Tunisia / Crisi sociale
Il popolo tunisino torna in strada a protestare contro istituzioni che fino ad ora hanno deluso le aspettative e minato la fiducia di coloro che, dopo la caduta del dittatore Ben Ali nel 2011, speravano davvero in un cambiamento.

La sollevazione popolare si riaccende là dove era partita cinque anni fa. A Kasserine, una città del centro della Tunisia, un giovane disoccupato di 28 anni, Ridah Yahyaoui, sabato scorso è morto folgorato domenica su un traliccio dell’elettricità dove era salito per protesta. Era stato escluso arbitrariamente dalla lista dei disoccupati del pubblico impiego, l’ultima speranza che gli era rimasta di trovare un lavoro in una regione dove la disoccupazione è oltre il 30% contro una media nazionale del 15.3%.
Questo fatto, insieme al ricordo del giovane ambulante Mohamed Bouazizi, che cinque anni prima si era dato fuoco a Sidi Bouzid, a meno di 100 km da Kasserine, per protestare contro le vessazioni dell’amministrazione, sono bastati per scatenare la rivolta nella località dove ci sono stati violenti scontri con le forze dell’ordine che tentavano di arginarla.
Il governo ha dimesso il vice-prefetto e ha decretato martedì lo stato d’emergenza notturno che però non ha posto fine alla protesta violenta, che si è anzi estesa alle altre località del centro-sud. Decine di feriti tra i manifestanti, mentre un poliziotto è deceduto mercoledì a Feriana, dopo che la sua macchina era stata rovesciata. Ieri situazione particolarmente tesa nell’agglomerato urbano di Tunisi, la cité Etadhamen. Qui nella notte 16 persone sono state arrestate perché ritenute responsabili di atti di vandalismo, e la Guardia nazionale fa sapere che gli scontri con persone incappucciate sono proseguiti fino alle 5 di mattina. Sempre a Tunisi scontri e saccheggi anche nei quartieri popolari di Sejoumi, Sidi Hassin, Mnihla e Intilaka, dove sono stati presi di mira negozi e una banca. Si è protestato anche a Tajerouine, che si trova nel governatorato del Kef, a Kairouan e Gafsa.

Speranze disattese
Nella capitale i giovani hanno ripreso lo slogan di cinque anni fa: “Lavoro, libertà, dignità”. Allora la fuga precipitosa del dittatore Ben Ali aveva riacceso le speranze nel paese, soprattutto tra i giovani. I governi che si sono succeduti sono accusati di non aver fatto nulla per far uscire le regioni del centro-sud del paese dalla crisi economica e sociale che le attanaglia da tantissimi anni ormai. C’è un sentimento diffuso di frustrazione e di malessere.
La corruzione continua ad essere una piaga, e i giovani che sono in cerca di lavoro nel pubblico impiego ci si confrontano ogni giorno. Questo fatto è ancora più insopportabile davanti allo spettacolo di una politica che appare lontana dalle preoccupazioni del paese e più impegnata a spartirsi le poltrone. Dopo un anno di fibrillazioni, il partito di maggioranza relativa, Nidaa Tunes, si è spaccato. Tra dicembre e gennaio ha perso oltre venti deputati e nel parlamento i fondamentalisti di Ennahda, con cui Nidaa Tunes è al governo, sono diventati il partito di maggioranza relativa.

Risposta necessaria
In questa situazione governare il paese diventa ancora più difficile. Dopo l’attentato del marzo scorso al museo Bardo di Tunisi, si era capito l’affanno nel rispondere alla minaccia terrorista, che è poi continuata. Oltre al terrorismo i governi del dopo Ben Ali avevano la crisi sociale come priorità. Vi hanno però fatto fronte con misure parziali, come si vede ora.
Subito dopo l’inizio della protesta il consiglio dei ministri ha varato alcune misure specifiche destinate alla promozione dell’occupazione e lo sviluppo dell’area di Kasserine. Tra queste l’assunzione di 6.400 disoccupati, lo stanziamento di 3 milioni di euro destinati al finanziamento di 500 progetti, la creazione di una commissione di inchiesta su presunti casi di funzionari corrotti, la concessione di terreni demaniali a privati, la creazione nella regione di nove società imprenditoriali con un capitale di 75.000 euro. Ma l’annuncio di questi provvedimenti non sembra avere raggiunto lo scopo di placare gli animi.
Il primo ministro Essid, rientrato precipitosamente da Davos, dove al Forum economico doveva infondere fiducia agli investitori stranieri, deve dare prova di una inversione di tendenza. Con il terrorismo che ha messo in crisi la principale fonte di valuta, il turismo, le risorse economiche sono limitate. I giovani tunisini scesi nelle strade questa settimana ne sono coscienti, chiedono però la fine delle discriminazioni, le promesse non bastano più.

Nelle foto alcuni momenti delle proteste degli ultimi giorni in Tunisia.