Società civile mobilitata a Copenaghen
Il forum del movimenti e dei popoli, che vede la partecipazione di migliaia di persone, soprattutto giovani e giovanissimi da tutta Europa, sta discutendo a Copenaghen gli impatti dei cambiamenti climatici sulla vita reale.

Si discute come ridurre il consumo di petrolio adottando tecniche diverse di produzione. Si ragiona sulla ricerca di metodi di produzione più sostenibili, che rimettano al centro la sovranità alimentare dei piccoli produttori di tutto il mondo, non affidandosi solo alla monocultura. Ci si chiede quale sia l’impatto dei cambiamenti climatici da un punto di vista del diritto internazionale sui diritti umani o come si possa costruire una campagna globale sul debito climatico che i paesi ricchi devono a quelli poveri.

 

Queste sono solo alcune delle questioni affrontate nei primi giorni del Klimaforum, il forum dei movimenti e dei popoli che da subito è entrato nel vivo della propria agenda, parallela a quella ufficiale – la conferenza mondiale sul clima che si sta tenendo a Copenaghen – ed estremamente radicata nell’esperienza quotidiana di milioni di persone che già stanno soffrendo gli impatti derivati dall’innalzamento della temperatura del pianeta.

 

Rappresentanti dei popoli indigeni, ma anche comunità di agricoltori e attivisti portatori di proposte, esperienze e di una diversa maniera di esprimere il proprio dissenso alle politiche insostenibili che hanno condotto alla crisi attuale dialogano cercando di dare una risposta a problemi che sono rimasti esclusi dal negoziato ufficiale. Come quello proposto dalla rete internazionale Oilwatch International, che ha già lanciato in diversi paesi produttori di greggio, dall’Ecuador alla Nigeria, una campagna che chiede di non iniziare nuove esplorazioni di petrolio e suggerisce iniziative e strumenti per finanziare il mantenimento dell’oro nero nel sottosuolo, vista come la formula migliore per contenere le emissioni.

 

O come quella avanzata dai movimenti del Sud, in primo luogo dalla coalizione Jubilee South e sostenuta da decine di altre organizzazioni che figurano tra i co-promotori dei due incontri sul debito ecologico e climatico, che sarà oggetto di un vero e proprio tribunale dei popoli l’anno prossimo in Bolivia. Il governo di La Paz ha infatti ripreso la proposta dei movimenti, articolandola nel linguaggio ufficiale del negoziato in un documento presentato lo scorso aprile. «Una grande vittoria per i movimenti del Sud, che da oltre dieci anni chiedono di considerare il debito ecologico», ci spiega Lidy Nacpil, della coalizione per la cancellazione del debito delle Filippine e membro storico di Jubilee South. «La dimostrazione che il concetto di debito ecologico non è un principio astratto, ma che ci sono degli obiettivi politici concreti e domande tangibili che stiamo ponendo nel contesto dei negoziati sul clima».

 

Un debito generato nel corso dell’ultimo secolo proprio da un modello economico incentrato sull’utilizzo indiscriminato delle risorse naturali del Sud da parte della minoranza del pianeta che in questo modo ha potuto svilupparsi. Ma che è stato inoltre prodotto dalla costruzione di grandi progetti infrastrutturali, nel settore estrattivo così come idroelettrico, finanziati con soldi pubblici attraverso le grandi istituzioni finanziarie internazionali quali la Banca Mondiale, anche qui a Copenaghen sotto attacco da parte della società civile.

 

Lunedì prossimo Jubilee South, assieme ad altri gruppi tra cui l’italiana Campagna per la riforma della Banca Mondiale (Crbm), terrà un’azione proprio contro la Banca Mondiale, per chiedere che l’istituzione di Washington, responsabile per buona parte del debito ecologico e sociale accumulato dai paesi poveri, non venga inclusa nella gestione della finanza globale per il clima.

 

Attivisti e gruppi che in Europa e nel mondo sono impegnati nella giustizia economica, sociale e climatica, presenti al Klimaforum, sembrano determinati a continuare a costruire alternative. La sfida ancora una volta è riuscire a farlo assieme, e nel lungo termine, come le migliaia di persone che nel Sud del mondo si mobilitano per la causa ambientale. L’esperienza della Nacpil e del movimento filippino è molto esemplificativa. «Un cambiamento reale sarà possibile solo se riusciremo a costruire un movimento per la giustizia climatica che sia realmente impegnato a lungo termine, e non solo alla vigilia del negoziato», ha ribadito la Nacpil.

 

* Campagna per la riforma della Banca Mondiale/Mani Tese