Elezioni generali 2018
Il paese si appresta a collaudare la sua democrazia con la chiamata alle urne di circa 3,1 milioni di elettori, che domani (7 marzo) dovranno eleggere il nuovo presidente, i membri del parlamento, i sindaci e i delegati amministrativi di quattordici distretti.

La sfida più aperta è quella per l’elezione del nuovo capo dello Stato, che ha 16 candidati in corsa (14 uomini e 2 donne). I pronostici della vigilia danno in vantaggio i candidati del All People’s Congress (APC) e del Sierra Leone People Party (SLPP), i due schieramenti che hanno sempre dominato la scena politica del paese, da quando nel 1961 ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna.

L’aspirante presidente della Repubblica scelto dall’APC è l’attuale ministro degli Esteri, Samura Kamara, considerato molto vicino al presidente uscente Ernest Bai Koroma che avendo completato i due mandati consecutivi previsti dalla Costituzione non può ripresentarsi. Per conquistare la massima carica dello Stato, l’SLPP, all’opposizione, ha scelto invece l’ex generale Julius Maada Bio che si presenta per la seconda volta, dopo essere stato sconfitto nelle ultime elezioni del 2012, nelle quali ricevette il 38% dei voti.

Tuttavia, c’è da registrare che l’avvento di due nuovi partiti ha stravolto le dinamiche politiche e il bacino di sostegno delle prossime presidenziali. Il primo è la National Grand Coalition (NCG), che ha candidato il suo leader Kandeh Kolleh Yumkella, già a capo dell’UNIDO, l’Organizzazione per lo sviluppo industriale delle Nazioni Unite. L’altra forza politica che potrebbe pesare sulle elezioni di domani è la Coalition for Change (C4C), guidata dall’ex vicepresidente Samuel Sam-Sumana, che ha portato con se una grossa fetta degli elettori delle province nordorientali dell’APC, dopo essere stato esautorato da Koroma nel 2015.

Anche se le possibilità di questi ultimi due candidati di arrivare alla presidenza sono più esigue rispetto a quelle di Samura Kamara e di Bio, gli analisti ritengono che il C4C e l’NCG potrebbero incidere in maniera rilevante nel risultato finale delle elezioni. 

Economia in lenta ripresa

Quello che appare certo è che il voto del 7 marzo arriva in un momento cruciale, in cui la Sierra Leone si sta lentamente riprendendo dall’impatto devastante dell’epidemia di Ebola, che tra il 2014 e il 2015 ha provocato 11.315 morti in Africa occidentale (3.955 in Sierra Leone). Nel periodo in cui il virus ha flagellato il paese, pochi lavoravano e nessuno pagava le tasse. A questo, si è aggiunto il blocco delle esportazioni, la chiusura delle frontiere, la riduzione della produzione mineraria e la contrazione delle attività economiche in moltissime zone. Una concomitanza di fattori negativi che hanno rallentato lo sviluppo del paese e bloccato ogni fonte di investimenti esteri.

Inoltre, la Sierra Leone, popolata da circa 7,4 milioni di persone, è una delle nazioni più povere del mondo, che ha risentito pesantemente del crollo dei prezzi dei minerali ferrosi, registrato nello stesso periodo in cui l’ebola mieteva morti tra la popolazione.

Anche l’inflazione è in netta salita a causa delle pressioni sui tassi di cambio e della accomodante politica monetaria di Freetown. A partire da una base del 9,5% a dicembre 2015, l’inflazione ha raggiunto il 17,41% a dicembre 2016 e l’ultima rilevazione del novembre 2017 registra un timido calo di poco più di un punto in percentuale (16,26%).

C’è però da tener presente che il paese africano sta mostrando segnali di ripresa, come testimoniano i dati aggiornati della Banca Mondiale, che registrano una crescita del prodotto interno lordo cresciuto 4,3% nel 2016 e del 5,4% nel 2017, dopo una contrazione del 20,6% del 2015. Un incremento sostenuto dai nuovi investimenti nel settore minerario, agricolo e ittico, mentre gli analisti del Fondo monetario internazionale prevedono che la ripresa in corso rimarrà sostenibile a medio termine e che se il nuovo governo varerà riforme in grado di favorire la crescita economica del paese, l’inflazione dovrebbe scendere al 7,5% entro il 2020.

La sfida del sociale

E sono anche altre le sfide che il prossimo leader della Sierra Leone dovrà affrontare come l’assistenza sanitaria, l’accesso all’istruzione, la sicurezza, la mancanza di strutture sociali e la scarsa fiducia nel sistema giudiziario e legislativo.

Senza dimenticare la pesante eredità della guerra civile che dal 1991 al 2002 ha provocato la morte di oltre 50 mila persone e l’esodo di circa 2 milioni di civili. Nell’immaginario collettivo è rimasta la guerra dei bambini-soldato e delle orrende mutilazioni che i ribelli del Revolutionary United Front (RUF) infliggevano a chi si rifiutava di combattere al loro fianco.

Da queste premesse, è facile intuire che la sfida per il successore di Koroma è senz’altro ardua, ma nell’immediato la priorità è che siano garantite elezioni immuni da violenze politiche, più trasparenti e credibili di quelle dell’ultima decade.