Dibattito cooperazione

O la cooperazione diviene il punto di partenza per un cambiamento globale della politica, dell’economia e della cultura, oppure continuerà a ingannare e sfruttare i poveri, e a fabbricare miseria.

La qualità della nostra vita è direttamente proporzionale alla capacità di con-vivenza e al livello di ben-essere che siamo in grado di generare. La co-operazione è lo strumento che ne determina il risultato. Il concetto di co-operazione, nasce infatti dalla relazione attiva tra due o più soggetti per raggiungere un obiettivo, affrontare un problema, garantire un diritto o determinare l’utilizzo di un bene comune. La co-operazione è parte della natura umana.

 

Gesù diceva: «In verità vi dico, ogni cosa che la comunità tutta insieme approva sulla terra, è approvata anche in cielo ed ogni cosa che essa respinge sulla terra è respinta anche in cielo». È il concetto di democrazia diretta, ma anche la base della co-operazione. Decidere su ogni cosa tutti insieme è ciò che più vale. La base essenziale del concetto di sovranità del popolo. Le comunità, impegnate a garantire e a tutelare la con-vivenza, il ben-essere e i diritti di tutti i cittadini, in modo che tra loro non ci siano “bisognosi”.

 

Ma la cooperazione, oggi, è semplicemente realizzazione di progetti, finalizzati a favorire o garantire interessi politici ed economici dei donatori. La co-operazione, invece, deve essere la possibilità per l’umanità intera di caratterizzare con contenuti umani la politica, in ogni suo settore, a partire da quella “politica di sviluppo” che dovrebbe guidare e tradurre in concreto l’impegno, più volte dichiarato in tante sedi istituzionali, di “eliminazione della povertà”. Quando le istituzioni dichiarano che non c’è sviluppo senza la partecipazione della società civile, proiettano il loro ruolo in materia di cooperazione allo sviluppo nella giusta direzione: compete loro, e tutti vorremmo lo assumessero.

 

Tutto ciò, però, non coincide quasi mai con l’azione svolta e ancor meno con i risultati raggiunti. Ecco il fallimento della co-operazione! L’attenzione è al “fare progetti”, spesso per rispondere a interessi politici, commerciali, industriali… Quasi mai attenti alla persona. La co-operazione deve essere un insieme di attività, di impegni, di responsabilità al servizio delle persone, come elementi che costituiscono la comunità.

 

Possiamo, quindi, ipotizzare alcuni punti cardine per una “rifondazione” della co-operazione internazionale.

 

Ridefinire la co-operazione a partire dal suo vocabolario. In tutti i documenti internazionali, la co-operazione è registrata come “aiuto pubblico allo sviluppo”. Tutti sappiamo bene che di aiuto non c’è nulla. Al limite, si dovrebbe parlare di “guadagno statale dallo sviluppo”, considerato che tutti i paesi donatori ricevono dai beneficiari molto più (in media circa 8 volte) di ciò che donano. Ma, ancor più, il termine “aiuto” non può rappresentare assolutamente una relazione di con-vivenza e di ben-essere comune, quanto piuttosto un’azione dall’alto al basso, dal ricco epulone al povero Lazzaro. Una violazione della dignità umana. E ancora rimane da definire il significato di “sviluppo” citato. Se si tratta del tasso di crescita del pil, senza nessun riferimento alla qualità della vita, come si fa regolarmente, restiamo molto lontani dai nostri riferimenti di con-vivenza e di ben-essere comune. Iniziamo a utilizzare termini più appropriati.

 

Cancellare la co-operazione bi-laterale e multi-laterale. Tutti gli accordi bilaterali e multi-laterali di co-operazione, come i programmi di sviluppo delle agenzie delle Nazioni Unite, rispondono semplicemente agli interessi dei paesi e dei governi donatori, non delle persone e, ancora di meno, delle fasce più deboli delle popolazioni. È noto, infatti, che chi detiene il portafoglio ha il potere di acquisto. È noto a tutti il costo altissimo di gestione delle agenzie delle Nazioni Unite, a partire da quelle che dovrebbero occuparsi della co-operazione. La parte principale degli stanziamenti pubblici è spesa per lo studio e la gestione di attività che devono garantire il raggiungimento dell’interesse politico o economico. Cancelliamo tutti i programmi Onu e gli accordi bi-laterali e multi-laterali.

 

Cancellare i finanziamenti ai progetti. «Non c’è sviluppo senza partecipazione della società civile», afferma la Commissione europea. Ne sono convinto. Le istituzioni cancellino tutte le “chiamate a proporre”, più onestamente “bandi di concorso”, e i finanziamenti a progetti, e si impegnino a garantire semplicemente di raddoppiare le risorse che la società civile riesce a movimentare per promuovere la con-vivenza e il ben-essere comune, per sostenere l’impegno sociale comunitario dei giovani in esperienze di servizio sociale e comunitario. La comunità locale deve divenire la protagonista propositiva delle sue scelte e azioni, liberandosi dal rapporto con il “ricco epulone” esterno che propone soluzioni solo a suo uso e consumo.

 

Meno solidarietà e più diritti. Costruire un pozzo è importante e utile, ma serve a poco, se l’acqua viene venduta come merce qualunque. La garanzia di tutti i diritti per tutti e la tutela dei beni comuni per l’intera umanità sono i pilastri della solidarietà. La nuova co-operazione deve puntare a garantire tutti i diritti e i beni comuni attraverso la coerenza delle politiche. Serve una regia politica in grado di cancellare i singoli interessi settoriali e garantire che una mano non possa distruggere ciò che ha fatto l’altra. Le tante agenzie dei “programmi di sviluppo” delle Nazioni Unite devono essere sostituite con una sola authority internazionale per tutelare relazioni tra i popoli, giuste e solidali, fondate su principi di pari dignità sociale e uguaglianza. Giustizia e rispetto reciproco devono costituire i riferimenti essenziali per tutte le iniziative pubbliche e private, in particolare per quelle di carattere sociale, politico, economico, finanziario e commerciale.

 

È arrivato il tempo del disincanto. Il passato ci dimostra che troppo spesso, attraverso la co-operazione internazionale, non solo non si sono risolti i problemi, ma si è peggiorata la situazione. Aiuto e cooperazione sono divenuti, di volta in volta, continuazione della dominazione coloniale, promozione delle imprese e dei modelli produttivi europei e nazionali, occasione per disfarsi del surplus agricolo e alimentare, creazione di dipendenza politica, ulteriore impoverimento dei poveri.





Acquista l’intera rivista in versione digitale