Si sente spesso parlare di sgomberi nelle città, quelle azioni di polizia volte a liberare immobili occupati da persone che non hanno un tetto sulla testa e si trovano a dormire in luoghi improvvisati che a volte diventano stabili, a volte si trasformano in baraccopoli. Così come si sente parlare di “campi rom”, quelle aree adibite a una certa popolazione, quella rom, che nel tempo è stata “nomadizzata” per scelte politiche, invenzioni istituzionali che vogliono quella comunità dedita al vagare.
Anche quando i numeri raccontano quanto non solo sia diventata stanziale questa gente, ma anche residente in case e non in baracche, roulotte, camper come invece racconta la narrativa più diffusa. A vivere in questi luoghi visti come margini senza decoro è una parte di umanità che l’autrice definisce in eccesso, sovrannumerata, indesiderabile e per questo oggetto di politiche che attorno a quei margini ci costruiscono recinzioni, confinamenti.
Un’umanità senza posto, o meglio, con il posto che alcune politiche le hanno ritagliato attorno, per una questione di sicurezza securitaria e non sociale. Sociale ovvero orientata alla presa in carico e capace di dare una risposta a una realtà che pone domande non solo di riconoscibilità ma anche di diritti, come è evidente.
Azioni, quelle degli sgomberi, agite “per il bene” della popolazione, che finiscono per ghettizzare, per normalizzare la razzializzazione di alcune risposte capaci, queste sì, di innalzare confini e differenziazioni. Lasciando fuori l’umanità universale.