Dibattito sul colonialismo europeo, 4
Angelo Turco

Colonialismo? Attenti a non buttare il bambino con l’acqua sporca. E dunque, scontiamo la circostanza che ha originato questo dibattito: un candidato all’Eliseo, poi divenuto presidente, che getta inevitabilmente nel tritacarne della sua campagna elettorale ogni discorso o manifestazione.

Queste dichiarazioni, poi, erano certamente strategiche, essendo state rese ad Algeri e considerando assolutamente sensibili i rapporti franco-algerini sotto l’aspetto storico-culturale, non meno che politico e psicologico. Scontiamo, altresì, il profilo tecnico della formula impiegata: “crimine contro l’umanità” è un’espressione che ha un contenuto giuridico ben preciso nel diritto internazionale e, come capo d’imputazione, non si applica a eventi pregressi, ma solo a fatti successivi alla sua formulazione normativa.

Resta la sostanza da valutare. Il nocciolo duro, inaggirabile e imprescrittibile, concernente la natura del colonialismo e i suoi effetti sull’evoluzione umana, sulla dignità di ogni essere umano come persona, come società e come specie vivente. Anche così circoscritta, la critica del giudizio non è facile, giacché essa va articolata in termini etici, storici e politici.

Qualcosa sfuggirà sempre. Per quanto situabili cronologicamente, i fatti storici hanno antecedenti molteplici e complesse ricadute, anche di lungo periodo. Hanno cause, concause, condizioni e intenzioni che li generano e che spesso sono diverse da quelle che ne accompagnano lo svolgimento. Per non parlare dei protagonisti, che si moltiplicano nel corso degli eventi, spesso mutando ruoli e incisività. I rischi di semplificazione sono dunque ben presenti.

Eppure, non ci si può nascondere dietro un dito: i rischi vanno assunti e la loro consistenza non può fare da copertura a una sorta di neutralità della storia per cui, in un certo senso, quel che è successo è successo. E se è accaduto, vuol dire che in qualche modo aveva una sua giustificazione, ricostruibile sotto il profilo fattuale ma refrattaria a ogni considerazione valoriale. Insomma, qualcosa di fin troppo simile al “cosa fatta capo ha” del detto popolare.

Le amnesie

E allora? Siamo ancora qui a chiederci cosa è stato il colonialismo, sentiamo ancora la necessità di prendere posizione su di esso? Anche se si tratta di un progetto di dominazione che non si ferma di fronte alla violenza, né mette limiti all’uso della forza e perciò, come dice François Soudan su Jeune Afrique, «intrinsecamente criminogeno»? Sì, siamo ancora qui. E se siamo ancora qui è per contribuire a porre un argine alla “perdita di memoria” paventata da Luciano Ardesi su queste pagine. Se siamo ancora qui è perché, come dice Alessandro Triulzi, la coscienza di ciò che il colonialismo è stato, il giudizio su di esso, non è poi così scontato. Anzi. A giudicare da un’inchiesta di YouGov diffusa lo scorso anno, solo un inglese su cinque giudica negativamente il colonialismo britannico.

E se siamo ancora qui, infine, è per dare forza al concetto che di là delle responsabilità individuali, che sono affare di corti di giustizia, vi sono le responsabilità istituzionali, che sollevano questioni culturali, etiche, politiche. È ciò che ha affermato l’ormai presidente Macron, pur se pochi lo hanno rilevato, allorquando con parole nette e stringate ha assunto il colonialismo come parte integrante della storia di Francia, finalmente senza retorica, richiamando, perciò stesso, le responsabilità dello stato francese.

È questo il nucleo di quella «presa di coscienza» già registrata da Antonio Morone. Responsabilità istituzionali quindi, voglio ripetermi, e non di popoli quali che siano, popoli costituiti, all’epoca, da masse rurali poco o punto alfabetizzate, che poco o nulla sanno delle vicende coloniali e in esse sono coinvolti sì, ma spesso loro malgrado.

Qualcuno dice: fior di intellettuali progressisti, capaci di neutralizzare le sirene della propaganda, hanno creduto all’idea coloniale. Così un Mazzini, per dire, o persino un Marx. A costoro si può sempre rispondere con la parola di Jean Suret-Canale: l’associazione dei popoli africani alla madrepatria europea, pur nel quadro di una ipotetica “missione civilizzatrice”, è sempre stata come quella del cavallo col suo cavaliere. È quest’ultimo che impone la direzione, usa gli speroni e tira le redini.

Del resto, si deve alla fine dire che questi intellettuali, per lo più, non sapevano di cosa parlavano, non hanno mai fatto l’esperienza delle colonie. E questa ignoranza abissale, inaugurata da Hegel (sì, il filosofo dell’Africa continente preliminare, continente senza storia), porta a grotteschi paradossi, tipo coniugare la retorica del «fardello dell’uomo bianco», aureolato da Kipling, con il disegno ideologico di impegnarsi nell’emancipazione dei popoli neri, senza che questo disegno abbia mai provato a tradursi in un programma politico e, soprattutto, in un’azione di terreno concreta e coerente.

Costruita una nuova geografia

Ma veniamo con ciò a quelli che dicono: sì, ma noi abbiamo portato il progresso, strade, ferrovie ponti, porti, città. Risposta facile: il colonialismo ha sconvolto la territorialità basica, costruendo la sua propria geografia, mettendo in piedi strutture idonee a garantire lo sfruttamento economico, il controllo militare e il modellamento politico-amministrativo delle colonie. Un esempio illuminante per tutti? Le ferrovie in Senegal, convergenti sul “moderno” porto di Dakar: quella per Saint-Louis verso nord e l’Océan-Niger verso est. Si tratta di un complesso sistema di mobilità che non tiene in nessun conto i vecchi assetti locali e, anzi, contribuisce a smantellarne l’ossatura organizzativa.

Esso, tuttavia, è indispensabile all’esportazione di arachidi, una produzione immensa derivante dalla trasformazione dell’agricoltura senegalese, basata sul miglio, in un gigantesco campo di arachidi, appunto, da cui estrarre le materie grasse che serviranno ad alimentare in Francia le crescenti masse operaie inurbate, troppo povere per consumare il tradizionale ma costoso olio d’oliva.

Ho il convincimento che il colonialismo, segnatamente in Africa, abbia rappresentato una forma di regressione dell’esperienza umana, intendo proprio dell’essere-umani-sulla-Terra. Il “Cuore di tenebra” che esce dal seno dell’Europa e si materializza in quello che l’Europa stessa crede essere il cuore della tenebra, l’Africa appunto, colta da Joseph Conrad nel bacino del Congo. E si compatta nella figura di Kurtz, che fa i conti con la sua tragica vicenda, affidandone il senso a una parola sola, unica e terribile: orrore!

Concordo, ancora una volta, con Triulzi sul fatto che alla fine, di là da ogni pur doverosa cautela di lettura e interpretazione, «ignorare la violenza dell’ordine coloniale è negazionismo». Eppure, il colonialismo non fu soltanto violenza. Fu molto, molto di più, al punto da incidere profondamente sull’umanità stessa dell’uomo africano. Nel senso che ne ha coartato la coscienza, scardinato l’organizzazione sociale, devastato le reti affettive. Ha limitato la capacità di immaginare per sé stesso la libera determinazione politica, attraverso la costruzione di apparati istituzionali idonei a realizzarla.

Personalmente, ma senza farne un articolo di fede, ritengo che l’effetto più drammatico e persistente generato dal colonialismo in Africa sia quello di aver praticamente arrestato il processo di elaborazione politica presso i popoli del continente. Questa rescissione dei popoli dalla propria “costituzione”, per usare una parola antica ma densa di significato, è stata preparata da quasi tre secoli di tratta schiavistica, che ha gettato civiltà e imperi di antica e consolidata tradizione politica, più o meno fertilizzata dall’islam, nel vicolo cieco dell’autoritarismo e nelle dolorose paludi della guerra. Quest’ultima, anzi, secondo la lettura di Jack Goody, finisce col diventare un vero e proprio modo di produzione in età tardo mercantile.

All’epoca dei primi contatti europei col Continente, a sud del Sahara, la varietà e la ricchezza del pensiero politico africano, le forme statuali che ne conseguono, sono marcati da una ricerca fermentante, da difficili eppur tenaci tentativi di assicurare significato governamentale a faccende come la rappresentanza, il bilanciamento dei poteri, il fondamento dell’autorità, la guerra giusta. Insomma, questioni di cui da noi si occupano schiere di pensatori, diciamo da Machiavelli in poi, in Africa subsahariana vengono progressivamente inquinate e finalmente isterilite dagli iniqui commerci necessari alla valorizzazione dei territori d’oltre Atlantico.

Comportamento schizoide

Il colonialismo fabbrica sé stesso, val bene sottolinearlo, al prezzo di un comportamento schizoide. Si va diffondendo, infatti, in Europa, nel corso dell’Ottocento, l’insegnamento di Montesquieu, quell’esprit des lois che – dietro e ben oltre la loro lettera – intende affermare un’insopprimibile aspirazione umana alla civiltà. Ebbene, in concomitanza, gli europei calpestano lo spirito delle leggi africane. Non ne riconoscono neppure l’esistenza perché non sono codificate come le loro, non hanno forma scritta.

Non somigliano a una lex, è vero, ma sono nondimeno portatrici di uno ius, secondo la distinzione classica. Ed è ciò che conta. Viceversa, il colonialismo oppone, alle istanze di legittimità che le leggi africane esprimono, un legalismo comunque separato da quello metropolitano (le varie legislazioni coloniali e codici dell’indigenato), tanto freddo e perfino feroce con i “soggetti indigeni”, quanto sempre aperto alle manipolazioni interpretative dei colonizzatori.

Se è vero che il colonialismo si edifica sul frutto perduto della coscienza africana all’autodeterminazione, è parimenti vero che esso porta una “modernità per effrazione” – cito di nuovo Macron – che, pur in assenza di catene lineari di causa-effetto, si inscrive nondimeno nella storia durevole del continente, nelle sue scomposte realtà territoriali, nelle forme abborracciate dei suoi governi, infine, nella sua sete sempre meno appagata di giustizia e di benessere. 

Nella foto: Congo, volto (Juergen Escher – Laif)

Angelo Turco è professore ordinario di Geografia umana, presso lo Iulm di Milano.