Parola di comboniano africano

Partire dallo Zambia per studiare in Kenya ed evangelizzare in Sudafrica. Un tragitto sempre più usuale ma che fatica a essere considerato “normale”. Eppure qualcuno diceva “salvare l’Africa con l’Africa”.

Conservo un ricordo e un insegnamento indimenticabili della festa per la canonizzazione di Comboni. È stato un momento di grazia per i missionari comboniani, la Chiesa tutta e quella africana in particolare.

Il 5 ottobre 2003 ero a Nairobi (Kenya) per il mio primo anno di teologia al Tangaza College. I comboniani vollero celebrare la messa in cattedrale. La stupenda basilica della Sacra Famiglia, situata nel cuore del distretto commerciale di Nairobi, era stipata all’inverosimile. L’allora arcivescovo di Nairobi, Ndingi Mwana Nzeki, presiedette la concelebrazione eucaristica. Tra i celebranti, oltre ai comboniani, vi erano molti sacerdoti e religiosi insieme a una moltitudine di fedeli che indossavano magliette celebrative con impressa la figura del Comboni. Secondo lo stile tipicamente africano, la messa fu animata da canti appassionati e da danze. Le processioni all’ingresso, alla proclamazione della parola di Dio e all’offertorio avevano scatenato l’entusiasmo dell’intera assemblea. Furono anche cantati inni in onore di Comboni composti per l’occasione.

Se paragonata ad altre celebrazioni simili che si tenevano in contemporanea, a Roma per esempio, la nostra messa a Nairobi non rivestiva la stessa pompa e solennità. Eppure sprizzava di gioia e comunicava tramite forti espressioni simboliche. E poi, la maggior parte dei sacerdoti, dei religiosi e dei missionari erano africani. Gli originari d’Europa e Nordamerica si potevano contare sulle dita di una mano. E ciò è diventato per me la metafora della realtà odierna della Chiesa universale.

Oggi l’Africa guida la classifica delle vocazioni. La visibile e significativa presenza di africani in posti di responsabilità all’interno delle congregazioni missionarie contraddistingue questa nuova realtà. Negli anni della mia formazione (1998-2008) sono stato per la maggior parte del tempo sotto la guida di formatori europei. A quel tempo, i formatori comboniani africani occupavano piuttosto il ruolo di formatori assistenti. Era la stessa cosa per i superiori provinciali e i loro consiglieri. Il consiglio del superiore provinciale era sostanzialmente composto da europei. Oggi lo scenario è mutato. Comboniani africani hanno assunto posizioni di responsabilità. Se guardo, ad esempio, alle case di formazione dove sono stato, il cambiamento è evidente: oggi sono degli africani a gestirle.

Questa trasformazione all’interno della nostra congregazione e in altri istituti missionari è un fatto positivo. È un segno di crescita che si dovrebbe celebrare. Come comboniano sono contento di vedere come il sogno di Comboni di “salvare l’Africa con l’Africa” si stia realizzando, come sono felice di poter svolgere di questo sogno un ruolo attivo.

Sono membro dei missionari comboniani da una decina di anni. In questo tempo la mia vita è stata definita dal carisma che ho ricevuto da Daniele Comboni tramite l’istituto. È grazie a questo carisma che ho trovato gioia e ragion d’essere. (…)

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