Rapporto Sipri 2016
I dati dell'ultimo rapporto sul commercio di armi nel mondo pubblicati ieri dai ricercatori dell’Istituto della pace di Stoccolma. Il volume di trasferimenti mondiali nel periodo 2011-2015 ha fatto registrare un'ulteriore crescita del 14%. L'Africa ha aumentato le importazioni del 19%. Algeria, Marocco e Uganda sono i maggiori acquirenti del continente.

Il volume delle transazioni internazionali di armi nel quinquennio 2011-15 è aumentato del 14% rispetto ai 5 anni precedenti. Una crescita costante, partita dal 2002. Armi che hanno preso, sostanzialmente, tre direzione: Medio Oriente, Asia e l’Oceania. Forte calo, invece, del flusso verso l’Europa, con una leggera diminuzione anche nelle Americhe. In Africa, teatro di tanti conflitti, le importazioni hanno registrato una crescita del 19%. Stati Uniti, Russia e Cina i principali esportatori.
Sono queste le principali conclusioni a cui sono giunti i ricercatori dell’International Peace Research Institute di Stoccolma (Sipri), nel loro ultimo rapporto annuale sui Trend nel commercio internazionale delle armi.
Dati che fotografano una realtà, purtroppo, in salute, alimentata (e che alimenta) da un numero sempre crescente di conflitti nel mondo.  Medio Oriente e Africa, in primis.

 

 

I produttori-esportatori

 Secondo il Sipri, sono 58 i paesi che hanno esportato armi nel periodo 2011-15. In testa alla classifica ci sono gli Stati Uniti, seguiti da Russia, Cina, Francia e Germania (Vedi sotto la figura 1). Solo questi 5 paesi rappresentano il 74% dell’intero volume di export internazionale. Nessun paese del continente africano compare nelle prime 10 posizioni.
Mentre Stati Uniti e Russia si confermano di gran lunga i principali esportatori (33% del valore globale per Washington, 25% per Mosca), l’exploit è della Cina, il cui export è cresciuto dell’88% nel periodo preso in considerazione rispetto agli anni 2006-2010 e attestandosi sul 5,9% del valore globale dell’export. Pechino ha scavalcato la Francia. Solo nel 2015 il governo cinese ha investito nel settore 122,5 miliardi di euro (+10% rispetto al 2014). 

Da sottolineare il ruolo dell’Italia che resta un produttore significativo. Si piazza all’ottavo posto dopo Regno Unito e Spagna, con una quota complessiva che vale il 2,7% del mercato. Da notare che dai dati del Sipri risulta che l’Italia, nell’ultimo quinquennio, ha aumentato del 48% il volume delle sue vendite di armi nel mondo. Tutte queste armi “made in Italy” finiscono per lo più in tre paesi: Emirati Arabi Uniti, per il 10%, in India per l’8,8% (nonostante il caso dei marò scoppiato nel 2012) e in Turchia per l’8,2%.

 

Figura 1: La classifica dei primi dieci paesi esportatori d’armi nel quinquennio 2011-2015 e i loro principali clienti.

 

Gli acquirenti
Le armi hanno preso direzioni precise: Medio Oriente, Asia e Oceania. Ai primi posti della classifica degli acquirenti, infatti, troviamo India, Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti e Australia, che da soli rappresentano il 34% del totale delle importazioni.
Le regioni più coinvolte sono Asia e Oceania che da sole rappresentano il 46% delle importazioni. Aree dove il valore degli acquisti di armi è cresciuto del 26% (in Vietnam addirittura del 699%) rispetto al quinquennio precedente.
A seguire c’è il Medio Oriente, dove le importazioni nel 2011-2015 sono cresciute del 61%. I ricercatori del Sipri collegano l’incremento soprattutto all’intervento della coalizione araba nel conflitto in corso in Yemen. Da sottolineare che il principale importatore della regione è l’Arabia Saudita (+275% rispetto al 2006-10), paese ampiamente rifornito anche dall’Italia.
Interessante vedere come siano cresciute anche le forniture all’Egitto del regime di al-Sisi, le cui importazioni sono cresciute del 37%, con una spiccata crescita registrata soprattutto nel 2015. Gli Stati Uniti hanno consegnato al Cairo 12 aerei da combattimento. Tra il 2014 e il 2015 l’Egitto ha inoltre firmato una serie di importanti accordi con Francia, Germania e Russia.

L’Africa che si arma
Nel continente africano le importazioni “ufficiali” (perché il rapporto ovviamente non tiene conto dei flussi derivanti dal mercato nero e della vendita delle armi leggere, le più diffuse in Africa) sono cresciute del 19%. A vendere sistemi d’arma ai paesi africani sono state, principalmente, la Russia (rappresenta il 34% delle armi vendute nel continente), la Francia e la Cina (con il 13%) e gli Stati Uniti (con l’11%). 
I tre principali paesi importatori si confermano l’Algeria (con il 30% delle importazioni), il Marocco (26%), e l’Uganda (6,2%).
Sui due paesi del Maghreb, che da anni ricoprono le prime posizioni, il Sipri fa notare che le importazioni di armi in Algeria sono comunque calate del 18% rispetto al quinquennio precedente. Nonostante ciò, Algeri vanta una serie di contratti in essere e con un numero di consegne significative in programma per i prossimi cinque anni: due fregate dalla Cina, altrettante dalla Germania, 190 carri armati, 42 elicotteri da combattimento, 14 aerei e due sottomarini dalla Russia. In Marocco, invece, le importazioni sono aumentate del 528%. Crescita dovuta soprattutto all’acquisto di 150 carri armati dagli Usa nel 2015.

Area subsahariana
Nel rapporto si sottolinea come gli stati dell’Africa subsahariana abbiano assorbito il 41% del totale delle importazioni d’armi del continente. Dopo l’Uganda (15% del totale dell’area), troviamo in questa speciale classifica il Sudan (12%) e la Nigeria (11%). 
Si fa inoltre notare che la maggior parte delle nazioni dell’Africa subsahariana, importano solo piccoli volumi di armamenti, nonostante molti paesi siano coinvolti direttamente o indirettamente in conflitti armati molto gravi. Eppure le armi, soprattutto quelle leggere, sono facili da reperire in certi contesti. La spiegazione è attribuibile al florido commercio illegale presente nel continente che ovviamente non è tracciabile.
Nel 2015 Camerun, Ciad, Niger e Nigeria, nonostante abbiano iniziato una campagna militare congiunta contro il gruppo terrorista Boko Haram, hanno registrato importazioni di armi complessive abbastanza basse, rappresentando lo 0,6% della quota mondiale.