Sicuri che ci piaccia la Gen Z? - Nigrizia
Politica e Società
L'editoriale di novembre 2025
Sicuri che ci piaccia la Gen Z?
03 Novembre 2025
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 4 minuti
Proteste della Gen Z in Kenya nel 2024

I giovani africani indicano la luna. Ma noi guardiamo il dito. Le proteste guidate dalla Gen Z che da mesi si moltiplicano nel continente, dal Kenya alla Tanzania, dal Madagascar al Marocco, non dicono tanto di un malessere generazionale, ma della consapevolezza di un sistema che produce disuguaglianze e che non regge più.

Di élite politiche locali incapaci e corrotte che si ancorano a un sistema globale iniquo, regolato ancora dalla versione 3.0 del Washington consensus di fine anni ’80. In sostanza, una enorme macchina di debito contratto a vuoto che taglia spese sociali e ingrassa flussi finanziari.

Mentre su tutto incombe la crisi climatica, quella che la Gen Z guarda dalla prima fila. Una minaccia enorme che continuiamo, però, a fronteggiare con gli stessi strumenti logori di sempre, che scaricano i costi a Sud mentre a Nord si incassano i dividendi.

La questione generazionale, tuttavia, ha un valore. Un valore che è anche ovvio in un continente dove 7 persone su 10 hanno meno di 30 anni. In Italia sono meno del 15%. Eppure anche in Africa il gap anagrafico c’è: fra i tre paesi che sono andati alle urne a ottobre due erano guidati rispettivamente da un 92enne (il Camerun di Biya) e un 83enne (la Costa d’Avorio di Ouattara).

Conta anche perché la Gen Z – i nati fra il 1996 e il 2012 – è quella che più soffre di disoccupazione e mancanza di prospettive. E conta perché sono i giovani a creare con i social ‒ da Facebook a Discord e TikTok ‒ una rete di supporto e insieme una cassa di risonanza che permette alle manifestazioni di prendere piede in poco tempo. Si è visto in Madagascar dove è stato deposto il presidente Rajoelina o nel Marocco della GenZ212.

E, infine, la questione generazionale conta perché questo stesso sistema di connessioni permette di guardarsi intorno e magari anche di ignorare l’ingombrante riferimento culturale dell’Occidente. E così ci ritroviamo a parlare di “effetto Nepal”, un paese in genere ignorato. E che invece ha una storia politica complessa e con tutte le contraddizioni ha prodotto una rivolta che in pochi giorni ha rovesciato un governo.

La capillarità di queste reti ha sostituito la struttura centralizzata dei vecchi gruppi di protesta. Non è detto che sia un bene: la mancanza di leadership favorisce adesione ampia ed eterogeneità delle istanze, ma al contempo lascia impreparati quando conta: quando si vince. Potrebbe già provarlo la parabola della Gen Z malgascia, esclusa dal nuovo governo costituito dai militari, che ne hanno capitalizzato il dissenso.

La gioventù infine, ed è questo il punto, non va in piazza in quanto tale. La definizione di «coscienza di un sistema mondiale in decadenza» che ne dà il giornalista sudafricano Will Shoki sul portale Africa is a country appare centrata. Quindici anni dopo il sostanziale fallimento delle cosiddette “primavere arabe”, si riapre un ciclo dove i giovani sono avanguardia.

E noi in tutto questo? L’Occidente ai giovani africani chiede in genere molto: in primis di non lasciare assolutamente i loro paesi di origine. Poi di non ingrossare le file dei gruppi armati che ovunque nascono nel continente. Infine di contestare le classi politiche locali smettendo di dare la colpa al colonialismo.

Da “sinistra” gli si chiede di svelare le trame del capitalismo mondiale proprio mentre lavorano in quelle miniere che sono spesso l’unica fonte di sussistenza nei paesi dove vivono, dal Mozambico alla Rd Congo.

Adesso scendono in piazza per i diritti politici e i servizi essenziali, battendosi a nome di tutti contro classi politiche impresentabili e il sistema globale che le sostiene. Ci auguriamo che almeno questo vada bene, ma probabilmente non sarà così. L’ordine globale che contestano è il nostro.

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