Kenya, riaccesa la polemica
Una dottoressa, funzionaria governativa, ha presentato una petizione affinché vengano reintrodotte, dopo che erano state messe fuorilegge nel 2011. La ragione? Salvaguardare la tradizione locale. In realtà potrebbe essere un test di una parte del mondo politico kenyano che vede minacciato il suo potere basato su una visione conservatrice del paese.

Nei prossimi giorni, il tribunale di Machakos, nel sud del paese, dovrà decidere se procedere con l’esame di una petizione presentata dalla dottoressa Tatu Kamau, 26 anni di esercizio della professione medica, che chiede di dichiarare incostituzionale e abrogare l’Atto del 2011, in cui si mettono fuorilegge le mutilazioni genitali femminili, MGF, che, tradizionalmente, hanno segnato il passaggio all’età adulta delle bambine. Chiede, inoltre, di sciogliere la commissione incaricata di monitorarne l’applicazione.

Le ragioni addotte riguardano la discriminazione verso gli uomini, per i quali la circoncisione è ammessa, e la salvaguardia della cultura locale, svalutata nei confronti di quella portata dai paesi occidentali, che appunto hanno spinto per l’eradicazione delle MFG. Sorprendentemente la Kamau, medico con una lunga esperienza e titoli accademici importanti, non prende in considerazione questioni riguardanti la salute fisica e psicologica delle ragazzine sottoposte alla pericolosa pratica. Dice solo che una migliore preparazione tecnica ed igienica delle donne che la esercitano può evitare i problemi di salute legati alle mutilazioni, che portano non raramente alla morte delle bambine che ne sono vittime e delle donne costrette per tutta la vita a convivere con problemi fisici e psicologici gravi ad esse legate.

Le istanze della dottoressa hanno trovato dei sostenitori. Uno tra tutti, l’ex candidato alla presidenza Abduba Dida, del partito Alliance for Real Change (Alleanza per un cambiamento vero), che ha invitato a non condannare la sua istanza prima di aver condotto credibili ricerche sia sui problemi fisici legati alla pratica sia su quelli sociali sorti nelle comunità che la possono praticare ora solo illegalmente. Affermazioni pretestuose dal momento che le ricerche non scarseggiano davvero, approfondite e credibili, anche per quel che riguarda le donne e le comunità kenyane, dove le MGF sono un aspetto della cultura tradizionale. Infatti, non tutte le ragazzine e le donne in Kenya devono misurarsi con le MGF. Solo in alcune etnie le mutilazioni sono praticate ancora massicciamente, anche dopo la promulgazione della legge che le vieta e nonostante le pene, che prevedono anni di carcere e multe fino a 200mila scellini (pari a 2mila dollari). In genere, sono quelle che vivono di allevamento brado, come i maasai, i samburu, i somali, per citarne alcune tra le più conosciute, dove rispettivamente il 78%, l’86% e il 94% delle donne hanno subito, e subiscono, mutilazioni genitali. In altri gruppi la pratica è ormai quasi scomparsa.

Naturalmente la petizione ha scatenato una immediata alzata di scudi delle numerose associazioni che lavorano per la difesa dei diritti delle donne. La presidente dell’Associazione delle donne avvocato, Josephine Mong’are, ha dichiarato che è vergognoso che una simile proposta, frutto di una cultura arcaica e superata, sia stata fatta da una donna, per di più medico. E l’ha sfidata a elencare le ragioni positive per la salute delle donne a sostegno della reintroduzione delle MGF. Ma c’è anche chi sospetta che la petizione della dottoressa Kamau non sia che un test di una parte del mondo politico che, perfino nell’eradicazione delle MGF, vede minacciato il suo potere basato su una visione conservatrice del paese. Chiarissime le dichiarazioni della governatrice della contea di Kitui, Charity Ngilu, ex ministro della sanità, che si chiede se la Kamau non parli forse per conto del governo per cui lavora come funzionario della sanità pubblica. Non sarebbe infatti la prima volta che in Kenya si fanno passi indietro nel rispetto dei diritti delle donne. Nel 2014 è diventata legge la poligamia, già accettata socialmente in diversi gruppi etnici e prevista nella nuova Costituzione. Nel provvedimento si dice che gli uomini possono avere più mogli, senza aver prima consultato la moglie già esistente. Un articolo che prevedeva la consultazione e il permesso del coniuge è stato bocciato dal parlamento, nonostante la protesta delle donne parlamentari che avevano abbandonato l’aula.

Le associazioni che difendono i diritti delle donne fanno notare anche che il dibattito, e ancor più una eventuale reintroduzione della pratica, cancellerebbero tutti gli obiettivi raggiunti sulla difficile via della sua eradicazione. Tra le istituzioni più attive nella lotta alle MGF le Chiese, che hanno proposto negli anni esempi di riti alternativi e surrogati, in modo da celebrare comunque il passaggio all’età adulta senza ricorrere a pratiche pericolose per la salute psicofisica delle vittime. Sono state anche organizzate strutture per la protezione delle ragazzine che scappano dalle loro famiglie e dalle loro comunità per sottrarsi al rito tradizionale, che spesso si accompagna a un matrimonio precoce. Alcuni sono veri e propri villaggi fondati da donne delle comunità più legate alla nefasta pratica, che si pongono come esempio alle nuove generazioni di trasformazione culturale e difesa dei diritti di base delle donne.

Resta il fatto, però, che moltissimo resta ancora da fare se un dibattito come quello suscitato dalla dottoressa Kamau appassiona ancora il paese. 

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