I COLORI DI EVA – febbraio 2009
Igiaba Scebo

La musica costa: costa comprarla, costa farla, e costa soprattutto impararla. Se non si hanno genitori ricchi o santi in paradiso, l’accesso è negato. Ma ogni tanto, accade un miracolo. Il miracolo in questione l’hanno fatto due santi laici: Attilio Di Sanza e Susanna Serpe, due maestri elementari. Nonostante la scuola post-Gelmini in frantumi, gli stipendi da fame, la disorganizzazione, i tagli selvaggi di tutti i governi, loro continuano a crederci e a lottare. Hanno anni d’insegnamento alle spalle (Attilio è prossimo alla pensione), però è difficile non essere contagiati dal loro entusiasmo.

Nel 2002 si inventano “Se…sta voce”, il coro multietnico di bambini: un progetto nato come esperienza didattica della scuola Romolo Balzani, 126° circolo didattico “Iqbal Masih”.

Scenario: VI municipio di Roma, con tante anime e tanti problemi. La scuola allora si trovava a vivere l’inserimento improvviso di ragazzi provenienti da tutte le parti del mondo e di ragazzi rom della comunità di Via dei Gordiani. Ricorda Attilio: «Io e Susanna ci rifiutavamo di pensare a questi bambini come a un problema. Un bambino non lo è mai. Semmai, lo sono le modalità di accoglienza». La necessità aguzza l’ingegno. Quindi, ecco uscire dal cilindro del cappellaio matto (perché in fondo ogni buon insegnante lo è) il coro.

«In quel primo anno tutto era un’avventura. Avevamo messo insieme tre classi, tra cui una quinta considerata da tutti disastrata per la presenza di due bambini rom e uno portatore di handicap. Invece, le potenzialità di quella classe erano enormi», dice Susanna. Allora tutto era meno ordinato di ora, ma il canto si univa alla drammatizzazione della canzone; studiando ogni alunno, i docenti ne scoprivano caratteristiche da mettere in luce. Così nessuno era escluso. Oltre a cantare, si disegnava, si teatralizzava, si giocava.

La scelta del coro non è casuale. Spiega Attilio: «Cantare insieme ad altri ti aiuta ad avere una maggiore consapevolezza di te e della tua identità plurima. Si è parte di un insieme, ma anche voce singola. Con il coro, i bambini hanno imparato ad ascoltare e ad ascoltarsi. Si condivide molto (spazi vocali ed emozioni), s’impara il vero significato della parola rispetto e si sperimenta, affacciandosi senza paura al nuovo». Ambedue riconoscono che «sulla musica la scuola non investe più!».

Il repertorio del coro è vasto, ma non pretenzioso. Si cantano canzoni popolari italiane e non. Si riadattano canti in serbo antico, ninne nanne iraniane, De Gregori, Guccini, passando per lingue come il tagalog e il rudaro. Ma le canzoni più emozionanti nascono dalle esperienze in classe. “Le parole non mi conoscono” è la storia di Hassan, 8 anni, di Dahka. Ricorda Susanna: «Se ne stava in classe zitto, pauroso. Abbiamo aspettato che si aprisse, ma invano. Finché un giorno ha scritto: “Io so giocare, so cantare, so parlare, ma le parole non mi conoscono, perché sono del Bangladesh”. Il senso della frase è chiaro, anche se linguisticamente strano. Abbiamo discusso sui temi della comprensione, dell’incomprensione, della paura, delle migrazioni. E ne è nata la canzone».

Oggi “Se…sta voce” è una onlus. «Da pochi mesi, abbiamo iniziato questa avventura, perché abbiamo bisogno di spazi garantiti per continuare il lavoro. La scuola non ha i mezzi per sostenerci. Abbiamo avuto un aiuto da Simonetta Salacone, il dirigente scolastico che ci ha sostenuto in questi anni, e da estimatori, come Sara Modigliani, ma abbiamo bisogno di risorse». Il coro è a spese dei maestri. Attilio ha comprato una chitarra, Susanna un portatile. Insieme, anno dopo anno, aggiungono altri oggetti. Il microfono è uscito dalle loro tasche, così come la macchinetta digitale per fotografare le esibizioni. La strada è tutta in salita. A volte Attilio e Susanna si sono dovuti scontrare con alcuni genitori. «La musica non fa proseliti. I genitori preferiscono investire nello sport. Ci accusano di far cantare ai bambini canzoni dolorose. Ma la memoria è importante: la storia di questo e quel paese va ricordata. Sono tanti a diffidare dei rom e degli stranieri. Hanno paura della contaminazione. Alcuni si sono spinti a dire che volevamo distruggere i veri valori italiani».

Ogni anno al coro si aggiungono voci nuove, anche se c’è uno zoccolo duro di ragazzi che rimangono e orbitano intorno ad esso. Il prossimo obbiettivo di Attilio e Susanna è di riuscire a produrre un Cd per far conoscere il loro lavoro ad altre scuole in Italia, in Europa e per fare rete. La missione fondamentale è conservare uno spazio creativo per i ragazzi oberati da una scuola che punta sulla quantità più che sulla qualità. Dice L., 15 anni, una solista del coro: «Ho rinunciato a tante cose, ma il coro me lo tengo stretto».

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