Burundi / La crisi
In Burundi l'Onu e Unione africana tentano di far ragionare il presidente Pierre Nkurunziza, che però non vuole saperne né di riaprire il dialogo con l'opposizione né di forze di pace straniere sul suo territorio. Intanto il paese è pervaso da violenze e tensione. Si vacilla su un baratro.

Una soluzione politica “a tappe”. È questa la strada che raccomandano gli ambasciatori del Consiglio di sicurezza dell’Onu ai dirigenti dell’Unione africana (Ua), una soluzione che usi varie fasi per tentare di bloccare l’escalation di violenze in Burundi, tenendo conto che il presidente, Pierre Nkurunziza, si oppone con determinazione a ogni tipo di ingerenza internazionale. Il motivo? La comunità internazionale si renderebbe ben presto conto di avere a che fare con uno schizofrenico.
L’incontro che si è tenuto nella sede dell’Ua a Addis Abeba ha visto gli inviati dei 15 membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu riconoscere di non aver ottenuto granché dal loro incontro con il presidente del Burundi. Le discussioni a Bujumbura, durante la loro visita a Nkurunziza, avevano riguardato il dispiegamento di una forza di pace africana nel paese e la ripresa del dialogo con l’opposizione, nel tentativo di porre fine alla crisi provocata dall’elezione contestata a un terzo mandato di Nkurunziza, svoltasi poi a luglio dello scorso anno. Le violenze nel paese erano iniziate per poi moltiplicarsi da quando lo scorso aprile era stato annunciato che Nkurunziza si sarebbe ripresentato come candidato alla propria successione, per la terza volta, violando la costituzione del paese.

Violenze e paura
Le manifestazioni di strada, un colpo di stato fallito (a maggio) e una ribellione armata hanno già fatto più di 400 morti e costretto all’esilio 230 mila persone (cifre dell’Onu), suscitando anche timori di vedere in Burundi nuovi massacri interetnici (tra hutu e tutsi).

Nkurunziza “nega in toto il pericolo”, come ha affermato l’ambasciatore egiziano Amr Aboulatta, al termine dei tre giorni trascorsi a Bujumbura.
È la seconda volta in dieci mesi che il Consiglio di sicurezza dell’Onu si reca in Burundi. Nel frattempo i timori dell’opposizione in esilio sono cresciuti. Il vertice dell’Ua ad Addis Abeba, che si terrà il 30 e il 31 gennaio prossimi, dovrà studiare il progetto di dispiegamento di una forza africana di 5.000 uomini in Burundi, che Bujumbura però considera come una “forza d’invasione e di occupazione”.

Un passato che ritorna?
Il Burundi (10 milioni di abitanti) potrebbe ricadere in una nuova guerra civile che ricorda quella degli anni ’90 e che aveva visto la mediazione di Nelson Mandela. Quella negoziazione aveva portato alla firma degli Accordi di Arusha (Tanzania) firmati nel 2000 e che stabiliscono un saggio equilibrio politico tra la maggioranza della popolazione – Hutu, all’80 % circa – e la minoranza tutsi.
Le manifestazioni e le proteste contro il regime burundese sono quelle dei quartieri definiti “ribelli” della capitale. Nei loro confronti, il potere usa un linguaggio “incendiario”, minacciando un massacro collettivo. Il presidente del senato, Révérien Ndikuriyo, ha detto che bisognava «ridurre in polvere» quei quartieri contestatari. Il ministro della sicurezza, Alain-Guillaume Bunyoni, da parte sua, ricorda ai tutsi di essere minoranza nel paese. E aggiunge: «Se le forze dell’ordine non ce la fanno, ci sono 9 milioni di cittadini a cui basta dire “fate qualcosa”!». Dopo il genocidio rwandese del 1994, non è che espressioni simili lascino tranquilli. Bisogna vigilare.
Se la comunità africana non viene velocemente in aiuto alla popolazione burundese, il paese conoscerà ancora giorni tristi. Altre sofferenze e altre morti.