Seyni Awa Camara, iniziata della terra - Nigrizia
Antonella Sinopoli Arte e Cultura Senegal
Pepite d'Africa / Marzo 2026
Seyni Awa Camara, iniziata della terra
La scultrice senegalese ci ha lasciati lo scorso 25 gennaio dopo una lunga carriera, puntellata di riconoscimenti internazionali. Una traiettoria popolata dalle sue creazioni di argilla, ponti tra l’inquietante e il bello, l’ignoto e la natura
13 Marzo 2026
Articolo di Antonella Sinopoli
Tempo di lettura 4 minuti
Camara-sculptures

Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di marzo 2026.

Mani, piedi, volti, corpi, teste di animali. E gargoyle, figure tra il grottesco e il mostruoso. Mescolati, intrecciati, spesso ordinati. A tenere tutto insieme – su un unico corpo a volte bicefalo – la terracotta, che è quando l’argilla diventa sostanza solida. Ed era fatto di terra il lavoro di Seyni Awa Camara, scultrice senegalese scomparsa il 25 gennaio scorso.

Era nata, forse, nel 1945. Quando ancora registrare una nascita, e di una bambina poi, non era abitudine diffusa. Però è importante dove era nata, a Bignona, nella Casamance, una delle aree naturalistiche più ricche del paese, dove il contatto fisico con la terra e con le acque è forte, radicato, indispensabile. Così come quel senso di appartenenza alle tradizioni, agli antenati e al mistico, riflesso nella natura.

Camara si forma a una scuola tutta femminile: la nonna e la mamma esperta dell’arte della ceramica. Ma lei va presto oltre l’utilitarismo dell’artigianato, segue altre strade dopo aver ricevuto in una foresta con i suoi fratelli gemelli (l’episodio è stato raccontato da lei) una misteriosa iniziazione divina. «Eravamo protetti dagli spiriti di Dio; ci hanno insegnato a lavorare la terra», questo dirà, riferendosi a quello che definiva un «dono».

E così comincia a lavorare l’argilla, crea figure anomale, a tratti inquietanti, spesso alte anche due metri. Le tiene in casa, o nel cortile, dove modella le sue figure e le cuoce a bassa temperatura in un forno all’aperto. Tecnica rudimentale per formare opere d’arte. Un’esposizione personale che diventa una rappresentazione scenica dove si muovono personaggi ammalianti, paurosi, belli ma anche brutti, grotteschi, paradossali ma nello stesso tempo proporzionati, giusti.

Creava seguendo una domanda interiore Camara, ma quelle creazioni così uniche non sarebbero passate inosservate. La fama internazionale arriva quando il curatore Jean-Hubert Martin la scopre e include il suo lavoro in Magiciens de la Terre al Centre Pompidou e alla Halle de la Villette di Parigi nel 1989.

In seguito espose regolarmente, nei luoghi iconici dell’arte: alla Biennale di Venezia di Harald Szeemann del 2001, a 100% Africa al Guggenheim Museum di Bilbao nel 2007; con Art/Afrique, Le nouvel atelier alla Fondazione Louis Vuitton di Parigi nel 2017 e Alpha Crucis – Contemporary African Art all’Astrup Fearnley Museum of Modern Art di Oslo (2020).

Camara non aveva progetti internazionali per il suo lavoro. Realizzava e basta, il suo mercato di riferimento era quello locale di Bignona, il villaggio della Casamance dove era nata. Per fortuna è arrivata invece molto, molto più lontano. Le sue sculture – per chi vuole forzatamente darne una definizione – sono a metà strada tra l’arte naif e l’artigianato.

Opere di immaginazione la cui genesi lei spiegava così: «Rifletto, ho un’idea, lavoro». Si dice che prima di creare – o di rivelare i suoi “segreti” – si isolasse con il suo talismano, un corno di mucca. Pratiche magiche? No, solo quel contatto diretto con la natura di cui si diceva prima. 

Nelle opere la figura femminile emerge su ogni altra “appendice” che forma il quadro d’insieme, con i suoi seni che offrono la vita. Sogni, immaginazioni, verità rivelate, relazione con il passato. Tutto entra nelle opere di quest’artista. Opere “strane” che non lasciano indifferenti, che provocano esperienze difficili da esprimere, come disse il pittore Michael Armitage: «C’è qualcosa di estremamente familiare e al tempo stesso totalmente ultraterreno nelle sculture di Camara».


L’universo dei gargoyle

Il repertorio delle opere di Camara è fatto non solo di immagini ma di simbolismo. Tra questi i gargoyle, figure di solito scolpite nella pietra, spesso mostruose, che fanno paura. I gargoyle sono originari e tipici dell’Europa medievale e infatti sono presenti in molte cattedrali dell’epoca. Il termine si riferisce anche alle grondaie progettate per deviare l’acqua piovana negli edifici del tempo. La leggenda fa risalire il termine ad un mostro, Gargouille o Goji, dalle fattezze di un drago alato. Secondo alcune teorie i gargoyle realizzati sugli edifici religiosi servivano a illustrare il male e il peccato, mentre secondo altri queste figure grottesche avevano una funzione apotropaica. Ciò che conta è che abbiano viaggiato nel tempo e nei luoghi dell’immaginazione in posti così diversi del mondo.

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