17° capitolo generale dei missionari comboniani
La relazione di p. Teresino Serra e del suo Consiglio ha messo ha fuoco le tre direttrici sulle quali dovranno lavorare i padri capitolari: rifondazione, riqualificazione e riprogrammazione dell’Istituto.

«Dobbiamo lavorare… senza mettere ostacoli a Dio», scriveva Daniele Comboni il giorno del suo ultimo compleanno. Certo che sua opera era “opera di Dio”, invitava chi lo avrebbe seguito a sentirsi umile strumento nelle mani del Signore». Questa la prima riflessione offerta dal Superiore generale. Riflessione seguita al saluto e al ringraziamento suo e del suo Consiglio a tutti i membri della congregazione, in particolare ai superiori provinciali e ai rispettivi consigli, ai collaboratori nei vari uffici della curia, ai confratelli infermi, a parenti, amici, benefattori e tutti coloro che li hanno sostenuti nel loro servizio all’istituto.
La sua relazione ha ricevuto il plauso dei capitolari per i molti temi presi in esame e per il clima di fiducia, di ottimismo e di spirito positivo che ha saputo comunicare. E che ha lasciato, d’altro lato, una leggera traccia di delusione in chi si fosse atteso una disamina senza sconti, una valutazione e un bilancio concreto dell’operato della Direzione generale e delle varie circoscrizioni negli scorsi sei anni. Non sono mancate linee di orientamento e qualche concreta apertura a futuri orizzonti.

Trattandosi di un Capitolo ordinario speciale, le attese alte, e p. Teresino non ha mancato di sottolineare che ha tralasciato di proposito di entrare in dettagli precisi, preferendo lasciare che sia l’aula capitolare a far emergere istanze e proposte inedite per il prossimo sessennio. Seguendo la traccia di un opuscolo precedentemente inviato a tutti i capitolari, il padre Generale ha ripreso la relazione focalizzata su tre direttrici: rifondazione, riqualificazione e riprogrammazione dell’Istituto.

Citando il Capitolo 2003 – «È giunto il tempo di fare scelte coraggiose, coerenti sia con il carisma originario che con le esigenze della situazione storica concreta e tradotte in nuovi progetti di evangelizzazione per le odierne situazioni» – p. Serra ha affermato che, negli scorsi sei anni, poche delle “scelte coraggiose” prefigurate si sono concretizzate. Si sono intraviste, sì, ma un senso di timore e troppa prudenza hanno impedito di implementarle. Comboni tuttavia non era prudente: era coraggioso. Non aveva paura della novità e, per vederla realizzata, dovette separarsi dalla sicurezza di persone e strutture che erano di ostacolo.
Se ricordare il passato aiuta la continuità, legarsi a esso produce asfissia e impedisce al nuovo di emergere, perché ciò che è “vecchio” lo si conosce, e fa quindi meno paura. «Ci siamo, dunque, trovati in ritardo per i motivi più diversi», ha proseguito, invitando un po’ tutti (Direzione generale, province, vescovi e comunità) a battersi il petto per questo. Ha auspicato: «Sarebbe bello se, dopo 40 anni, si ripetesse in questo 17° Capitolo l’esperienza del Capitolo 1969, che ci rese più “missionari comboniani”, più “cenacolo di apostoli”, più “aperti al nuovo” e più “internazionali”».

Rifondazione
“Rifondarsi”, dunque, va inteso come radicarsi di nuovo nel Fondatore, oltre che in Gesù Cristo e nella Parola di Dio, lasciandosi trasformare dall’incontro con l’Africa. «Comboni, da “piccolo italiano”, cresciuto a Verona, divenne prima europeo e, infine, uomo universale». Oggi un grave “virus” impedisce a molti comboniani di imitarlo: la tentazione di una missione intesa “a tempo prestabilito”, come “periodo di esperienza”, come un “dare qualche anno” e poi tornare da dove si è partiti. Questo significa vivere la missione come “proprietà privata”, decidendo di sé e del proprio tempo in modo individualistico e solitario. La missione ad vitam, invece, non può conoscere limiti di tempo.
«Quali le “cose nuove” che lo Spirito ci suggerisce? E che scelte farebbe oggi san Daniele Comboni?». Queste le domande poste all’aula dal Superiore generale.

Riqualificazione
Domande che portano a ribadire il secondo grande tema: la riqualificazione. «Questa va intese, prima ancora che come verifica e valutazione degli impegni, come un mettere maggiore qualità di vita, maggiore radicalità di donazione, maggiore coerenza di testimonianza consacrata. Coerenza e radicalità, perché la gente ci guarda e vuole da noi questo stile».
Formulare un progetto comunitario non solo rende la comunità stessa “annuncio evangelico”, ma permette anche di dare qualità maggiore alle attività e alla testimonianza. «Riqualificare significa superare il complesso di onnipotenza che ci affligge, la pretesa di fare tutto e di essere ovunque. Gridare slogan e frasi fatte riempie la bocca, ma non riqualifica nulla, se poi si fugge dalla missione che costa maggiore pazienza, fatica e sudore».

«Sappiamo che condividere la vita dei poveri e farci loro portavoce è la nostra chiamata irrinunciabile. Perciò, coloro che preferiscono trasferirsi da province d’Africa in situazioni critiche ad altre in America Latina, illudendosi d’incontrare realtà meno difficili; coloro che affermano: “Eh no! Io in quella Provincia, con quelle persone, non ci vado proprio!”, negando la disponibilità a offrire un servizio faticoso per cui sarebbero pienamente dotati; coloro che tendono a nascondersi in qualche angolo, trascinandosi in una vita borghese o disimpegnata… costoro non permettono certo di riqualificare il nostro servizio alla missione».
D’altro lato, il moltiplicarsi di casi “speciali” e il protrarsi di situazioni di stallo e di crisi richiamano alla responsabilità di gestire meglio la propria vita e di assumere decisioni anche dolorose. «Abbiamo peccato di buonismo!… Il buonismo non è altro che bontà inutile e negativa. Lasciare impunite tante situazioni anomale e lasciare irrisolti situazioni gravi in cui versano vari confratelli crea la sensazione che ognuno possa fare ciò che gli pare, tanto nessuno dice nulla».

Riprogrammazione
P. Teresino ha insistito nel dire che oggi appare sempre più urgente porre in atto una riprogrammazione dell’Istituto. «È uno scopo primario da perseguire. È uno dei grandi compiti del Capitolo. Si tratta di ridisegnare le nostre presenze e i nostri territori nello spirito della Regola di Vita. che dice: “privilegiando i più poveri e abbandonati” nei quattro continenti, con un’attenzione particolare all’Africa, ai luoghi in cui nessuno vuole andare e alle nuove frontiere dell’emarginazione e dell’esclusione sociale. P. Teresino ha, tuttavia, anche sottolineato che dopo aver visitato tutte le province, può testimoniare che «l’Istituto è sano, perché appassionato della missione». «Le scelte coraggiose e profetiche fatte da province o confratelli sono state una bella risposta ai segni di mediocrità, alla tendenza ad accomodarsi alla vita facile… Il fare causa comune con la gente in situazioni di conflitto, pericoli e incertezza, si è contrapposto alla tentazione di protagonismo e assistenzialismo che tuttora sopravvive nella nostra attività missionaria. Il crescente desiderio di profonda spiritualità e radicalità evangelica è maggiore dei segni di debolezza, individualismo e superficialità nella vita consacrata e comunitaria».

Per riprogrammare, bisogna avere il coraggio di guardare con realismo all’istituto. Oggi il numero di confratelli su cui si può contare per portare avanti una rotazione programmata non supera i 900. Considerando una media di oltre 20 morti e di altrettanti abbandoni dell’istituto per motivi diversi ogni anno, una decina di missionari che “vanno in crisi” e l’età media che si innalza, si comprende perché sia urgente ridurre il divario tra personale e impegni, «l’unica strada per evitare che sia il tempo a costringerci a farlo e a farlo male».
La troppa generosità ci spinge a pretendere di essere e rimanere dovunque. «Ma un impegno a mezza strada non porta lontano. Va fatto un discernimento serio».

Personale
Il Superiore generale ha valutato positivamente l’attuazione di importanti iniziative varate in favore dei fratelli comboniani. Pur riconoscendo il fenomeno della loro diminuzione numerica, infatti, l’impegno di una maggiore attenzione alla loro formazione nei Centri internazionali per fratelli e a una loro seria preparazione professionale ha permesso il loro inserimento in progetti di promozione umana e una maggiore collaborazione tra province.
In merito ai confratelli infermi o in età avanzata, il Consiglio generale ha insistito negli scorsi anni perché le province pianifichino modalità per dotarsi di comunità di accoglienza e accompagnamento di chi, pur ammalato o anziano, desideri rimanere dove ha vissuto la propria missione. Si è notato, infatti, che i confratelli accolti nei centri per anziani e ammalati in Italia, pur accuditi con generosità e professionalità ma privi dell’ambiente di missione, tendono a guardare queste strutture come l’anticamera della loro fine.

A proposito delle «molte persone che hanno cuore e spirito comboniani» e che rappresentano per l’Istituto una grande risorsa, il p. Generale ha invitato a incrementare i contatti con loro. «Deve proseguire l’impegno a sostenere e accompagnare il cammino dei numerosi gruppi di laici, famiglie e singoli che, condividendo la spiritualità e il carisma comboniani, hanno prestato o si preparano a prestare il proprio servizio missionario».

Formazione e animazione
In campo formativo, nel sessennio trascorso sono state organizzate iniziative di formazione permanente di ogni genere. «Questa rappresenti una priorità assoluta». Con un briciolo di ironia, p. Teresino ha espresso la convinzione che «una vera formazione permanente molti comboniani la dovrebbero avere non a Roma o in strutture comode, ma in mezzo a gente che soffre e che deve inventare quotidianamente i modi e i mezzi per sopravvivere».

Quanto alla formazione di base, vanno rispettati più seriamente alcuni criteri irrinunciabili: severità e serietà nel discernimento e nella selezione dei candidati, evitando ogni sorta di buonismo; stimolo a coltivare una forte spiritualità missionaria comboniana e impostazione di uno stile di vita austero e inserito tra la gente. «Ci sono ancora passi importanti da fare e la strada sia della pastorale vocazionale che della formazione di base è ancora molto ardua».

Il successo nell’animazione missionaria «dipende dalla testimonianza personale di missionari entusiasti, radicati in Cristo, sereni, umanamente integrati, bene identificati e con una ricca esperienza missionaria. Non si può pretendere di attrarre giovani alla missione, se non si mostra amore e passione per essa».
La stessa cosa va detta circa il lavoro di coscientizzazione portato avanti dai nostri mezzi di comunicazione, «che devono essere sempre ispirati al duplice impegno di denuncia-annuncio in spirito di profezia missionaria».

Nuove sfide missionarie
Il Superiore generale ha posto speciale enfasi sulla responsabilità di assumerci, come istituto, l’impegno a combattere le nuove schiavitù del mondo globalizzato. «Comboni ci chiama a individuare queste schiavitù e a coinvolgerci nell’azione per la giustizia e la pace in collaborazione e solidarietà con altri, facendo causa comune con le vittime e i crocifissi del nostro tempo». Per fare ciò, «ci si deve liberare da strutture e da uno stile di vita che sono in discrepanza con i valori del Regno». Nello spirito vero di Comboni, «tutte le nostre comunità dovrebbero trasformarsi in “stazioni missionarie”: nei paesi del sud come del nord del mondo». «Da Comboni abbiamo ereditato il dovere di combattere ogni genere di sfruttamento degli esseri umani e ciò che ne distrugge le condizioni per vivere, come il commercio delle armi. Abbiamo dato vita a una maggiore presenza qualificata nei “luoghi che contano”, per esercitare come istituto, in collaborazione con altri, un’azione di advocacy e lobbying a favore degli esclusi della storia… Dovremo elaborare piani più organici d’impegno e di formazione a livello continentale».

La collaborazione e il pieno inserimento nel contesto delle chiese locali è stato il tema di chiusura della relazione di p. Teresino. «Tante le sfide tuttora presenti a questo livello: il rischio di lasciare in eredità a vescovi e clero autoctono strutture pastorali troppo costose da mantenere; la tentazione di operare in modo individualistico, con stile paternalistico e mirando a rimanere protagonisti dell’attività di evangelizzazione. Nostro dovere, invece, è servire le chiese locali, garantendo continuità nel passaggio di responsabilità ed evitando ogni atteggiamento che costituisca motivo di confronto tra il nostro stile di presenza e di azione e quello degli operatori pastorali locali, che devono assumersi la guida delle comunità cristiane da noi fondate».
P. Teresino ha così concluso: «Se, come tutti gli altri Istituti missionari, stiamo vivendo un’ora pasquale, di passaggio, di ridimensionamento e di attesa, ci consolano le seguenti parole del profeta Isaia: “Ne rimarrà una decima parte, ma sarà ancora preda della distruzione, come una quercia e come un terebinto, di cui alla caduta resta il ceppo: seme santo il suo ceppo” (Is. 6,13). Dobbiamo, quindi, proseguire con speranza, come servi del Signore, attenti soprattutto a… “non mettere ostacoli a Dio”».

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