Le mille facce di Mandela

Si è discusso molto su quale sia il suo vero volto. Se la sua immagine pubblica coincida con quella privata. Ma al di là di una storia complessa, Mandela è straordinario proprio perché riconosce le sue debolezze e contraddizioni. (disegno di Zapiro)

Il mio incontro con Nelson Mandela avvenne il 12 febbraio 1990. Il suo primo mattino da persona libera. Il pomeriggio precedente era stato rilasciato dopo 27 anni di prigionia, la maggior parte dei quali trascorsi a Robben Island, un’isola piccola e inospitale di fronte a Città del Capo. Isola che molti di noi hanno guardato per anni, coscienti che là viveva il più famoso prigioniero politico del mondo. Domenica 11 febbraio, subito dopo la sua liberazione, Mandela parlò davanti a 30 mila persone accorse per salutarlo alla Grand Parade, il grande spazio riservato alle parate militari, che si trova vicino al municipio di Città del Capo. Il giorno e l’ora esatta della sua liberazione erano stati tenuti segreti al pubblico e ai suoi stessi compagni dell’African National Congress (Anc).

Quando trapelò la notizia che sarebbe stato liberato, rimaneva poco tempo per i preparativi. In fretta, il comitato di accoglienza si mise in moto. Si decise che dopo la sua liberazione e la sua prima apparizione in pubblico, avrebbe trascorso la notte a Bishopscourt, sobborgo di Città del Capo, nella residenza ufficiale di Desmond Tutu, arcivescovo della città. Da cinque anni ero il cappellano di Tutu e la mattina del 12 febbraio ero in soggiorno, quando Mandela entrò nella stanza per salutare lo staff dell’arcivescovo. Dopo le foto di rito, gli chiedemmo un autografo. Si sedette dietro la scrivania, prese un foglio bianco e chiese a ognuno di noi a chi dovesse indirizzare i saluti. Quando arrivò il mio turno, in piedi vicino a lui, gli indicai il mio nome. Mandela si fermò, mi guardò e mi domandò se fossi sposato. «Sì», risposi. «E qual è il nome di tua moglie?», riprese. «Jacqui», risposi. «Oh – disse Mandela – e come si scrive?». Così oggi, in un inchiostro blu sbiadito, incorniciato come un prezioso ricordo del periodo più eccitante della storia del nostro paese, abbiamo un biglietto firmato da Madiba, con su scritto “A Jacqui e Chris, i miei migliori auguri e felicitazioni. Nelson Mandela, 12 febbraio 1990”.

L’episodio mi è tornato in mente per diverse ragioni. Primo, era una giornata splendida. Il sole splendeva. A febbraio Città del Capo è bellissima. Siamo in piena estate. Era un giorno perfetto, quindi, per celebrare la libertà. Un giorno esaltante, potevamo sognare tutto quello che la liberazione di Mandela avrebbe comportato. Libertà, per il paese, dai lacci dell’oppressione. La fine dell’apartheid. L’avvento della democrazia. Tutto questo era nell’aria. Palpabile. Un giorno da molti atteso, per il quale avevano subito la prigionia, se non la morte. E poi, improvvisamente, eccolo. Nelson Mandela era a casa, seduto dietro a un tavolo a firmare autografi, chiedendo come si scrivesse il nome di mia moglie.

Quale altro uomo, dopo 27 anni di prigionia, nel suo primo giorno di libertà, con una folla di giornalisti stranieri radunatisi per registrare la sua prima conferenza stampa dal vivo, avrebbe perso del tempo con lo staff dell’arcivescovo? Quale altro uomo avrebbe fatto fermare la sua vettura in una strada secondaria della periferia per chiedere a una madre, in strada con il figlio, se poteva prendere il bambino in braccio, dicendole quanto in prigione avesse desiderato vivere momenti come quello? Quale altro uomo, alla prima apparizione in pubblico, avrebbe iniziato il suo discorso con le parole: «Saluto tutti voi nel nome della pace, della libertà e della democrazia per tutti»?

Si è spesso discusso sul vero volto di Mandela: quale uomo ci fosse dietro il presidente, quale persona dietro il politico, quale prigioniero dietro la persona. Basandomi sugli scritti degli amici più intimi e sulle lettere ai suoi cari e agli amici durante la prigionia, la mia opinione è che non c’è un altro uomo dietro la figura politica. C’è un solo Mandela: certo, un uomo complesso e dalle molte sfumature, ma che non cambia maschera in base alle esigenze di chi ha di fronte. Il carattere di Mandela può essere un puzzle composto di molti pezzi, storie, talenti. Ma tutti lo rappresentano. Gli eventi avrebbero potuto abbatterlo. Non ha avuto, invece, il timore di affrontarli. Nell’ex presidente troviamo molti elementi dell’essere umano, con evidenti contraddizioni comuni a molti: l’eroe della lotta per la liberazione, ma con matrimoni falliti alle spalle; un padre devoto, ma che ha trascurato la famiglia; un attivista innamorato della bellezza, della letteratura e dell’arte, ma anche un combattente dalle manieri rudi; un figlio della terra, il quale, tuttavia, si trova a suo agio nel caos cittadino; l’uomo del Nobel per la pace che nella sua vita non ha disdegnato di usare la violenza come strategia politica; un ragazzo povero che diventa prima avvocato, poi prigioniero famoso, quindi presidente amato, infine icona mondiale.

La sua, è una storia che racconta di passione e di riconoscenza, ma anche d’impazienza e di scelte sofferte. Nell’uomo Mandela emerge tutto questo. Perché meravigliarsi allora se le persone lo guardano chiedendosi: è reale o ne esiste un altro? Mandela dietro questa facciata? Magari una persona che tradisce la sua straordinarietà? Ma è proprio questo il punto: è così straordinario perché è semplicemente umano e consapevole delle sue debolezze. Molti si sono chiesti se siano stati gli anni di prigionia ad avergli plasmato il carattere. Di nuovo, è una domanda fuorviante e la risposta è chiaramente: no. Gli anni in carcere lo hanno segnato, certo. L’hanno sì modellato, ma non l’hanno realmente cambiato. Un uomo brillante è entrato in prigione, ne è emerso un uomo illuminato. Un uomo intelligente è stato incarcerato, ne è uscito un uomo più saggio. Un uomo energico e vitale è diventato un uomo dal carisma immenso.

Bisogna guardare in toto il percorso di Mandela per capire come sia stato possibile che un ragazzo di campagna sia diventato il leader internazionale che conosciamo. Questo mix di cuore e mente è descritto nei pochi paragrafi di una lettera scritta da Madiba a Nomabutho Bhala, nel 1971, che si conclude così: «Mi piacciono i sogni… nei momenti in cui c’è chi incoraggia vivamente la crescita di fazioni, sostenendo l’etnia come la forma più alta di organizzazione sociale, mettendo un gruppo contro l’altro, il sogno di un mondo multiculturale non è solo desiderabile ma doveroso. Sogno che mette in evidenza l’unione speciale delle forze per la libertà, in un legame forgiato dalla lotta comune, dal sacrificio e dalle tradizioni».

Diciannove anni dopo, l’11 febbraio 1990, il sogno multiculturale divenne realtà. Una domenica pomeriggio tra 30mila persone in festa, l’uomo da sempre destinato a grandi cose, apparve al balcone del municipio di Città del Capo, dimostrando al mondo che 27 anni di prigionia non avevano cambiato il sogno di un mondo dove tutti sono liberi. Ecco quanto disse in quell’occasione: «Vi saluto in nome della pace, della democrazia e della libertà per tutti. Sono qui di fronte a voi non come un profeta ma come un umile servo della gente. I vostri eroici sacrifici hanno reso possibile la mia presenza qui, oggi. Lascio nelle vostre mani i restanti anni della mia vita. La nostra lotta ha raggiunto un punto cruciale. Le persone sono chiamate a cogliere l’opportunità di mettere in moto un processo rapido e continuo verso la democrazia. Abbiamo atteso troppo a lungo la libertà. Non possiamo aspettare ancora… Vedere la libertà all’orizzonte ci deve incoraggiare a raddoppiare gli sforzi. La nostra marcia verso la libertà è irreversibile. Non dobbiamo permettere alla paura di fermarci. Il suffragio universale in un Sudafrica democratico e senza leggi razziali è la sola via verso la pace e l’armonia tra le persone».

 

*Prete Anglicano che vive ed esercita come psicoterapeuta a Città del Capo. È stato cappellano dell’arcivescovo Desmond Tutu e direttore del centro per la pace dedicato allo stesso.

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