famiglia».

La rete Aica ha in piedi otto progetti. Quattro che accolgono i ragazzi nel doposcuola (prevenzione); tre case di accoglienza (una casa di passaggio finché non si trova un’altra soluzione e due case-famiglia); un programma di libertà assistita comunitaria; un programma di formazione professionale. Dallo scorso giugno, ha mosso i primi passi un nono progetto che è trasversale a tutti gli altri. Si chiama “Giovani urbani” e ha l’obiettivo di far interagire i giovani tra i 15 e i 20 anni con le strutture del territorio dove vivono.

Questo lavoro coinvolge in profondità padre Xavier, come lo chiamano qui: «Per me è un’esperienza di fede molto profonda perché nell’incontro con l’altro tu stesso vivi l’esperienza di essere amato: è Dio che ti ama attraverso i poveri che ti vogliono bene. Io come essere umano ho bisogno di essere amato. Noi religiosi siamo stati educati quasi come non potessimo sentire gli affetti. A fare il voto di castità quasi fosse quello di sterilità. In realtà è un voto di fecondità. Io amo, quindi genero vita amando. Come fossi gravido di speranza, di vitalità. E allo stesso tempo mi sento amato, accarezzato da Dio per il bene che questi ragazzi, questa gente mi vuole. La chiamo la carezza di Dio». Vediamo di capire meglio.

 

I progetti Aica come “palestra di cittadinanza”?

Direi di sì. Aica nasce nel 1997, a partire dalla situazione che vive la parrocchia comboniana di san Giuseppe Lavoratore nel cuore del comune di Serra. C’erano tanti bambini per la strada, specie nel quartiere di san Sebastiano dove si concentrava il maggior numero di casi di prostituzione: molti bambini erano considerati “incidenti di lavoro”, privi di certificato di nascita. Non c’era nessuna relazione affettiva tra quei bambini e le loro mamme…

Le comunità cristiane di base decisero di fare qualcosa: non un semplice progetto di assistenza ma un intervento che educasse questi giovani alla cittadinanza. L’idea era che questi bambini-ragazzi acquisissero la piena coscienza del loro valore, recuperassero la propria autostima e prendessero, poco a poco , coscienza dei loro diritti, si riconoscessero come soggetti di diritto e alla fine lottassero per conquistare ciò che apparteneva loro.

Non a caso il primo progetto, nel quartiere di san Sebastiano, si chiama “Lasciami essere cittadino”. Viene avviato da padre Giampietro Baresi (autore della rubrica Parole del Sud, ndr). Non si tratta soltanto di dare un piatto di minestra, ma di far loro aprire gli occhi sulla propria realtà, farli diventare protagonisti della propria trasformazione in cittadini. Un lavoro che fa parte della tradizione delle comunità cristiane di base per rendere più giusta la società brasiliana.

All’inizio il progetto accoglie piccoli gruppi di ragazzi che frequentano la scuola, quindi il centro “lasciami essere cittadino”. La sera tornano in famiglia perché si punta a salvaguardare la convivenza famigliare. Anche se i rapporti famigliari sono abbastanza fragili, non si vuole “chiudere” con le famiglie, ma avviare un processo di ricostruzione della famiglia in modo che le madri assumano il loro ruolo e riconoscano i propri figli con regolare certificato di nascita. Si lavora direttamente con le madri, anche attraverso corsi di formazione professionale, per far sì che abbandonino la prostituzione e si integrino nella società.

 

E lei quando entra in gioco?

Mi occupavo già di minori a Saõ Paulo e alla fine del 1999, su richiesta di padre Baresi, fui trasferito qui. E quando questo progetto cominciò a crescere, anche in termini di strutture, si affacciarono altre sfide. Oltre a questi ragazzi che avevano un minimo di rapporto con la loro famiglia, cominciarono ad arrivare anche bambini e adolescenti che vivevano completamente sulla strada.

La notte, molti di questi bambini dormivano nel cortile e nel garage della nostra parrocchia, vicina ad una grande arteria stradale che collega l’estremo nord e l’estremo sud del Brasile e vicina a una stazione di autobus.

Era l’Anno santo 2000, vicino alla parrocchia c’era la canonica: vuota perché considerata poco sicura. Giovanni Paolo II invitava ad aprire le porte a Cristo e quindi chiedemmo al consiglio pastorale parrocchiale se non fosse il caso di fare della canonica un luogo di accoglienza dei bambini di strada. Un gesto di solidarietà in linea con il vero senso del Giubileo.

Il consiglio pastorale accettò e così nacque il secondo progetto, denominato “Nostra casa”. Un punto di riferimento, un ambiente dove questi bambini potessero alimentarsi, lavarsi, fare il bucato, dormire. Il tutto senza troppe regole, come un punto di passaggio, ma che potesse diventare – rispettando i loro ritmi – un punto di partenza per ricostruire vite e identità accidentate, per recuperare legami affettivi. All’inizio questo rifugio era misto. Era per ragazzi e ragazze. Del resto vivevano insieme per strada e insieme venivano a “Nostra casa”. Parliamo di ragazzi che sniffavano colle, che bevevano e che usavano vari tipi di droga.

 

Poi l’intervento si articola ulteriormente…

Sì. Alcuni ragazzi non si limitavano a passare ogni tanto, ma ad abitare questa casa. Nacque così l’idea di aprire una casa-famiglia.

Sul finire del 2002 trascorsi un periodo di vacanza in Italia e partii con l’idea che, una volta tornato, avremmo portato avanti questo progetto. Una sera stavo celebrando l’eucaristia a Barletta, la mia città, e alla fine il parroco (mio fratello) mi dice che c’è una coppia che vuole parlarmi. Incontro questa coppia giovane e la ragazza mi dice: «Papà è morto recentemente, senza essere riuscito ad incontrarti per offrirti dei soldi perché tu potessi comprare una casa per i ragazzi di strada».

Sul principio rimasi sorpreso perché non avevo parlato a nessuno di quello che stava avvenendo in Brasile, anche perché consideravo il progetto già fattibile, tant’è vero che avevo dato l’incarico a uno dei nostri di trovare uno stabile da affittare. Quindi pensai che lo Spirito, da una parte all’altra dell’oceano, avesse suggerito a questa coppia ciò che stavo facendo. E infatti parte del lascito fu utilizzato per comprare una casa, che divenne “Casa-famiglia”. E siano al terzo progetto.

I ragazzi che frequentano i tre progetti hanno fratelli o amici in carcere minorile o sono coinvolti con la malavita. Perché non offrire un’alternativa anche a loro? Si decide perciò di aprire un nucleo di “libertà assistita comunitaria”. Si tratta di una forma di libertà vigilata, sotto il controllo non delle forze dell’ordine ma di persone della propria comunità, attraverso una rete di educatori, volontari, e attraverso dei tecnici (psicologi, assistenti sociali). Costoro aiutano i ragazzi che hanno commesso delitti non gravissimi a mantenere i rapporti con la loro comunità d’origine, che tende ad escludere chi sbaglia.

Si tratta di superare la diffidenza della comunità e di recuperare i ragazzi coinvolti nella malavita. È il progetto “Sole che sorge”, un percorso che si fonda sul recupero dei legami affettivi, sul ritorno a scuola, sull’inserimento nel mondo del lavoro.

 

Qual è oggi il suo ruolo?

Aiuto nella coordinazione dei vari progetti, cercando di costruire un gruppo di lavoro in grado di portare avanti le diverse attività. L’obiettivo, come pastorale dei minori, è di creare strutture che siano significative nella realtà e che ci consentano di lavorare per il nostro “suicidio”: cioè che un giorno non ci sia più bisogno della pastorale dei minori perché i ragazzi sono titolari di tutti i diritti fondamentali.

Per questo la pastorale dei minori lavora molto anche nell’articolazione politica, cioè in quelle attività che permettono di interagire con una rete di servizi e di istituzioni, in grado di costruire un meccanismo di assistenza che garantisca i diritti fondamentali. Quindi non è la politica della carità e nemmeno la politica del favore. Ci muoviamo nella linea del diritto. E quello che facciamo non lo consideriamo un atto di carità nel senso più angusto della parola, ma un nostro dovere.

Come lo dice la Costituzione federale brasiliana, all’articolo 227, è dovere dello stato, della società e della famiglia garantire a tutti i bambini, in regime di priorità assoluta, i diritti fondamentali. Questa è una novità della Costituzione del 1988, che chiude definitivamente la fase della dittatura militare conclusasi nel 1985, che è fatta a più mani, che vede il coinvolgimento dei cittadini e che riconosce la gente come soggetto di diritto.

Dall’articolo 227 si è creato lo Statuto dei bambini e degli adolescenti, dove si ribadisce che il bambino è soggetto di diritto. Noi adulti diciamo che i bambini sono i cittadini del futuro, ma i bambini sono cittadini fin da subito, titolari di diritti nella loro pienezza. E sia la Costituzione sia lo Statuto mettono in mano ai bambini gli strumenti per far valere i loro diritti.

 

Nella vostra analisi avete individuato le radici del degrado sociale che coinvolge anche i bambini? È da imputare a una crescita economica troppo veloce e agli spostamenti per lavoro che disarticolano le famiglie? E perché il degrado colpisce prevalentemente le famiglie degli afrodiscendenti?

Noi lo chiamiamo “circolo dell’emarginazione”. Nel 1987, in occasione della quaresima, la Chiesa brasiliana scelse il tema della pastorale dei minori. Il circolo dell’emarginazione parte dal problema agrario: il Brasile è terra di latifondi, grandi estensioni nelle mani di poche persone. A partire dagli anni ’60, ciò ha provocato un grande esodo verso le città, spontaneo o forzato (talora il latifondo si è imposto con la violenza, cacciando i piccoli agricoltori).

Oggi oltre l’80% della popolazione brasiliana risiede nei centri urbani. Arrivando nelle città in una situazione di estrema miseria e precarietà, le famiglie finiscono con l’ammucchiarsi nelle periferie dei centri urbani, nelle favelas. Strappate alla loro terra e alla loro cultura, abbandonate a sé stesse in una realtà completamente diversa, e senza lavoro, rimangono spaesate. E cominciano altri più gravi problemi: alcol, droghe, coinvolgimento nella criminalità. Assistiamo allo sfaldamento completo della realtà famigliare.

I ragazzi di queste famiglie hanno tentato all’inizio di fare attività informali, ad esempio la raccolta di alcuni tipi di rifiuti, ma il contatto con la strada li ha trascinati altrove. Si sono allontanati dalle famiglie e la strada è diventata la loro casa. Possiamo dire che questi ragazzi sono figli di genitori abbandonati a sé stessi.

Negli ultimi anni, con il rafforzarsi dello spaccio di droga è cambiato completamente il profilo dei ragazzi di strada, che finiscono con l’essere arruolati dal sistema del narcotraffico. Vivere sulla strada quindi è diventato sempre più pericoloso.

 

Anche in Brasile, infatti, si parla di “bambini soldato”, al soldo del narcotraffico, che controllano il territorio…

Bisogna avere il coraggio di dire che qui viviamo una situazione di guerra. L’ultimo rapporto del ministero della giustizia sulla violenza, pubblicato quest’anno, dice che dal 1980 al 2010 il Brasile ha avuto più di un milione di morti ammazzati. Solo nel 2010 abbiamo avuto 50mila morti. Nel 1980 erano poco meno di 14mila.

Si parla per il Brasile di 26 omicidi ogni 100mila abitanti. Qui a Vitória siamo a 50 omicidi. Nel comune di Serra dove lavoriamo noi siamo a 99 omicidi ogni 100mila abitanti. L’Onu dice che quando si arriva a 50 si è al livello di guerra civile.

Il rapporto paragona i dati dal 2003 al 2007 con quelli dei 62 conflitti accesi nel mondo in quel periodo. Se di quei conflitti si prendono i 12 più violenti, in questi anni il Brasile supera le vittime di quei conflitti.

Chi combatte questa guerra in Brasile? Soprattutto il narcotraffico. Conflitti tra gli stessi spacciatori e conflitti con le forze dell’ordine. Lo spaccio ha tutta una sua struttura. C’è il responsabile del punto di spaccio, che normalmente non appare e si affida a un gestore che arruola i venditori. Poi ci sono gli “aeroplanini” o las mulas (le mule) cioè coloro che trasportano la droga; quindi quelli che preparano le dosi; e poi le guardie che garantiscono la sicurezza dei punti di spaccio e che talora sono più armati (non di rado con fucili mitragliatori) delle stesse forze dell’ordine.

Quando parliamo di droghe, parliamo di crac, cocaina e marijuana. Non si usa l’eroina e poco anche l’ecstasy perché è troppo cara. Il crac costa poco e ha un effetto rapido che però dura pochissimo; da qui un uso compulsivo, che crea una rapida dipendenza… e le persone si distruggono fisicamente.

In questa organizzazione si muovono ragazzi anche molto giovani. Fino a qualche anno fa l’età di entrata era di 15 anni; ora abbiamo ragazzi che si lasciano coinvolgere a 12 anni.

 

Tutte queste armi da dove saltano fuori?

La disponibilità di armi qui è spaventosa. Abbiamo fatto una campagna per il disarmo, organizzato un referendum federale, che abbiamo perso, promosso nelle parrocchie (in collaborazione con la polizia) raccolte di armi illegali. Ma è difficile. L’arma dà visibilità e status sociale a ragazzi che vivono una situazione di invisibilità. È come vestire la maglietta dell’autostima al contrario: ricerco in maniera negativa quell’autostima che non riesco a costruire in maniera positiva. Quindi quel ragazzino che le ha sempre prese o che è stato sempre disprezzato, impone il rispetto attraverso la paura.

Ho raccolto in un carcere minorile questa testimonianza: «Quando ero piccolo le prendevo dai miei genitori che, dopo avermi picchiato, mi riempivano il corpo di ferite e le coprivano di sale perché bruciassero ancora di più. Io gridavo come un matto, ma nessuno si curava di me. Dopo che ho preso una pistola in mano e sono andato a fare rapine, sono in molti ad occuparsi di me a cominciare dai poliziotti…».

 

E lo stato non reagisce?

Quando lo spaccio riceve dei duri colpi dalle forze dell’ordine, aumentano i furti e le rapine. Questo perché lo spaccio ha bisogno di altri soldi per comprare altra droga e altre armi. È un circolo vizioso, una guerra che si combatte ogni momento.

Noi diciamo che l’azione della polizia è importante. Ma deve essere preceduta da preoccupazioni sociali, con l’intervento del pubblico nelle comunità che sono in mano agli spacciatori, i quali si sostituiscono allo stato fornendo alla gente dei servizi che lo stato non offre più.

C’è gente che ha bisogno di medicine? Ecco lo spacciatore. Mi serve un’automobile per portare un amico all’ospedale? Ecco lo spacciatore. A Natale lo spacciatore distribuisce cesti di alimenti.

Lo stato deve quindi riprendere il suo ruolo nelle comunità, offrendo quei servizi che consentono alla gente di usufruire dei propri diritti. Altrimenti questa guerra avrà sempre la meglio.

 

Cosa c’entra tutta questa attività con la missione?

Dipende dal concetto di missione che uno ha. Di tante definizioni di missione che ho incontrato lungo la mia esperienza missionaria, quella con cui più mi identifico è forse quella di Jon Sobrino, teologo dell’America Centrale: «La missione è l’esercizio della misericordia». E spiega: quando recitiamo il Credo, facciamo una lista delle caratteristiche fondamentali della Chiesa, “una, santa, cattolica, apostolica”. Ma manca la quinta caratteristica, dice Sobrino: samaritana.

La missione quindi come esercizio di misericordia. Una missione estroversa, decentralizzata, che ti mette in marcia, che ti fa uscire da te stesso, dalla comoda posizione di vivere all’ombra del campanile o attaccato all’altare.

Quando si legge nel vangelo che Gesù lava i piedi ai discepoli, si legge che Gesù si alzò da tavola, mise un grembiule e via a lavare i piedi. L’altare di suo è decentralizzante. Tu sei discepolo di Gesù se prendi le distanze dall’altare e vai incontro all’altro, ti chini di fronte a lui, ti metti in atteggiamento di servizio. Solo dopo torni all’altare. Perché non esiste altare se non ti poni in una dinamica di servizio. È un processo di continui andata e ritorno.

Sono arrivato in Brasile nel 1985 per studiare teologia a Saõ Paulo. Nel 1987, una famiglia che aveva dei fratelli in carcere, un carcere con oltre 5mila detenuti, m’invitò a passare il Natale con loro. Per visitare i carcerati passavi per vari controlli, perquisizioni, ecc. Ad un certo punto, un agente mi disse: “Spogliati completamente e fai le flessioni”. Ribattei: «Sono un religioso». Insistette: «Spogliati!». Sono solito ripetere che quella fu la mia vestizione (noi religiosi abbiamo il rito della vestizione) perché lì mi sono accorto che dovevo spogliarmi dei titoli, dello status religioso come privilegio, e mettermi alla stessa stregua degli altri.

Penso a una Chiesa che esce da sé stessa, che sorprende l’altro con la visita e non che sta lì ad aspettare. Questo farmi prossimo dell’altro – bambini di strada, famiglie destrutturate, barboni, gente che non viene in chiesa e quindi tu vai loro incontro mettendoti al loro servizio, senza fare proselitismo –significa mettersi a servizio della vita, della dignità umana. Ecco il senso della missione.

Ritengo che la vita sia la più grande glorificazione di Dio. Sant’Ireneo diceva che la gloria di Dio è l’uomo che vive e il vescovo Oscar Romero che è il povero che vive. Io glorifico Dio se aiuto un uomo a rimettersi in piedi, a riacquistare il senso della propria dignità. Perché se noi facciamo un lavoro serio di recupero della dignità, automaticamente scatta la dimensione religiosa: l’essere umano non può vivere senza Dio perché appartiene essenzialmente a Dio.

Quindi se l’uomo si riscopre come essere umano con i suoi diritti rispettati, si sentirà amato da Dio. Questo incontrare, questo avvicinarsi è, secondo me, il più grande strumento di evangelizzazione.

Il padre comboniano Saverio Paolillo, che da 13 anni si occupa del progetto minori e del progetto carcere a Vítoria, in Brasile