Vigilia elettorale / Verso istituzioni sovrane
È ciò che vogliono fare tanti congolesi, lasciandosi alle spalle instabilità e conflitti per costruire una nazione nuova. Il primo turno delle presidenziali e delle legislative entro giugno. Tuttavia, questi ultimi mesi di passaggio alla democrazia non sono privi di rischi e di ostacoli.

Che il tempo della transizione sia scaduto lo si capisce da questa formula in voga da tempo a Kinshasa: 1+4=0. È il giudizio, ironico e severo, che la gente dà dei protagonisti della fase di allontanamento da due guerre (1996-1997 e 1998-2003: combattute in terra congolese, hanno coinvolto direttamente altri sette paesi africani e hanno fatto tre milioni di morti) e di avvicinamento alla democrazia, che si è aperta a metà del 2003 e che si prevede debba concludersi con le elezioni entro il giugno del 2006.

L’1 è il presidente Joseph Kabila e 4 sono i vicepresidenti che lo hanno affiancato: Jean-Pierre Bemba, leader del Movimento per la liberazione del Congo (Mlc), a lungo appoggiato dall’Uganda; Azarias Ruberwa, leader del Raggruppamento congolese per la democrazia (Rdc), che rappresenta i ribelli filo-ruandesi; Yérodia Ndombasi, ex compagno di lotta di Laurent-Désiré Kabila, padre dell’attuale presidente; Z’Ahidi Ngoma, che rappresenta l’opposizione politica non armata. Kabila viene percepito come uomo vicino all’Occidente; gli ex guerriglieri – non tanto ex – sono considerati sempre legati ai loro padrini ugandesi e ruandesi.

La Terza Repubblica, se vuole acquisire piena sovranità, è chiamata a uscire, prima di tutto, da una fragilità istituzionale e politica che pregiudica ogni serio intervento in campo amministrativo e sociale. Le elezioni presidenziali, legislative e, in un secondo momento, amministrative dovrebbero essere una prima medicina. Ma nessuno s’illude che siano sufficienti a rimettere in piedi un paese dove, in ampie aree, lo stato non c’è mai stato. La strada è lunga e piena di ostacoli.

Il primo passo è che si arrivi effettivamente al voto. Dopo che il parlamento ha adottato, il 21 febbraio, la legge elettorale e il presidente l’ha promulgata il 9 marzo, una data – primo turno delle presidenziali e legislative con sistema proporzionale e liste aperte – potrebbe essere il 18 giugno. La Commissione elettorale indipendente (Cei), presieduta da don Apollinaire Malu Malu, ha stilato questo calendario: 10-23 marzo, procedura di iscrizione dei candidati; 5-9 aprile, pubblicazione della lista definitiva delle candidature; 18 maggio-16 giugno, campagna elettorale; 18 giugno, voto; 14 luglio, proclamazione dei risultati del primo turno delle presidenziali.

Voto (forse) a giugno

Naturalmente, si tratta anche di rifornire le 169 circoscrizioni, sparse in un paese grande otto volte l’Italia, dei materiali elettorali. Se il voto slitta oltre il 30 giugno, tutto si complica e, per evitare di entrare in una “terra di nessuno”, dove nessuno è legittimato a fare alcunché, bisognerebbe prolungare il periodo di transizione. La comunità internazionale e la Missione Onu nell’Rd Congo (Monuc) lavorano perché lo scrutinio si tenga a giugno e sottolineano che anche il referendum costituzionale dello scorso dicembre sembrava impossibile da realizzare e invece s’è svolto regolarmente. William Swing, rappresentante speciale di Kofi Annan e capo della Missione Onu, ha dichiarato che si tratta della più grande operazione elettorale mai finanziata dalla comunità internazionale – circa 400 milioni di dollari, per la metà dati dall’Unione europea – a dimostrazione dell’importanza strategica del paese e della regione dei Grandi Laghi.

Lasciando da parte l’ipotesi del rinvio e guardando allo scenario elettorale, nelle legislative nessuna forza politica sembra in grado di vincere a mani basse e, quindi, si profila un governo di coalizione. Anche per le presidenziali s’ipotizza un secondo turno: è accreditato un testa a testa tra Joseph Kabila e Étienne Tshisekedi, oppositore storico escluso dal governo di transizione. In questo quadro, dunque, tutte le alleanze sono possibili e la situazione rimane fluida, anche perché bisogna fare attenzione che qualche personaggio potente (e armato) non resti tagliato fuori. Perciò, non deve meravigliare più di tanto che qualcuno pensi a un nuovo rinvio del voto, dopo quello che già c’è stato nel 2005. Senza contare che molti deputati e senatori del parlamento di transizione – designati nel 2003 dalle componenti che hanno firmato l’accordo di pace – temono il responso delle urne.


Focolai d’instabilità

La competizione elettorale va, comunque, a svolgersi mentre non tutto il territorio è sotto il controllo delle autorità. Nell’est, nel Kivu in particolare, rimangono attivi i guerriglieri delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda, cioè miliziani hutu (interhamwe ed elementi dell’ex esercito ruandese) che sono in territorio congolese dal 1994. L’Unione africana si è presa l’incarico di rimpatriarli, ma, con l’aria che tira a Kigali, questi miliziani si guardano bene dal cedere le armi e dal varcare il confine. Nell’Ituri, nord est, imperversano le milizie etniche: la Monuc, anche a prezzo di duri scontri, ha disarmato molte migliaia di uomini, ma ne restano molti altri. Nel Nord Katanga ci sono le Forze armate popolari di autodifesa. Ancora a nord, ai confini con il Sudan, si segnala la presenza di ribelli ugandesi dell’Lra (Esercito di resistenza del signore), spinti nell’Rd Congo dopo che Uganda e Sudan si sono un po’ riavvicinati.

Tutti questi gruppi creano un perenne stato d’insicurezza. La Monuc – che, oltre a vigilare sul processo elettorale, ha il compito di piazzarsi nelle aree instabili, di proteggere i civili, di disarmare i gruppi armati, nonché di far applicare l’embargo sulle armi destinate ai due Kivu e all’Ituri – ha più di qualche difficoltà. Di qui la richiesta dell’Onu all’Unione europea, lo scorso gennaio, di affiancare la Monuc con una “forza di reazione rapida”. A marzo, Bruxelles non aveva ancora preso una decisione, riservandosi di valutare la durata e le modalità della missione.

 

Esercito nazionale

Una delle grosse preoccupazioni è la formazione di un esercito nazionale integrante le diverse formazioni armate che si sono combattute nella guerra civile (1998-2003). La sua costituzione è prevista dal cosiddetto “Accordo globale e inclusivo”, firmato dalle diverse parti congolesi, dall’Onu, dall’Unione africana, dal Sudafrica e dai paesi confinanti con l’Rd Congo. Il nuovo esercito sarà composto da 150 mila effettivi. Prima di raggiungere i reparti del nuovo esercito, gli ex guerriglieri devono passare per il processo di Disarmo, Smobilitazione e Reinserimento (Ddr), la cui responsabilità ricade sul governo di unione nazionale. In seguito, i futuri soldati seguono una formazione comune – non solo militare, ma anche di educazione “civica e repubblicana” – presso le caserme di Kitona (Basso Congo, nell’ovest) e Kisangani (Provincia Orientale, nel nord-est), per poi essere “mescolati” nelle diverse unità militari. Sono interessati al programma gli appartenenti all’esercito di Kabila, al Raggruppamento congolese per la democrazia (Rcd), al Movimento per la liberazione del Congo (Mlc), alle milizie tribali Mai Mai e ad altre forze che agiscono essenzialmente nel nord-est del paese.

La nuova struttura comprende 10 regioni militari, con uno Stato Maggiore composto da 37 ufficiali provenienti dalle differenti formazioni armate. Belgio, Francia e altri paesi contribuiscono alla formazione delle truppe e forniscono materiale bellico al nascente esercito, la cui prima brigata di 2.800 uomini, formata a Kisangani, è dispiegata nell’Ituri. Altre 5 brigate integrate (ciascuna di 3.000 uomini) sono in via di addestramento da parte di istruttori belgi, sudafricani e angolani.
Si stanno riscontrando, però, grandi difficoltà di integrazione di militari provenienti da movimenti che, fino all’altro ieri, si sono combattuti. Mancano, poi, sottufficiali esperti, in grado di guidare soldati di un esercito regolare e non di una formazione di guerriglia.

 

Un argomento controverso riguarda l’espansione della Guardia presidenziale. Nel giugno 2005, il partito del presidente Kabila aveva tentato di far passare un articolo della legge di riforma delle Forze armate, che prevedeva la creazione di un divisione di sicurezza presidenziale di ben 15mila uomini. I deputati si sono opposti, temendo la riedizione dell’analoga formazione che aveva, in passato, difeso Mobutu.
Considerato da dove arriva questo paese – stato di guerra prolungato e implosione dello stato – non è difficile pronosticare che i gruppi dirigenti, che usciranno dalle urne e saranno chiamati a orientare il processo di formazione di uno stato con 25 province, si troveranno a governare in un equilibrio precario.

Un dato da tenere in considerazione è che i troppi anni di assenza dello stato hanno creato situazioni in cui interessi locali hanno dato vita a forme d’integrazione sociale, economica e politica che si dislocano anche su base etnica e hanno uno sviluppo transfrontaliero. A queste situazioni locali va data una risposta politica – e non militare – che le includa nel cammino di pacificazione e di democratizzazione. Altrimenti c’è il rischio che si crei una divaricazione tra ciò che si capisce e si decide a Kinshasa e quello che accade in altre parti del paese.